Referendum 2026. Zunino: «Votare NO è un vero e proprio dovere civile»

Nel pieno di una campagna referendaria iniziata molto prima rispetto al consueto mese di pertinenza del confronto tra le diverse posizioni, si pone la necessità di capire la riforma di Meloni e Nordio riguardante sette articoli della Costituzione che tanto sul piano tecnico quanto su quello politico vanno a cambiare radicalmente il rapporto tra i poteri dello Stato.
Nello “Speciale referendum” che potete visitare su questo sito sono contenuti tutti gli articoli, gli opuscoli e anche i materiali di diffusione delle idee per sostenere le ragioni del NO a quella che, molto opportunamente e anche eufemisticamente, si può definire una “controriforma” o, altrimenti, una “deforma” della Carta fondamentale della Repubblica e, dunque, di questa stessa.
Abbiamo chiesto ad alcuni esponenti del mondo del diritto e ad alcuni del mondo più propriamente politico, sociale e civile di illustrarci le motivazioni per cui è necessario votare NO: una serie di interviste che saranno pubblicate fino alla fine della campagna referendaria e che ci auguriamo aiutino tutte e tutti ad avere qualche certezza in più, laddove già ve ne sono, qualche dubbio in meno invece laddove ne permangono.
In questa seconda intervista rivolgiamo qualche domanda a Franco Zunino, già ingegnere capo e direttore del settore Territorio e Ambiente presso il Comune di Celle Ligure, tra i primi obiettori di coscienza della provincia di Savona, figura storica del volontariato, del pacifismo e della sinistra savonese, è uno dei dirigenti storici di Rifondazione Comunista.
È stato Assessore all’Ambiente della Regione Liguria dal 2005 al 2010 e ha ricoperto il ruolo di consigliere comunale e di Presidente del Consiglio provinciale di Savona. Attualmente è Presidente provinciale dell’ARCI e del CSV Polis (Centro di Servizi per il Volontariato delle province di Savona e Imperia).
La riforma del ministro Nordio si pone come passaggio fondamentale per la separazione della carriere tra giudici e pubblici ministeri e viene presentata dal Governo che la propone come priva di qualunque effetto terzo nei confronti del rispetto dei poteri dello Stato. In sostanza, dicono Meloni, Salvini e Tajani, la Magistratura rimarrà indipendente. Ma è davvero così?
Col passare dei giorni risulta sempre più evidente che il vero motivo della riforma non riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, bensì il ridimensionamento dell’autonomia del potere giudiziario. Infatti, anche a seguito di norme via via intervenute, le ultime introdotte dal ministro Cartabia, i passaggi di funzione tra PM e giudici hanno riguardato in questi anni meno dell’1% dei circa 9.000 magistrati in servizio.
Il vero obiettivo della riforma, sottoposta a referendum, è quello di scardinare l’equilibrio, sancito attualmente in Costituzione, tra il potere esecutivo e quello giudiziario, con l’intento di sottoporre quest’ultimo alle pressioni del governo. D’altronde le affermazioni del ministro Nordio, della stessa presidente del Consiglio e di Tajani sono chiare a tal riguardo, quando dichiarano che la magistratura deve smetterla di ostacolare le iniziative del governo.
Esemplare, da questo punto di vista, l’intervento dei magistrati nel richiedere il rispetto delle normative a riguardo della vergognosa deportazione dei migranti in Albania, intervento che ha fatto infuriare la Meloni scagliatasi contro i giudici, rei, a suo avviso, di non “remare” nella stessa direzione del governo, come se il rispetto delle norme nazionali ed internazionali potesse soggiacere ai desiderata del governo.
Pare di capire che, nella sostanza, la controriforma di Nordio non avrà alcun effetto (come del resto ammette lo stesso ministro della Giustizia) sui lunghissimi tempi dei processi, sullo snellimento delle pratiche e nemmeno sulla stabilizzazione di oltre dodicimila precari che lavorano oggi nel mondo magistratuale. Che senso ha allora questa riforma?
Chiaramente per aumentare l’efficienza del nostro sistema giudiziario gli interventi da attuarsi sarebbero ben altri, a cominciare dal destinarvi maggiori risorse. Attualmente si parla di un sotto organico che sfiora il 20% e che riguarda non solo giudici e pubblici ministeri, ma anche cancellieri e personale amministrativo.
Il vero senso della riforma è quello sopra richiamato e cioè indebolire pesantemente l’autonomia della magistratura, attaccando l’istituzione, il Consiglio Superiore della Magistratura, che garantisce tale autonomia.
Le parole di Nordio contro il CSM, apostrofandola di organizzazione paramafiosa, sono state davvero vergognose e bene ha fatto Mattarella, che presiede il CSM, a intervenire a difesa di questa fondamentale istituzione. Spezzare in due il CSM, eliminare l’eleggibilità dei suoi membri togati (riducendo così competenza e autorevolezza), introducendo un allucinante sorteggio degli stessi, togliere la competenza disciplinare, con la creazione dell’Alta Corte Disciplinare, significa chiaramente voler colpire l’autonomia del potere giudiziario.
I pubblici ministeri, come accade in molti paesi, rischieranno di diventare dei superpoliziotti strettamente legati al ministero della giustizia e dunque al governo. Il rispetto dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che afferma, tra l’altro, che la legge è uguale per tutti, principio garantito proprio dall’indipendenza della magistratura, sarà sempre più a rischio. Ci saranno ancora pubblici ministeri e giudici in grado di non sottostare alle pressioni dell’esecutivo, nell’indagare e giudicare presunti reati commessi dai “potenti” di turno?
Recentemente l’ex procuratore Zucca, che ai tempi del G8 svolgeva il ruolo di pubblico ministero e coordinatore delle indagini sul comportamento delle forze dell’ordine, ha dichiarato che se fossero state in vigore le norme previste dalla riforma forse quelle indagini non si sarebbero potute fare.
Se le funzioni dei giudici e dei pubblici ministeri vengono in qualche modo snaturate con questa riforma, che tipo di giustizia ci si deve aspettare? Sostanzialmente, se passasse il SÌ, la vita lavorativa di chi opera in Magistratura come cambierebbe? E, forse ancora più importante, tutto questo che impatto avrebbe su noi cittadine e cittadini?
Se passasse questa pessima riforma la pressione del governo sui pubblici ministeri potrebbe davvero diventare pesante e rischierebbe di esserlo anche nei confronti dei giudici, anche per il fatto che viene fortemente indebolito il sistema di autogoverno della magistratura.
Dunque il principio “la legge è uguale per tutti” è a rischio e questo riguarda noi tutti, cittadine e cittadini. Una democrazia che vuol essere tale non solo sulla carta deve prevedere un sostanziale corretto equilibrio tra il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario.
La tendenza ormai evidente, non solo nel nostro Paese, è quello di accentrare la maggior parte di tutti i poteri nell’esecutivo. Il Parlamento, che rappresenta di fatto il potere legislativo, è già stato svuotato di gran parte del suo ruolo dall’esecutivo, se ora anche il potere giudiziario venisse sottomesso al governo, sempre più ci incammineremmo verso una democrazia monca, malata e questo non può lasciare indifferente nessuno di noi.
L’idea di un Governo con meno controllo da parte degli altri organi costituenti la Repubblica, Parlamento e Magistratura, è un vecchio refrain della destra: il progetto che si ripresenta è quello del presidenzialismo, oggi declinato nella proposta – peraltro davvero unica al mondo, e non certamente in senso positivo – del “premierato”. Se la riforma Nordio dovesse passare darebbe un’ulteriore spinta in avanti al progetto di uno Stato in cui il parlamentarismo sarebbe sempre meno al centro nel processo di formazione delle leggi. Possiamo dire che questo è lo scenario più probabile, ossia quello di una svolta autoritaria, di un pericolo sostanziale per la tenuta della democrazia?
Concordo. Il disegno evidente delle destre mondiali, a cui non si sottrae di certo quella italiana, è quello, come già accennato, di accentrare tutti i poteri negli esecutivi, nei governi, se non addirittura nei premier, svuotando di fatto il ruolo dei parlamenti. Esemplare è il caso degli USA, dove Trump può addirittura decidere di attaccare uno Stato sovrano e sequestrare il suo presidente, senza neppure non solo avere il via libera dal Congresso (il parlamento statunitense), ma addirittura senza neppure informarlo. Una china pericolosissima che dobbiamo fermare.
Se dovessi convincere un sostenitore del SÌ a ripensarci e a prendere in considerazione il NO, che cosa gli diresti?
Gli direi che con questo referendum è in gioco un pezzo fondamentale della nostra democrazia, conquistata con la lotta e il sangue di coloro che si opposero alla dittatura fascista. A scrivere la nostra Costituzione contribuirono tutte le forze democratiche del nostro Paese e lo fecero con saggezza ed equilibrio. Mettere in discussione quell’assetto, in una parte fondamentale, il rapporto tra poteri che devono invece mantenere reciproca indipendenza, significa minare il nostro assetto democratico.
Votare NO al referendum diventa dunque un dovere civile per chi non vuole mettere a rischio la democrazia del nostro Paese.
Grazie per la tua disponibilità e buon voto.
REDAZIONALE
Savona, 26 febbraio 2026

