L’autunno caldo lo inaugura la protesta studentesca

Venerdì 16 ottobre 2026. Anche a Savona le strade e le piazze si riempiono di giovani studentesse e studenti, di insegnanti, di comuni cittadini che sostengono il “No Meloni day” sulla scuola, contro la guerra, contro l’economia di guerra. L’autunno caldo è iniziato e sotto i migliori auspici in quanto a partecipazione; sotto i peggiori in quanto a conti economici. Il governo della destra-destra tira una coperta copertissima da tutti gli angoli possibili, ma ormai le risorse sono praticamente esaurite e, non volendo tassare i mega-super-iper ricchi, si andrà a tagliare nuovamente su scuola, sanità, pensioni, lavoro, infrastrutture, ambiente…
Gli studenti manifestazione in tutta Italia. In alcune città, come Torino, si occupano gli istituti che hanno un che ormai di fatiscente: non solo mancano le risorse da assegnare alla scuola perché le si impiegano (ben 13 miliardi di euro) in armamenti che vengono definiti “opere di difesa“, ma nella scuola pubblica, della Repubblica, manca un po’ di tutto. Poi c’è il carolibri, il caroaffitti per gli universitari fuori sede. A Milano una camera in condivisione con altri ragazzi arriva a costare fino a settecento euro al mese…
Ma non finisce lì, perché le famiglie affrontano anche altri disagi e tutto si somma: si sommano le fragilità che diventano ancora più grandi se si parla di carobenzina o carogasolio. L’onda del malcontento francese si espande: «Fare come in Francia» si sente negli slogan dei cortei. Anche a Savona. Il governo Meloni ignora gli studenti, ignora i magri stipendi degli insegnanti (anche questi salari, come quelli degli operai e delle lavoratrici e dei lavoratori di tanti comparti industriali, sono al palo da tempo e sono tra i più poveri d’Europa). La protesta si regge su un’autorganizzazione che dimostra come i corpi intermedi – partiti, sindacati, associazioni- abbiano un ruolo ma fino ad un certo punto.
La situazione è divenuta così grave sul piano sociale e anche civile e culturale da esigere uno spontaneismo di massa. Ed infatti questo è quello che accade: le parole chiave della protesta sono rivolte contro il riarmo a tutto spiano e non contro la difesa dell’Italia da pericoli di guerra o terrorismo. Il governo non ha interrotto nessun commercio con Stati che fomentano gli imperialismi: come Israele che in Cisgiordania si comporta come il Sudafrica prima di Mandela e a Gaza come uno sterminatore di palestinesi compiendo un genocidio di proporzioni sempre più vaste. Ma per Meloni e la sua maggioranza tutto va bene. Loro non sentono l’eccessivo caldo nelle classi ad inizio e fine anno scolastico.
Non sentono il freddo che invece si patisce durante tutti gli altri mesi invernali e in parte primaverili. Gli edifici hanno intonaci screpolati che a volte crollano. Le classi sono sovraffollate. Mancano, oltre alla iconica e classica carta igienica nei bagni, anche strumenti tecnici, libri, testi per un apprendimento serio e non semplicemente nozionistico. Mentre piazza Mameli si riempie, mentre qualcuno sale persino sul Monumento ai Caduti di tutte le guerre, iniziano a girare le prime foto dello sciopero e i commentatori si dividono: c’è chi appoggia la protesta e chi vede soltanto quattro, cinque, dieci incappucciati che oltraggiano il luogo dove ogni giorno suona la campana e batte ventuno rintocchi.
Tutta la piazza alle sei di sera si ferma. Immobile ricorda chi è morto per guerre di altri, ma pure per liberare l’Italia dalle dittature, dagli autoritarismi, dai colpi di Stato, da qualunque rigurgito fascistoide di ieri trasferito nel presente-assente dell’oggi che sfugge di mano come un futuro che le ragazze e i ragazzi non riescono ad intravedere. Per il governo e per gli esponenti della destra savonese sono dei “bimbiminkia”, degli oltraggiatori di monumenti, dei devastatori di cassonetti della spazzatura rovesciati in piazza del Popolo angolo corso Italia. Un noto farmacista se ne lagna e fa di tutti gli studenti un fascio. Son tutti così, mica saranno stati solo tre o quattro idiotelli… Abbiamo sempre a che fare con i soliti comunistelli.
Ma quella di ieri a Savona, come nel resto d’Italia, è stata una manifestazione imponente e spontanea, piena di orientamenti culturali, politici e sociali molto diversi tra loro: c’erano studenti con precise convinzioni ideali e materiali e molti altri invece ancora alla ricerca di un loro posto nel mondo del pensiero e dell’azione. Le problematiche che abbiamo messo al centro della protesta non avevano e non hanno un carattere meramente ideologico: sono concretezze quotidiane, sono mancanze vissute e rivissute da anni. Sono condizioni di peggioramento della possibilità di studiare per chi vive in famiglie che fanno i conti sempre più stretti ogni mese.
Abbiamo cercato di trasmettere anche un altro messaggio: la scuola pubblica deve rimanere tale e deve essere inclusiva. Non può avere dei confini e non conosce etnocentricità. Per Costituzione, per umanità, per un principio quasi laicamente sacro di uguaglianza è e rimane aperta a tutti e deve essere il più inclusiva possibile. Se non poggiasse su questo principio, che scuola pubblica mai potrebbe dirsi o essere? Ma il governo Meloni pensa a raggiungere ancora punti in percentuali di PIL più alti, vicini a quel 5% irraggiungibile che vorrebbe la NATO. Di finanziare i capitoli di spesa per l’istruzione non se ne parla. Eppure le strutture scolastiche non a norma, in tutta Italia, sono circa il 90%.
Alla sera una giornalista de “La Verità” molto candidamente afferma a “Linea Notte” su Rai3: «Io tutte queste scuola fatiscenti non le ho mai viste… Sarà che non ho viaggiato nel Paese in questi anni, ma non vedo edifici che crollano o che stanno per cadere…». Una inchiesta de “Il Fatto quotidiano” dimostra invece il contrario: l’edilizia scolastica necessita di implementazioni di risorse e anche piuttosto urgentemente. La maggior parte dei plessi ha oltre sessant’anni di età e pochissimi sono gli istituti che rispettano i criteri antisismici. C’è una emergenza in merito che non viene evasa e che, quindi, rimane latente proprio come un ammodernamento dei programmi scolastici.
Nella manifestazione c’è posto per l’uguaglianza come mai prima: la si percepisce anche quando si esprime solidarietà al popolo palestinese, ai giovani di Gaza che studiano tra le macerie e tentano un riscatto continuo di una condizione di invivibilità dell’esistenza che confine con il sistema genocidiario di uno Stato che si proclama democratico e che, invece, è retto da un governo oggettivamente criminale. Le lotte si interconnettono e gli studenti lo sanno, lo ricordano, lo scrivono nei loro striscioni: non i soldi alla guerra, ma alla scuola. Non è uno slogan, è un programma costituzionalmente politico che richiama il mondo progressista ad una ragione ben precisa. Il futuro è nella ricerca diplomatica della pace, non nel riarmo.
È stato un “No Meloni day” al 99% pacifico, democratico salvo alcuni episodi che vanno stigmatizzati ma che non fanno parte della cultura della partecipazione per il cambiamento radicale di una politica antiscolastica, antistudentesca; di una politica che vuole stabilire ancora il primato del mercato sulla scuola e farne una variabile dipendente in tutto e per tutto. Noi a questo ci opponiamo con decisione e siamo, rimarremo vicini a tutte le studentesse e a tutti gli studenti che con coscienza, con piena consapevolezza del valore della lotta si sono ritrovati in piazza per dire NO allo scippo del loro futuro e di quello dell’Italia intera. Questo movimento, bellissimo, ha tutta la dignità per dirsi tale e per continuare a lottare.
Noi Giovani Comuniste e Comunisti saremo sempre al suo fianco.
FRANCESCO LA ROCCA
Portavoce provinciale Giovani Comuniste/i – Savona
Savona, 17 ottobre 2026

