Referendum 2026. Astengo: «Il NO a difesa della democrazia costituzionale»

Nel pieno di una campagna referendaria iniziata molto prima rispetto al consueto mese di pertinenza del confronto tra le diverse posizioni, si pone la necessità di capire la riforma di Meloni e Nordio riguardante sette articoli della Costituzione che tanto sul piano tecnico quanto su quello politico vanno a cambiare radicalmente il rapporto tra i poteri dello Stato.
Nello “Speciale referendum” che potete visitare su questo sito sono contenuti tutti gli articoli, gli opuscoli e anche i materiali di diffusione delle idee per sostenere le ragioni del NO a quella che, molto opportunamente e anche eufemisticamente, si può definire una “controriforma” o, altrimenti, una “deforma” della Carta fondamentale della Repubblica e, dunque, di questa stessa.
Abbiamo chiesto ad alcuni esponenti del mondo del diritto e ad alcuni del mondo più propriamente politico, sociale e civile di illustrarci le motivazioni per cui è necessario votare NO: una serie di interviste che saranno pubblicate fino alla fine della campagna referendaria e che ci auguriamo aiutino tutte e tutti ad avere qualche certezza in più, laddove già ve ne sono, qualche dubbio in meno invece laddove ne permangono.
In questa prima intervista rivolgiamo qualche domanda a Franco Astengo, noto politologo, saggista e commentatore politico profondamente legato a Savona. La sua figura è centrale nel dibattito pubblico locale, dove opera come analista attento delle dinamiche politiche, sociali e storiche della città. Fa parte del Coordinamento per la democrazia costituzionale.
La riforma del ministro Nordio si pone come passaggio fondamentale per la separazione della carriere tra giudici e pubblici ministeri e viene presentata dal Governo che la propone come priva di qualunque effetto terzo nei confronti del rispetto dei poteri dello Stato. In sostanza, dicono Meloni, Salvini e Tajani, la Magistratura rimarrà indipendente. Ma è davvero così?
Per rispondere adeguatamente servirebbe una premessa di carattere generale molto impegnativa. Riassumendo: è necessario che si esca dalla diatriba Nordio-Gratteri (entrambi mossi da rivendicazioni di carattere personale) per portare l’oggetto del contendere al livello competente che è quello costituzionale.
Questa deforma fa parte di un progetto complessivo di indebolimento nell’equilibrio tra i poteri dello Stato recepito nella Costituzione Repubblicana e questo deve essere sostenuto con grande chiarezza. Stiamo arretrando addirittura anche rispetto a Montesquieu. Abbiamo un grande bisogno di illuminismo rispetto a una fase di vero e proprio oscurantismo.
Pare di capire che, nella sostanza, la controriforma di Nordio non avrà alcun effetto (come del resto ammette lo stesso ministro della Giustizia) sui lunghissimi tempi dei processi, sullo snellimento delle pratiche e nemmeno sulla stabilizzazione di oltre dodicimila precari che lavorano oggi nel mondo magistratuale. Che senso ha allora questa riforma?
Il punto nevralgico da affrontare con il referendum sulla magistratura è quello di non ridurlo semplicemente a fatto tecnico e neppure da trasferire interamente sul piano politico immediato.
È necessario:
1) completare il sistema digitale di gestione delle cause nelle sedi penali e nelle procure; adottare la proposta legislativa pendente in materia di conflitti di interessi;
2) intensificare l’impegno per adottare norme complessive sul lobbying per l’istituzione di un registro operativo delle attività dei rappresentanti di interessi, compresa un’impronta legislativa (questione che si dibatte da moltissimo tempo senza risultati pratici);
3) intensificare l’impegno per affrontare efficacemente e rapidamente la pratica di incanalare le donazioni attraverso fondazioni e associazioni politiche e introdurre un registro elettronico unico per le informazioni sul finanziamento dei partiti e delle campagne;
4) portare avanti l’attività legislativa in corso affinché siano in vigore disposizioni o meccanismi che assicurino un finanziamento dei media del servizio pubblico adeguato all’adempimento della loro missione di servizio pubblico e per garantirne l’indipendenza;
5) portare avanti il processo legislativo in corso del progetto di riforma sulla diffamazione e sulla protezione del segreto professionale e delle fonti giornalistiche, evitando ogni rischio di incidenza negativa sulla libertà di stampa e tenendo conto delle norme europee in materia di protezione dei giornalisti;
6) intensificare le iniziative per costituire un’istituzione nazionale per i diritti umani tenendo conto dei principi di Parigi delle Nazioni Unite.
Se le funzioni dei giudici e dei pubblici ministeri vengono in qualche modo snaturate con questa riforma, che tipo di giustizia ci si deve aspettare? Sostanzialmente, se passasse il SÌ, la vita lavorativa di chi opera in Magistratura come cambierebbe? E, forse ancora più importante, tutto questo che impatto avrebbe su noi cittadine e cittadini?
Il tema più importante per chi vive la vita della magistratura e più in generale degli operatori della giustizia risiede certamente nella questione dello sdoppiamento del CSM da cui deriva direttamente una possibilità per una posizione di subalternità al potere politico.
Ricordando sempre che l’idea del potere politico mutuato dalla destra nella filosofia dominante è quello del “comando” e non della “governance”. L’altra questione è quella dell’Alta Corte: una sede “speciale” di giudizio che presenta aspetti assai inquietanti.
Una sorta di “Tribunale Speciale” forma assolutamente inedita nella struttura della Repubblica. Non dimentichiamo l’attacco alla Corte dei Conti: rispetto alla riforma del codice della giustizia contabile e della Corte dei conti si debbono riportare le preoccupazioni relative al rischio di inefficienze nell’attribuzione delle responsabilità amministrative e quindi di compromissione della legalità, della trasparenza e dell’efficienza delle azioni delle autorità pubbliche, oltre che di riduzione della loro responsabilità.
Secondo quanto riferito dalla Commissione, per la Corte dei conti la riforma si inserisce in un contesto in cui la magistratura contabile avverte ancora gli effetti della riforma del 2020, sul cosiddetto scudo erariale, e ostacola la capacità dei magistrati contabili di affrontare i casi di cattiva amministrazione, irregolarità e uso improprio dei fondi pubblici, nazionali ed europei.
L’idea di un Governo con meno controllo da parte degli altri organi costituenti la Repubblica, Parlamento e Magistratura, è un vecchio refrain della destra: il progetto che si ripresenta è quello del presidenzialismo, oggi declinato nella proposta – peraltro davvero unica al mondo, e non certamente in senso positivo – del “premierato”. Se la riforma Nordio dovesse passare darebbe un’ulteriore spinta in avanti al progetto di uno Stato in cui il parlamentarismo sarebbe sempre meno al centro nel processo di formazione delle leggi. Possiamo dire che questo è lo scenario più probabile, ossia quello di una svolta autoritaria, di un pericolo sostanziale per la tenuta della democrazia?
È in atto un fenomeno di regressione. Sta avvenendo essenzialmente perché va sbiadendosi la memoria delle ragioni storiche che avevano indotto i padri costituenti, nella coscienza di quanto il totalitarismo fascista pesasse ancora nella cultura politica e giuridica del Paese, di dotarsi di una Costituzione rigida nel cui articolato si esprime una netta separazione tra i poteri.
Ancora una volta è in gioco il tema del rapporto diretto tra il Capo e la masse in luogo dell’esercizio di pesi e contrappesi nella logica della rappresentanza e dell’equilibrio. Il voto referendario varrà per contrastare questa ipotesi di negazione del principio costituzionale.
Abbiamo segnato forti passi indietro su questo piano destrutturando il sistema dei partiti e – più in generale – della disintermediazione svolta dalle rappresentanze sociali e aprendo la strada all’idea maggioritaria, alla personalizzazione della politica, alla delega totale verso la “politica recitativa” mediata esclusivamente dai mezzi di comunicazione di massa compresi i social-network.
Se dovessi convincere un sostenitore del SÌ a ripensarci e a prendere in considerazione il NO, che cosa gli diresti?
Personalmente non dispongo di grandi capacità di convinzione soggettiva, in ogni caso cercherei di ricordargli il grande tema della democrazia costituzionale, in un quadro di instabilità globale il punto di riferimento fornito della Costituzione (pur già ferito in diverse occasioni) rimane imprescindibile e inalienabile e va sostenuto con grande forza, anche rispetto ad eventuali particolari tecnici specifici che possono essere più o meno convincenti.
Questo difficilissimo confronto elettorale può essere superato se si riesce a riportare al voto quell’elettorato che a giugno dello scorso anno votò il referendum sul lavoro indetto dalla CGIL. Quella base elettorale potrebbe rappresentare una piattaforma in grado di rendere il “NO” pienamente competitivo. Ed è quello il compito prioritario per tutti noi.
Grazie per la tua disponibilità e buon voto.
REDAZIONALE
Savona, 19 febbraio 2026

