Astensione

Il neoliberismo reazionario e quello progressista si alternano mentre la società si passivizza e spoliticizza. Non è la prima volta che l’astensione raggiunge questi livelli. In Emilia Romagna nel 2014 votò il 37,7%. Alle successive votò il 68%.

Il dato comunque fotografa una disaffezione crescente che ha una molteplicità di ragioni. Non solo la mancanza di alternative e la sfiducia, ma anche la mancata mobilitazione emotiva perché il risultato era scontato. Dal 1994 con le leggi elettorali maggioritarie la gente si è abituata a votare “per vincere” non per essere rappresentata. Quindi se non c’è gara non ci si appassiona.

Ovviamente pesa di fondo la sempre minore capacità del sistema politico di rispondere ai bisogni delle cittadine e dei cittadini. Trasformare la sfiducia in protesta e alternativa di sistema è il nostro compito. Ma non ci riusciamo.

Va detto che in Francia, dove c’erano alternative forti a sinistra e a destra, l’astensione è stata comunque alta. Ci sono dinamiche di fondo che producono la crisi della rappresentanza.

La destra

Lo schieramento al governo è una minoranza nel paese ma è l’unico polo che si presenta unito. Sbagliato dire che l’Italia va destra. Più che altro si conferma che con queste leggi elettorali (volute dal centrosinistra) la destra vince.

Grazie alle sciagurate “riforme” di destra del centrosinistra il governo sta per assumere il controllo della RAI che prima rispondeva al parlamento non all’esecutivo. Ci evitino lacrime di coccodrillo.

Legge elettorale

Per battere la destra e, soprattutto, per ricostruire la democrazia costituzionale, bisogna ritornare a un sistema elettorale proporzionale. Dopo 30 anni di leggi elettorali maggioritarie è evidente che sono servite solo a rendere il sistema politico più impermeabile e antipopolare.

Una campagna elettorale referendaria per una legge proporzionale è una priorità democratica e anche sociale (per questo ci vogliono anche quesiti sociali e ambientali). Bipolarismo e neoliberismo vanno a braccetto.

Il PD

Il PD festeggia per aver mantenuto il ruolo di forza principale su cui ricostruire il bipolarismo. Che vinca la destra per loro è secondario.

D’altronde già alle politiche hanno preferito perdere piuttosto che cambiare il loro impianto programmatico draghiano. Aspetteranno che la destra cominci a perdere colpi per rilanciare il proprio “campo largo”. Purtroppo non c’è da aspettarsi una svolta programmatica ne’ in politica estera ne’ sul piano economico sociale.

Con il PD al governo sono passate senza protesta sociale le peggiori “riforme” contro le quali in Francia ci sono state ondate di protesta popolare.

Non c’è da spargere una sola lacrima per la sconfitta del centro”sinistra”. Se l’Italia è il paese con l’età pensionabile più alta d’Europa e l’unico in cui i salari sono diminuiti è innanzitutto colpa loro che hanno usato i voti di sinistra per fare cose di destra.

Calenda

Il flop di Calenda è l’unico dato positivo delle elezioni.

M5S

Il dato insoddisfacente del partito di Conte potrebbe spingerli a rientrare nel “campo largo”. Sarebbe molto negativo perché il M5S può essere un interlocutore sui temi sociali, ambientali e pacifisti della sinistra radicale.

Il risultato lombardo dimostra comunque che dell’abbraccio col Pd non beneficia una formazione che era nata come antisistema. Sui territori ci sono molti attiviste/i che hanno una sensibilità che li avvicina a noi. Bisogna cercare di coalizzarci su programmi condivisi.

La guerra

Anche in questa tornata è come se la guerra non esistesse. Nessuno dei partiti della guerra (Verdi compresi) pare pagare un prezzo in termini di consenso. Questa guerra non indigna.

Se non c’è una proposta politica che polarizza sul no alla guerra questo non si traduce in termini elettorali.

La questione sociale

È indubbio che nella crescita dell’astensione pesi l’assenza nel nostro paese di una conflittualità sociale su larga scala. Tante piccole vertenze non cambiano gli orientamenti e il clima del paese. Senza azione collettiva declina la partecipazione politica. La differenza con la Francia è siderale.

Il problema italiano è che il centrosinistra e il PD hanno come ragione sociale quella di fare le “riforme” neoliberiste senza conflitto sociale. La Nupes al 25% in Francia è possibile perché le privatizzazioni e la “riforme” del lavoro e delle pensioni sono state e sono contrastate da ondate di scioperi e lotte sociali.

Il nostro problema è che la sinistra radicale (partiti e movimenti) in Italia non è da anni in grado di determinare cicli di lotta o almeno scadenze di masse percepite dal paese. Per questo la nostra giusta sottolineatura del fatto che senza lotte sociali non ritroveremo neanche forza elettorale rischia di diventare una constatazione più che un’indicazione pratica.

Senza una classe che lotta difficile che ci sia una sinistra di classe.

Invece di contemplare gli attuali rapporti di forza e ripetere “frasi” sacrosante sulla centralità del sociale, potremmo renderci utili a una ripresa delle lotte se riusciremo a costruire una forza politica in grado di introdurre un punto di vista diverso nel dibattito pubblico ancora monopolizzato da atlantismo e neoliberismo. Soprattutto che proponga un’agenda programmatica e una visione diversa da quelle delle classi dominanti.

Noi

Unione Popolare è andata dignitosamente in Lombardia (anche se prendiamo 7000 voti in meno rispetto alle politiche), male nel Lazio.

Sicuramente ha pesato il ritardo nello sviluppo di un progetto che in estate aveva suscitato entusiasmo. Penso che esca confermata la necessità di non essere autoreferenziali e l’insufficienza del volontarismo.

Solo se siamo il motore di un fronte pacifista, ambientalista e di sinistra più largo possiamo, a partire dai livelli locali, uscire da un isolamento che ci fa apparire incapaci di incidere. Se dobbiamo fare gli identitari possiamo tornare al nostro simbolo storico.

Dopo il voto di settembre non abbiamo potuto avanzare una proposta politica pubblicamente perché dentro UP e PRC ci sono idee diverse. Come altrove dobbiamo proporre un polo che sia credibile come potenziale alternativa sul piano elettorale e comunque in grado di eleggere.

Non ci sono ricette salvifiche, ma forse una linea più capace di interloquire all’esterno dei nostri ristretti ambienti e più convinta nella costruzione di convergenze con chi condivide, sia pure senza la nostra lineare coerenza, il no alla guerra, la difesa dell’ambiente, la tutela dei beni comuni e la centralità dei diritti sociali, avrebbe portato a Unione Popolare qualche simpatia in più.

I voti si guadagnano anche facendosi percepire come soggettività inclusiva e non chiusa, e questo è un dato su cui occorrerà seriamente riflettere per il futuro.

La linea che ho proposto nei mesi scorsi – contrastata nel partito – avrebbe forse potuto produrre una maggiore interesse e coinvolgimento intorno a UP. Spero che il duro dato elettorale faccia riflettere.

Finché non riusciremo a indicare sul campo elettorale una prospettiva realistica e capace di incidere, il voto premierà la sinistra “ornamentale” che si allea col Pd in maniera subalterna ma è percepita come eleggibile.

L’attuale sistema non contempla la possibilità di una sinistra radicale (cioè di una sinistra) autonoma e forte ma l’alternanza tra schieramenti che convergono sulle scelte di fondo.

Dobbiamo da comuniste/i rifiutare il destino che il bipolarismo e il neoliberismo ci assegnano: o subalterni o settari.

Grazie alle compagne e ai compagni che hanno reso possibile la nostra presentazione e che hanno lavorato con passione. Proprio perché facciamo enormi sacrifici per resistere controcorrente abbiamo il dovere di non accontentarci di ripetere formule consolatorie.

MAURIZIO ACERBO
Segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

Roma, 14 febbraio 2023