Ravera: «Un impegno comune nella difesa della sanità pubblica»

Sabato 24 ottobre a Savona, in piazza Pertini, si è tenuta una manifestazione organizzata dal comitato in difesa dell’Ospedale San Paolo. Cuore delle richieste è il mantenimento della piena autonomia decisionale da parte di tutte le strutture – reparti del nosocomio del capoluogo. Rifondazione Comunista ha preso parte al presidio condividendo la lotta per il potenziamento delle strutture sanitarie pubblica a fronte di un piano regionale che invece mira a parcellizzarle, a renderle sempre meno adeguate rispetto a quelli che sono i bisogni reali della cittadinanza tutta.
Tutto ciò nel nome della privatizzazione di ampi settori e del favorire quindi una logica di mercato in tema di prevenzione delle patologie e di salute veramente pubblica.
A questo proposito rivolgiamo alcune domande a Marco Ravera, capogruppo di “Sinistra per Savona” nel Consiglio comunale cittadino che si è occupato molte volte dei risvolti nazionali e regionali delle politiche di taglio dei servizi essenziali per le cure, i ricoveri, le prestazioni tanto di primo soccorso quanto di lunga degenza presso il San Paolo di Savona.
L’importanza della manifestazione indetta segnala che siamo arrivati ad un punto di svolta se si guarda alla veemenza con cui la giunta Bucci sta affrontando la questione di riorganizzazione del comparto sanitario da Luni a Ventimiglia. Che opinione hai al riguardo?
Credo che questa manifestazione sia stata importante perché è arrivata dopo mesi in cui si è discusso soprattutto del 118. Una questione fondamentale, certo, ma che rappresentava soltanto la punta dell’iceberg. Il problema è molto più ampio e riguarda l’impostazione complessiva con cui la Regione sta riorganizzando il sistema sanitario ligure.
La costituzione di un’azienda sanitaria unica e il tema dei primariati, spesso presentati come un’occasione di risparmio, sono esempi di una tendenza che rischia di allontanare ulteriormente le decisioni dai territori. Non possiamo ridurre la sanità a una questione di caselle da accorpare o di incarichi da tagliare: dietro ogni reparto ci sono professionisti, competenze, servizi e soprattutto persone che hanno bisogno di cure.
La direzione verso cui muove la Regione è l’accorpamento delle strutture, una sorta di finta “semplificazione” che quindi sembra destinata ad avere la funzione esclusiva di complicare l’operatività ospedaliera: dal lavoro di infermieri a quello dei medici e del personale addetto anche ai CUPA e alle gestione delle prenotazioni…
A Savona conosciamo bene gli effetti di anni di ridimensionamenti. Penso alla reumatologia, alla dermatologia, alla gastroenterologia e alla conseguente riduzione dell’attività endoscopica, alla pneumologia, alla radiologia interventistica e alla chirurgia vascolare. La situazione delle singole specialità va naturalmente distinta caso per caso, e io non ne ho certo le competenze tecniche, ma il problema generale è evidente: quando una struttura perde autonomia, personale e capacità decisionale, rischia di ridurre anche la capacità di rispondere ai bisogni della popolazione.
La questione dei primariati, in parte rientrata grazie alla mobilitazione, va letta proprio in questo contesto. Cancellare un primariato e trasformare un reparto in una struttura semplice può essere presentato come un risparmio organizzativo. Bisogna però chiedersi quali conseguenze produca sull’attività clinica. Se la riduzione del livello dirigenziale si accompagna alla perdita di professionisti, competenze e prestazioni, il risparmio amministrativo rischia di tradursi in un costo sociale e sanitario molto più alto.
La razionalizzazione, quando necessaria, deve riguardare innanzitutto gli aspetti amministrativi e organizzativi, gli acquisti su larga scala, senza scaricare i risparmi sui reparti e sui servizi clinici. E dobbiamo pensare anche al futuro: un ospedale che perde specialità, autonomia e prospettive di sviluppo rischia di diventare meno attrattivo per i giovani medici, con ulteriori difficoltà nel reclutamento del personale.
L’autonomia decisionale del San Paolo non è una rivendicazione campanilistica. Significa garantire che un ospedale importante per Savona e per tutto il comprensorio possa rispondere alle esigenze della propria comunità.
È immaginabile un recupero di una certa sanità pubblica di prossimità quella, per essere il più chiari possibili, di tipo ambulatoriale? La trasformazione operata dalla Regione offre il servizio delle “Case della Comunità”. Che impatto hanno avuto fino ad oggi nella riorganizzazione del Sistema Sanitario Ligure?
La sanità di prossimità è indispensabile. Non tutto deve passare dall’ospedale e non tutte le necessità di salute richiedono un ricovero. Ambulatori territoriali, medicina di base, servizi infermieristici e assistenza domiciliare possono rispondere a molti bisogni, alleggerendo anche la pressione sui pronto soccorso.
Ma bisogna partire dalle esigenze reali delle persone, comprese quelle più anziane e fragili. Ho l’impressione che chi pianifica la riorganizzazione sanitaria finisca troppo spesso per privilegiare gli schemi organizzativi rispetto alla dimensione umana della cura.
Stiamo passando dal medico condotto al medico di famiglia, dal medico di fiducia a servizi sempre più impersonali, nei quali si rischia di non trovare più un professionista che conosca la storia clinica del paziente. La sanità non può ridursi a una successione di prestazioni, prenotazioni e procedure informatiche. La tecnologia può essere utile, ma deve restare uno strumento al servizio delle persone, non un sostituto della relazione umana.
Le Case della Comunità possono essere uno strumento utile, ma non basta aprire una struttura o darle un nome nuovo. Servono personale, medici, infermieri, orari adeguati, servizi accessibili e un collegamento efficace con gli ospedali.
C’è poi il problema degli organici. Le strutture territoriali possono offrire condizioni lavorative più attrattive, anche perché alcuni incarichi consentono di evitare turni notturni e festivi. È comprensibile che un professionista cerchi condizioni di lavoro migliori, ma se il trasferimento di personale verso il territorio non è accompagnato da nuove assunzioni, si rischia di impoverire ulteriormente i reparti ospedalieri, già alle prese con carenze di medici e infermieri.
Non possiamo pensare di rafforzare un servizio indebolendone un altro. Territorio e ospedale devono crescere insieme, con risorse adeguate e una programmazione seria. Mi preoccupa il quadro complessivo. Mentre il servizio pubblico viene sottoposto a riorganizzazioni, accorpamenti e richieste di risparmio, si amplia la presenza dei soggetti privati in ambiti collegati alla sanità.
La notizia dell’arrivo dell’Università Link a Pietra Ligure, con corsi di Medicina e Fisioterapia, è un esempio di questa “evoluzione”. La presenza di un’università privata non è di per sé un problema (per me un po’ ideologico lo è, ma andrei fuori tema), ma ci impone di interrogarci sul modello che stiamo costruendo e sul ruolo che vogliamo garantire al sistema pubblico, anche nella formazione dei professionisti di cui abbiamo bisogno.
La mia preoccupazione è che il progressivo indebolimento del pubblico finisca per ampliare gli spazi della sanità privata, comprese le grandi strutture convenzionate fuori regione. Quando il servizio pubblico non riesce più a garantire prestazioni adeguate, chi ha le risorse economiche si rivolge al privato, mentre chi non può permetterselo rischia di rinunciare alle cure o di aspettare troppo a lungo. È così che le disuguaglianze sociali si trasformano in disuguaglianze nell’accesso al diritto alla salute.
Le liste d’attesa sono uno degli esempi più evidenti. Quando una persona è costretta ad aspettare mesi per una visita o un esame, spesso non ha una vera libertà di scelta: se dispone delle risorse economiche necessarie, si rivolge al privato, altrimenti aspetta, con il rischio che la prevenzione venga ritardata e che un problema di salute si aggravi. In questo modo, il diritto alla cura finisce per dipendere sempre più dalle possibilità economiche individuali.
Per questo è stata importante anche la raccolta firme promossa dalla CGIL. La questione non riguarda soltanto Savona, ma il futuro della sanità pubblica nel suo complesso: liste d’attesa, carenza di personale, difficoltà di accesso alle prestazioni e ricorso al privato sono problemi che richiedono risposte generali. La priorità deve essere investire nel pubblico, garantire organici adeguati e tutelare il carattere universalistico del servizio sanitario.
Venendo al Comune di Savona: la maggioranza progressista guidata dal Sindaco Marco Russo come si muoverà in merito alla piattaforma di protesta e di lotta di piazza Pertini?
Il Comune di Savona si è mosso prima di altri enti, attraverso riunioni delle commissioni consiliari e l’approvazione di atti dedicati alla questione sanitaria. Lo ha fatto in assenza di un confronto adeguato con la Regione.
Al di là del, sempre triste, balletto della politica, c’è un dato che non possiamo ignorare: prima con Toti e oggi con Bucci, la Regione non ha costruito un rapporto concreto e continuativo con il territorio su scelte che incidono direttamente sulla vita delle persone. L’assessore alla sanità, per esempio, non si è mai presentato in Consiglio comunale benché invitato.
La sanità non può essere riorganizzata senza ascoltare amministrazioni locali, operatori, organizzazioni sindacali, associazioni e cittadini. Non è accettabile che i territori debbano rincorrere decisioni già prese o affidarsi a dichiarazioni successive per capire quale sarà il futuro dei propri servizi.
Come Sinistra per Savona riteniamo che il Comune debba continuare a esercitare il proprio ruolo, sostenendo le richieste a tutela dell’ospedale e mantenendo aperto il confronto istituzionale. Naturalmente, il Comune non ha il potere di decidere l’organizzazione regionale della sanità, ma può rappresentare con forza le esigenze della città, promuovere iniziative e chiedere risposte precise alla Regione. Lo ha fatto anche il sindaco Marco Russo sabato in piazza.
Sulla piazza permettimi di aggiungere una riflessione. Capisco le preoccupazioni di chi teme che una battaglia così importante possa trasformarsi nell’ennesimo teatrino della politica, fatto di contrapposizioni, bandierine e polemiche che rischiano di mettere in secondo piano il problema reale.
Detto questo, non mi convince fino in fondo l’idea che la difesa del San Paolo possa essere considerata una questione apolitica. L’attacco alla sanità pubblica e, nello specifico, il ridimensionamento dell’ospedale di Savona non sono fenomeni naturali né decisioni inevitabili: sono il risultato di scelte politiche e amministrative precise.
MARCO SFERINI
Savona, 28 ottobre 2026
foto di Marco Ravera

