Un preambolo personale
Indirizzo questo scritto alle compagne ed ai compagni del Partito della Rifondazione Comunista, ma voglio renderne partecipi – sperando che possa stimolare un pizzico di dibattito in merito – anche tutte e tutti coloro che non sono iscritti al PRC e che comunque fanno parte della pars anticapitalista, ancora testardamente marxista e per questo non poi così dissimile dagli obiettivi che l’ormai più “vecchio” (ma ancora molto giovane) partito comunista in Italia si pone come obiettivi.

Sto leggendo le tesi approvate dal Comitato politico nazionale di Rifondazione per l’XI Congresso nazionale. Lo sto facendo fuggendo da Internet: le ho stampate e ho preso la mia cara antica matita per fare come gli studenti: sottolineare, appuntare, incorniciare ciò che mi pare più o meno rilevante a seconda dei riscontri con le mie convinzioni.

Ammetto che sono ancora abbastanza indietro con la lettura, ma ho iniziato da pochi giorni e vado lento: la scusa ufficiale è il caldo; quella reale è che le pagine congressuali si inseriscono in una babele di libri che apro, leggo e che poi trascuro. I sensi di colpa si fanno sentire e così devo prestare attenzione un po’ a tutti i miei “fratelli di carta” che giacciono sul comodino o sulla mia scrivania.

Il punto
Ma veniamo al punto per cui ho deciso di scrivere queste righe. Nel corso degli anni, soprattutto degli ultimi venti della sua trentennale vita, Rifondazione Comunista ha fatto notevoli passi in avanti nell’ammodernamento di una cassetta degli attrezzi utile ad analizzare compiutamente gli sviluppi del capitalismo e le sue involuzioni liberiste e globaliste che, per l’appunto, in quanto tali, si sono riversate su tutto il pianeta, approfittando delle diseguaglianze acuite da lustri di guerre imperialiste che nemmeno l’attuale amministrazione Biden disconosce, pur provando a seguire un passo neokeynesiano nelle politiche economiche interne agli USA (come giustamente si nota nella Tesi II del documento congressuale del Partito).

Questa espansione planetaria del capitalismo viene, da un lato minimizzata dalle forze riformiste, capaci opportunisticamente di trovare sempre qualche spunto di ottimismo nella truculenza spietata del regime delle merci e del profitto, dall’altro lato criticata senza appello dai comunisti che però, pur dando la giusta importanza alla questione ambientale ed ecologica, quando parlando di liberazione lo fanno riferendosi esclusivamente a quella umana.

E’ venuto il momento che il movimento comunista faccia un salto di qualità ulteriore per stabilire l’equilibrio dovuto tra liberazione umana e liberazione animale entro il contesto qualificante scientificamente e politicamente (oltre che eticamente) dell’anticapitalismo, della sua più attuale declinazione antiliberista.

Se proviamo a considerare in una scala valoriale questi ambiti di critica economica, sociale e ambientale, ci accorgiamo che, anche nelle tesi dell’XI Congresso, manca un capitolo che parli esplicitamente dell’antispecismo, della liberazione di tutti gli esseri viventi di e in questo pianeta da un sistema creato dagli esseri umani e subito da tutti gli altri esseri viventi (oltre che dalla stragrande maggioranza dell’umanità, si intende). La questione antispecista, ostica per molti nel suo essere definita tale, come del resto era un tempo ostico e incomprensibile l’antirazzismo, oppure concetti in positivo come il femminismo, va posta una volta per tutte come comprendente tutte le pregiudizialità e le discriminazioni che ne derivano.

Dalla considerazione antropocentrista della superiorità umana su tutti gli altri esseri viventi – e sul pianeta stesso, su quella che chiamiamo “Natura” con la enne maiuscola – derivano tutti gli altri piani di superiorità ed inferiorità che abbiamo deciso nel corso dei millenni essere la consuetudine per lo sviluppo della nostra specie.

Sulle altre, rispetto alle altre. Patriarcalismo e razzismo, omobitransfobia, fobie antisociali di tutti i tipi, compresi ovviamente i rapporti di classe che condannano la povertà ad essere considerata umiliante e degradante, mentre la ricchezza derivata dalla sfruttamento di altri esseri umani (e di tanti animali) è nell’etica capitalista l’unico merito possibile, sono comportamenti che provengono anche da un rapporto tra noi stessi e la coscienza, ma prima di tutto da quella essenza sociale richiamata da Marx come determinazione prima (anche se non unica) della coscienza stessa.

Il sogno di Nino
Citiamo sovente Gramsci, lo facciamo per riprendere le grandi intuizioni e gli studi del pensatore e dirigente comunista sulla società italiana, sul fascismo, sulla costruzione del Partito e sui rapporti di questo con la classe di riferimento, e sorvoliamo – forse non volutamente, ma non per questo con meno responsabilità anche politica oltre che intellettuale – su quelle riflessioni che attengono al “mondo grande e terribile” fatto anche di ingiustizie verso chi non è uomo o donna, ma animale. Gramsci vive questo dramma nel dramma, senza una vera e propria consapevolezza del problema nella sua piuttosto moderna evoluzione critica, sostenuta da sempre più fatti oggettivi, da riscontri scientifici.

Senza possedere nessuno degli strumenti che oggi noi abbiamo a disposizione per avere un quadro evidente dello sfruttamento degli animali non umani da parte di noi animali umani, e pur essendo ad inizio ‘900 ancora praticamente sconosciuto l’allevamento intensivo e la destinazione di miliardi di esseri viventi al macello o alla pesca (che sarebbe meglio chiamare “depredazione di mari ed oceani“), Gramsci, così come Pitagora, Confucio, Leonardo Da Vinci, Benjamin Franklin, Charles Darwin e del mahatma Ghandi, si pone il problema del rapporto tra umanità e natura ma non lo fa dal solo punto di vista antropocentrico.

Lo fa inquadrando la tematica entro la cornice dello sfruttamento di esseri viventi nei confronti di altri esseri viventi. Di specie differenti, ma appartenenti tutti allo stesso regno: quello animale. E lo fa favoleggiando, raccontando la fiaba del vecchio direttore di un circo che ripercorre le tappe della sua vita. Fugge da una casa dove viene maltrattato, da genitori che lo prendono letteralmente a bastonate, e si rifugia in un circo di nomadi girovaghi. Lì ritrova la sua energia giovanile: al pubblico mostra numeri stupefacenti, obbligando i passerotti a comportarsi secondo i suoi comandi, domando gli enormi elefanti. Ma è tutto un onirismo gramsciano, un sogno che parla a chi ascolta la fiaba di una voglia di libertà per tutti gli esseri viventi, liberi da qualunque ordine, da qualunque subordinazione, da qualunque imposizione.

Un comunismo ancora più coraggioso
Il comunismo del nuovo millennio non può e non deve prescindere da una visione più ampia di quella cui è stato abituato fino ad oggi: pensare che, risolto il grande tema, la grande contraddizione capitalista dell’accumulazione a fronte dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la società in cui vivere somiglierà molto a quell’epoca saturniana di giustizia, libertà e serenità un po’ per tutti.  Per quanto difficile sia immaginare qualunque mondo che sia andato oltre il sistema delle merci e del profitto, per quanto sia oltre tutto molto anti-marxiano, poco scientifico politicamente parlando, sarebbe comunque utile includere in questo sogno tanto la liberazione umana dall’uomo quanto quella degli animali dall’uomo.

Per quale ragione altri esseri viventi sulla Terra dovrebbero essere al servizio nostro? Chi lo ha stabilito se non chi vuole continuare a dominare sulla natura e su individui che considera di “serie B” soltanto perché non hanno raggiunto il grado di complessa evoluzione della materia che abbiamo ottenuto noi grazie alla combinazione delle particelle proveniente dalle stelle?

Immagino che siamo sufficientemente critici verso il creazionismo da escludere qualunque giustificazione di carattere divino circa l’asservimento degli animali nei confronti di noi umani. La caotica, ed allo stesso tempo ordinatamente obbediente a precise leggi dell’universo, composizione e scomposizione della materia ha incontrato quelle coordinate che hanno permesso la vita sulla Terra e la sua straordinaria storia che data a miliardi e miliardi di anni fa.

Se, dunque, siamo consapevoli che non esiste nessun diritto divino che attribuisca al potere umano la facoltà conseguente di appropriarsi degli animali, delle risorse naturali per scopi esclusivamente ed egoisticamente votati alla perpetuazione della sola specie che ha coscienza del non-senso della vita (della mancanza di una spiegazione del tutto, dell’esistente), se ne deve convenire che spetta proprio ai comunisti, in quanto parte politicamente più evoluta nella critica al capitalismo e allo sfruttamento in quanto tale di tutti e tutto ciò che incontra sulla sua strada, elaborare una analisi compiuta dell’antispecismo come elemento veramente costituente di un nuovo comunismo.

Un comunismo tutto da scrivere, se vogliamo da rivedere partendo proprio dalla considerazione che nessuno sfruttamento è lecito e che gli animali sono individui, sono esseri viventi e che cibarsi di loro, utilizzarli crudelmente per lenire le nostre fatiche o per dei nostri presunti piaceri (tanto l’andare sulle botticelle romane quanto farne bestie da soma, oppure impiegarli per gareggiare in palii, corride sanguinarie, corse di tori, gare mortali di combattimenti di cani, galli… eccetera, purtroppo…) non è meno colpevole, immorale e terribile dell’allevamento intensivo dove sono all’ordine del giorno le crudeltà più orribili.

Sfruttamento totalizzante
La questione antispecista, oltre tutto, non è un punto di principio esclusivamente etico, un antirazzismo – diciamo così – all’ennesima potenza: è una critica molto più radicale e ampia nei confronti dello sfruttamento del pianeta, delle sue risorse che vengono impiegate per mantenere allevamenti che sono veri e propri lager, dove tutto è finalizzato alla produzione e nel nome di questa si sacrificano: gli spazi in cui vivono gli animali, i tempi della loro vita, la qualità dei cibi che vengono loro dati, lo stato emotivo di questi miliardi di esseri viventi che ogni anno vengono trucidati solo per soddisfare la domanda di carne indotta da un mercato che non rispetta niente e nessuno.

Basti pensare che, nella sola Europa, ben il 71% dei terreni agricoli è utilizzato per allevamenti e non per l’agricoltura. Oppure che per fare un hamburger occorrono quasi 3 kg di CO2, 30 mq di terra, la vita ovviamente di 1 animale (mucca o maiale, nella maggior parte dei casi) e ben 1.541 litri di acqua. E’ sostenibile tutto ciò, anche se vi dicono che la carne proviene da allevamenti italiani o che gli animali sono “allevati a terra“? E dove dovrebbero essere allevati, in cielo? Un modo come un altro per aggirare le problematiche di coscienza, più che di portafoglio, di chi magari qualche domanda inizia a farsela e pensa che, tutto sommato, si vive benissimo anche senza mangiare altri esseri viventi.

Il salmone che mangiate nel sushi o sfilettato e messo ben in mostra con accattivanti etichette che ne farebbero un prodotto “eticamente sostenibile“, perché proveniente da una pesca che “rispetta” mari, oceani e pesci (per rispettarli davvero, bisognerebbe lasciar vivere i pesci nel loro ambiente e smetterla di pescarli!), quel salmone singolo ha bisogno, per poter diventare macellabile e commercializzabile, di mangiare almeno 120 acciughe. Moltiplicate il tutto per i miliardi di pesci tirati con le reti o allevati nelle insalubri vasche di acquacoltura e potrete avvicinarvi a capire che lo spopolamento dei mari, ovviamente, diventa un problema non più rimandabile, visto quanti siamo su questo pianeta e visto quanti si cibano di animali di terra e di mare.

Ancora qualche numero? Per produrre 1 chilogrammo di proteine animali occorrono 109.000 litri di acqua! Per produrre 1 chilogrammo di proteine vegetali 10.4000 litri. Iniziare a pensare ad un nuovo modello di sviluppo economico implica, senza più rinvii legati ad alibi che vorrebbero legare la contraddizione tra natura e umanità come l’unica da risolvere per salvare il pianeta, la critica dello specismo, dell’accettazione attiva o passiva del rapporto tra umani e animali come rapporto “naturale“, semmai da modificare un tantino negli eccessi rappresentati dagli allevamenti intensivi.

Siamo innanzi ad uno sfruttamento a tutto tondo, che non risparmia nulla. Pertanto la critica comunista deve essere altrettanto totalizzante e non può fermarsi al piano dell’unidirezionale rapporto della sola umanità nei confronti della natura, escludendo tutti gli altri esseri viventi cui, invece, dobbiamo quel rispetto che vorremmo riservare a noi stessi cancellando il capitalismo per come l’abbiamo vissuto fino ad oggi: devastatore dei rapporti umani, alterante gli equilibri naturali e capace di portare all’estinzione molte forme di vita, sovvertendo proprio la “natura delle cose“.

Nel dibattito di un Partito come Rifondazione Comunista, di un moderno partito comunista e libertario, deve trovare posto, per assumere i connotati della ragione di fondo su cui edificare il nuovo movimento anticapitalista del presente e del futuro, l’antispecismo unitamente alla lotta per la preservazione dell’unica casa che abbiamo e che, per troppo tempo, abbiamo considerato nostra senza tenere conto che non siamo i soli ad abitarla.

Approssimativamente, la vita sulla Terra è composta così: l’82% da vegetali, piante, boschi, foreste; il 13% da batteri; il 5% dagli animali che abbiamo chiamato “non umani“, mentre gli esseri umani sono solo lo 0,01% degli abitanti del pianeta…

E’ o non è una contraddizione uguale, se non peggiore, di quella della contraddizione tutta nostra, tutta umana, che abbiamo chiamato “capitalismo“, quella dove lo 0,01% della vita sulla Terra pretende di dominare il 99,99% di tutto il resto? A questo interrogativo i comunisti sono chiamati a rispondere, senza evitamenti, senza scorciatoie che si appellino al pragmatismo della considerazione della drammaticità dell’esistenza di miliardi di moderni proletari sfruttati. Se sono sfruttati è colpa di un sistema che noi abbiamo creato e che dobbiamo contribuire a destrutturare, distruggere ed oltrepassare per far cessare qualunque forma di sfruttamento sulla Terra. Qualunque, per chiunque.

MARCO SFERINI

8 luglio 2021