Sull’inconciliabilità delle posizioni interne al Partito

Il dibattito interno a Rifondazione Comunista, soprattutto in vista delle elezioni politiche del 2027, sta da tempo trascendendo quelli che dovrebbero essere i normali, consueti parametri di un confronto anche civile e improntato al rispetto delle differenti posizioni. Sui social sono presenti anatemi, rimbrottamenti, fiumane di commenti e controcommenti immersi in una acidità che lascia qualcosa di più del retrogusto tipico di una indigestione alimentare.
Qui il reflusso gastrico è dato da una bile tanta che ci si fa nel momento in cui la coazione a ripetere sempre le stesse critiche diventa un che di ormai strutturalizzato: siamo all’inconciliabilità delle posizioni e, dunque, se non vi fosse un rapporto di maggioranza e di minoranza, seppure di poco scarto numerico, ci troveremmo in quella che si potrebbe definire una stagnazione, una posizione di stallo.
La trincerizzazione del dibattito è poco importante chi l’abbia iniziata e battute e controbattute ormai hanno un che di stucchevole da non interessare praticamente più: per lo meno ogni volta che ci si accusa reciprocamente di essere gli uni le cause del disagio degli altri e dell’impasse apparente in cui si è finiti. In fondo, bisogna scriverlo e dirlo con nettezza, la questione non è di poco conto ed è anche giusto che ci si divida su una prospettiva.
Ma nemmeno i tempi in cui viviamo sono proficui ad una speranza di miglioramento delle condizioni di esistenza delle lavoratrici e dei lavoratori, dei disoccupati e dei precari, dei pensionati, degli studenti e di tutte e tutti coloro che fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese. I movimenti studenteschi e operai di queste ultime settimane ci hanno parlato.
Anche a noi comuniste e comunisti. Non soprattutto, ma anche. Dobbiamo saper raccogliere quelle voci e tradurle in una concretezza politica e di rappresentanza che le porti in Parlamento e che continui a stare al loro fianco, come della CGIL e di chiunque sostenga le lotte per l’ampliamento dei diritti sociali, civili ed umani.
Ovvio che, essendo Rifondazione Comunista spaccata verticalmente proprio sulla questione delle alleanze (ma che novità, vero?), l’interpretazione del messaggio delle manifestazioni contro il caro-vita e il caro-carburante (così come la mancanza di strutture scolastiche, di una implementazione dei servizi sanitari pubblici, eccetera, eccetera…), ognuna delle due parti tende a mettere in evidenza elementi emersi che non divergono ma che pongono la questione di questa afferenza coi movimenti su piani non coincidenti.
Per la maggioranza del Partito – ed è questa l’opinione che mi sento di condividere pienamente – quella spinta propulsiva vale come motore per il rilancio di una presenza unitaria progressista che dia al Paese risposte nettamente altre rispetto a quelle del governo Meloni. Per la importante minoranza rappresentata da Paolo Ferrero invece è il presupposto evidente che rimanda ad una necessaria ricomposizione dell’alternativa in una soggetto federato altro tanto dal fronte progressista quanto, nemmanco a dirlo, dalle forze reazionarie e conservatrici che hanno la guida del governo della Repubblica.
L’errore clamoroso è la sostanziale equiparazione che viene fatta tra queste due opzioni di un bipolarismo della politica italiana che c’è e di cui bisogna, per il momento, sic stantibus rebus, prendere atto. Se continuiamo a “prescindere” dai dati di fatto, dai rapporti di forza presenti in particolare nella piazza della politica polticanteggiata, non facciamo un buon servizio alla storica capacità di analisi e di interpretazione delle fasi sociali da parte delle comuniste e dei comunisti e, in generale, della sinistra e del mondo progressista.
Quando si agisce, si pensa e ci si pone ormai come due partiti in un partito, si è già oltre la capacità di interazione, di interlocuzione: non ci si ascolta, non si ha riguardo per le opinioni dell’altro rispetto a noi e ci si accusa a vicenda dei più abietti e nefandi comportamenti. Si utilizzano parole pesanti che, anche se non sono manifestamente insulti, lo divengono: come la categoria del “tradimento” che è odiosa perché etimologicamente rimanda proprio all’”andare oltre” la consegna che ci si era comunemente dati.
Eppure nelle trivialità dei commentari da social tutto questo viene espresso platealmente e, per quanto mi concerne, me ne sottraggo del tutto volentieri:
- primo, perché non approvo questo non-metodo di non-discussione, fatto solo di stigmatizzazioni esponenzializzatissime e inconcludenti;
- secondo, perché lo scadimento insulso dei botta e risposta non conduce praticamente a niente e non porta ad altro se non ad un vero e proprio conformistico utilizzo delle piattaforme e dei programmi di divulgazione dei propri contenuti pari a quello della stragrande maggioranza degli utenti che litigano artefattamente un secondo prima su come si cucina una pasta alla carbonara e un secondo dopo su come si è espresso un tronista da Maria De Filippi su Canale 5.
Il dibattito politico dovrebbe, senza nessuna presunzione, essere un poco degno di sé stesso ed elevarsi rispetto a queste miserie. Va osservato che queste finte discussioni internettiane sono imbruttite da un evidente narcisismo da tastiera che prende un po’ tutte e tutti in quei non-luoghi che sono i profili Facebook o Instagram, oppure le chat di Whatsapp e di Telegram. Si vuole mostrare e dimostrare sé stessi prima ancora che le proprie convinzioni.
Non che questo narcisismo non lo si ritrovi anche qui in questo articolo, ma indubbiamente in minore misura perché qui il finto confronto non c’è, ma vi è soltanto l’esposizione di un pensiero che viene lasciato così, nella rete, per essere eventualmente letto, condiviso o contestato. Ma il tutto in un più sano rapporto impersonale tra chi scrive e chi legge. Invece, sui social, l’esposizione dei propri pensieri è immediatamente soggetta al commento che diventa una sorta di forza di trascinamento istintuale: devo rispondere. Ma perché mai?
Ci cadiamo tutte e tutti, ogni giorno. È una cortocircuitazione perfetta, proprio come una tempesta, che avvolge il cervello, lo rincretinisce e non fa altro se non provocare un irrigidimento delle proprie posizioni: ciò che si scrive sui social non lo si scrive per aprire un confronto ma per aprire quasi sempre uno scontro.
L’odio, del resto, sulle piattaforme pare molto più esacerbato rispetto al confronto de visu, reale, che dovrebbe essere più civile e misuratamente moderato. L’impersonalità fornita dallo schermo e dalla tastiera ha creato quelli che vengono definiti “i leoni” che si trasformano in “odiatori” praticamente seriali. Anche il nostro dibattito politico è inserito in questa mutazione antropologica del discorso e dell’approccio vicendevole e, infatti, ne risente e non poco.
Sarebbe interessante cercare di analizzare il fenomeno proprio in diretta correlazione con l’azione politica di ogni partito, di ogni movimento: quanta incidenza ha la fomentazione dell’odio sui social, la creazione pregiudiziale del proprio avversario sul non-luogo internettiano, su una realtà in negativo come su una fotografi che lascia intravedere quel che le si cela a prima vista e che, comunque, la contiene.
Non c’è dubbio che le posizioni sulla formazione del fronte costituzionale e democratico per battere le destre e riportare Rifondazione Comunista nelle aule del Parlamento della Repubblica siano state tanto, troppo inquinate da questa fenomenologia dei social network.
Non avremmo dovuto scendere così in basso. Non avremmo dovuto incattivirci a questo punto. Ma sembra proprio che, anche in riferimento ai gloriosi, acerrimi dibattiti del passato nei partiti della sinistra e nel progressismo italiano, oggi il salto di qualità negativo sia stato compiuto e si ritenga di aver scritto nel marmo dei post su Facebook o nelle storie di Instagram la verità assoluta che rimane la propria: nessuno prende in considerazione che si possa sintetizzare, che si possa cercare un punto di caduta comune. L’inconciliabilità delle posizioni è un dato che mi sembra acclarato e destinato a crescere.
Forse è una caratteristica dei tempi che ha una fisionomia strutturale e nei confronti della quale si può fare ben poco partendo da un piano sovrastrutturale (tanto per dirla con Marx). Forse, invece, potremmo esercitarci in una differenziazione nell’approccio politico: non un richiamo formale alla gentilezza tra compagne e compagni, ma al rispetto. Questo sì. Al rispetto delle posizioni e delle determinazioni che ne conseguono quando gli organismi dirigenti votano democraticamente, dopo essere stati eletti altrettanto democraticamente dal massimo organo dirigente di Rifondazione Comunista: il Congresso nazionale.
Se, però, la corposa minoranza di Paolo Ferrero ancora oggi stenta a riconoscere il risultato di quel congresso e, anzi, lo mette costantemente in forse, il vizio di origine del dibattito sul futuro del PRC entro i margini della politica italiana, e non di meno di quella europea, prescinde persino dall’inquinamento odiatore da parte dei social e dei loro assidui frequentatori in forma di modernissimi tribuni della plebe.
Pertanto, dobbiamo prendere atto che se davvero di inconciliabilità si tratta, le scelte possibili non sono molte: la necessità di contribuire alla sconfitta delle destre eversive che hanno tentato (e tutt’ora tentano) il sovversivismo nei confronti dell’impianto parlamentare e democratico della Repubblica (e del mondo del lavoro e dello sfruttamento che ne consegue) deve essere praticata nel qui ed ora e non solamente enunciata. Tutte e tutti ne conveniamo: Meloni prima se ne va e meglio è. Dove divergiamo? Sul dopo, sul fatto che un nuovo governo progressista possa rappresentare le ragioni delle classi che subiscono le politiche neoliberiste.
È la prospettazione di una inquietudine che non è qualcosa di alieno o di strano. Tutt’altro. La presenza nella coalizione del fronte progressista di Renzi non aiuta a lenire questo patimento. Abbiamo già convissuto molto difficilmente con forze politiche di centro e anche piuttosto estreme nell’esserlo, in passato, negli ultimi trent’anni. In pratica nel corso della vita di Rifondazione Comunista. Conosciamo i rischi e sappiamo che oggi, rispetto a ieri, non abbiamo più quella forza numerica in percentuale che ci consentiva di trattare da un piano privilegiato, di una certa importanza.
Dobbiamo prendere atto anche di questa obiezione che le compagne e i compagni della corposa minoranza interna ci pongono innanzi. Ma, detto questo, la soluzione è ricostruire una tensione politica e sociale con i movimenti rappresentando un aggregato di forze (sarebbe meglio dire: debolezze) che non verrebbe compreso dalla stragrande maggioranza di coloro che intendiamo rappresentare? La gente cosiddetta “comune” domanda un cambiamento e se esiste una sola possibilità di incidere in questo senso, noi abbiamo il dovere di interpretarla elettoralmente e poi nelle aule parlamentari. Senza dimenticare, così, il rapporto con il Paese reale.
Senza dismettere la nostra autonomia e indipendenza, possiamo e dobbiamo esprimere un’utilità. Altrimenti finiamo con l’essere dei testimoni di una volontà, ma non la volontà stessa. Dei testimoni di una posizione politica che rimane sospesa per aria, che non si fa contraddizione pratica, che non si mescola con ciò che esiste e prova a farsi largo per portare nuovi consensi alle proprie posizioni, alle proposte fatte – come la tassazione dei grandi patrimoni – che saranno magari bocciate dalle maggioranze di Camera e Senato ma che hanno almeno il merito di ritessere delle reti di condivisione più ampia su tematiche impellenti.
Le/i Giovani Comuniste/i ci hanno dato una lezione di unità pur nelle oggettive differenze che li hanno riguardati nel dibattito dell’ultima Conferenza nazionale. Una lezione di spirito, di impostazione, di postura tanto politica quanto morale e civile. Da questo metodo di confronto si può trovare un elemento di ricomposizione, di abbassamento degli scudi, di riflessione ponderata. Sempre che lo si voglia veramente. Se la fossilizzazione è oltre ogni ragionevole dubbio, allora temo vi sia poco da fare, da sperare. Ma se c’è ancora tempo, usiamolo per tentare.
Ora, date tutte queste considerazioni, ci tocca rispondere alla domanda: siamo o non siamo di fronte ad una inconciliabilità tra le proposizioni espresse dalle due macro-aree del Partito della Rifondazione Comunista? Molto semplicemente, rispondete, rispondetevi, rispondiamoci.
MARCO SFERINI
7 novembre 2026
Foto tratta dalla pagina Facebook delle/dei Giovani Comuniste/i

