Documento politico approvato dal Comitato Politico Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista domenica 26 giugno

Le profonde contraddizioni del capitalismo dopo decenni di egemonia neoliberista continuano a produrre scenari di crisi e regressione. Un modo di produzione che pone al primo posto l’accumulazione di capitale e non i bisogni sociali sta producendo sempre più conseguenze catastrofiche. 

Non avevamo ancora superato la crisi sanitaria, sociale e economica prodotta dalla pandemia che è esplosa la guerra in Ucraina. L’inflazione e il carovita colpiscono i redditi delle classi popolari che pagheranno le conseguenze della guerra, della crisi causata dal covid e della speculazione sull’energia resa possibile dalle “riforme” neoliberiste degli ultimi decenni.

La crisi climatica assume dimensioni percepibili ormai anche in un paese come il nostro con la siccità e il PO senza acqua. Negli USA una sentenza cancella il diritto all’aborto riportando indietro di cinquanta anni i diritti delle donne. Guerre e militarismo, disastri ecologici, crescita delle disuguaglianze, svuotamento delle democrazie, risorgere di nazionalismi, razzismi, oppressione di genere e patriarcato non sono residui del passato, ma elementi costitutivi della “modernità” del capitalismo neoliberista. 

La strage di decine di migranti nell’enclave di Ceuta e Melilla è l’ennesimo orrore, che si aggiunge alle decine di migliaia di vittime dimenticate di leggi razziste e securitarie e dell’esternalizzazione delle frontiere della ‘Fortezza Europa’. 

La guerra in Ucraina prosegue confermando i pericoli che abbiamo denunciato fin dal primo momento. L’invio di armi sempre più potenti e l’inasprimento progressivo delle sanzioni non fermano il massacro e il popolo ucraino è la prima vittima della “guerra per procura” tra USA e Russia.

La sciagurata invasione decisa da Putin ha dato occasione agli USA di rafforzare la subordinazione dell’Unione Europea attraverso il rilancio della NATO e di compattare tutto il blocco occidentale nelle scelte di riarmo e nuova “guerra fredda” contro la Cina. La scelta della pace e della trattativa è indispensabile se si vuole evitare il rischio di una terza guerra mondiale e di un conflitto nucleare, fermare la corsa agli armamenti e il proliferare di nuovi conflitti.

La condanna dell’azione militare e del revanscismo nazionalista putiniano non comporta nessuna indulgenza verso l’espansionismo della NATO. La lotta per la pace passa attraverso la critica dell’ideologia occidentale che legittima le scelte di guerra e del ruolo della NATO come alleanza aggressiva e fattore di destabilizzazione. La globalizzazione ha messo in crisi l’unipolarismo degli Stati Uniti che cercano di mantenere il dominio globale unipolare sostituendo sempre più la concorrenza economica con la forza militare, secondo la dinamica più classica dell’imperialismo.

I popoli europei debbono rifiutarsi di seguire gli Stati Uniti nella loro strategia che compensa il declino economico con l’impiego di una supremazia militare che a livello globale è senza rivali: la spesa militare USA è maggiore della somma degli altri nove paesi con la spesa più alta messi insieme, nessuna altra potenza conta più di 800 basi militari in tutto il mondo.

L’opposizione all’aumento delle spese militari in Italia e in Europa è decisiva non solo per recuperare risorse da destinare ai bisogni sociali ma soprattutto per evitare ulteriori scenari di guerra anche nucleare. L’opposizione all’invio delle armi in Ucraina è un no al crescente coinvolgimento diretto dell’Italia nelle guerre USA che ha visto il nostro paese trasformarsi in una piattaforma militare e i nostri piloti addestrarsi al lancio di bombe atomiche nei programmi di nuclear sharing della NATO. Gli F35 pronti all’uso delle armi nucleari sono l’ennesima dimostrazione della sostanziale cancellazione bipartisan dell’articolo 11 della Costituzione.

L’UE appare sempre più incapace di affrontare l’intreccio delle crisi, finanziaria e poi economica e sociale, sanitaria, bellica e climatica, i cui effetti si cumulano. La BCE che ha come obiettivo fondamentale, da noi sempre criticato, il controllo della stabilità monetaria affronta una dinamica inflattiva che viaggia verso le due cifre. Rispetto al passato l’inflazione non può in alcun modo essere ricondotta a dinamiche di crescita dei salari o a eccessi espansivi. A trainare il fenomeno sono gli aumenti dei costi nei campi energetici, alimentari, farmaceutici spinti dalle dinamiche dei mercati borsistici e dagli extra profitti.

Ora la BCE insegue la FED degli USA pensando di raffreddare la tendenza con aumenti del costo del denaro. Verosimilmente questo al contrario determinerà ulteriori riduzioni delle aspettative di crescita e ulteriore indebitamento degli Stati chiamati a fare fronte agli effetti delle crisi senza potere e volere intervenire sulle cause.

L’altra misura presa dalla BCE di terminare l’acquisto dei titoli di debito sovrano ha già determinato effetti negativi sugli spread. La parziale correzione intervenuta in direzione di interventi mirati e selettivi per limitare gli spread stessi è apparsa riparativa a danni già fatti e non si è ancora per altro concretizzata. Come non c’è nulla di fatto in termini di controllo sui tetti dei costi energetici. D’altronde la UE ha già dimostrato sia in termini di vaccini che di acquisto di armi di operare come pura piattaforma di mercato subordinata al sistema delle multinazionali.

La situazione appare ancora più strutturalmente drammatica se si pensa a come la UE secondo i dati forniti dalla stessa Lagarde sia l’area che ha visto crescere enormemente la quota di Pil legato agli scambi commerciali cresciuta di oltre venti punti superando il 50% nello stesso periodo in cui negli USA cresceva di tre punti restando appena sopra il 30%. Non a caso la forza economica del Paese leader europeo, la Germania, sta nei surplus delle esportazioni. Laddove quella USA poggia sul controllo monetario della globalizzazione.

Mentre l’UE schiaccia se stessa nel neoatlantismo che unisce ai guasti della globalizzazione quelli di una sua rottura per linee geopolitiche, i BRICS pongono il tema di un multipolarismo della globalizzazione stessa.

La dimensione della proposta avanzata nel loro recente incontro, in particolare per quanto concerne l’uso negli scambi commerciali di uno strumento monetario diverso dal dollaro, ha indubbiamente effetti dirompenti. Nessuno purtroppo pone però il tema di fondo di una critica radicale dell’economia capitalistica finanziarizzata e globalizzata e di un’alternativa sociale ed ambientale che passi attraverso la cooperazione e la giustizia sociale e climatica.

L’Italia in questo quadro sta moltiplicando più che sommando gli effetti delle varie crisi. L’UE e il governo Draghi rispondono con un ritorno all’austerità che colpisce pesantemente l’economia reale e le classi lavoratrici del nostro paese già tartassati dai precedenti aumenti delle bollette e dal carovita. Le conseguenze saranno pesanti con chiusure e/o acquisizioni di aziende da parte di gruppi esteri, licenziamenti e nuova disoccupazione, perdita di potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, crescita delle fasce sociali impoverite. 

E’ bene ricordare inoltre che la crisi in atto colpisce e colpirà ancora più duramente l’occupazione delle donne e sta già creando un aumento di ferite personali e sociali contro tutti i soggetti meno garantiti. Razzismo, odio contro le donne, omofobia e transfobia sono una realtà che va valutata insieme alle questioni dell’oppressione e immiserimento di lavoratrici e lavoratori.

Sul piano ambientale la guerra ha dato l’occasione per rinunciare definitivamente alla transizione ecologica con il ritorno del carbone, delle trivellazioni e l’inserimento di nucleare e gas nella tassonomia europea.

Dal governo Draghi non sono arrivate risposte all’emergenza sociale, al carovita, alla precarietà, ai bassi salari né alcun rilancio del ruolo pubblico. Anzi proseguono i tagli a scuola, sanità e spesa sociale mentre aumentano le spese militari e si elargiscono enormi risorse alle imprese attraverso il PNRR. La pandemia non ha indotto alcuna svolta sostanziale nell’orientamento del governo tanto che viene rilanciata persino l’autonomia differenziata nella versione più estrema con il ddl della ministra Gelmini, un colpo irreversibile all’unità nazionale e all’uguaglianza dei diritti che penalizza fortemente il mezzogiorno.

La guerra in corso, e le politiche del governo Draghi, confermano che il bipolarismo è un gioco truccato e che si procede verso una democratura con governi che teorizzano di non dover essere controllati dal Parlamento.

Occorre lavorare per la costruzione di un’alternativa popolare e autenticamente di sinistra ai poli politici esistenti caratterizzati da un nuovo atlantismo militarizzato ed aggressivo che vede in prima fila PD e FdI. Questo lavoro va portato avanti a tutti i livelli, a livello di territori così come a livello nazionale, mantenendo in ogni dove una linearità di collocazione politica alternativa alle forze di sistema. Operando concretamente e coerentemente in questo senso.

La guerra ha reso ancor più evidente la necessità di proseguire sulla linea indicata nel congresso nazionale di costruzione di “uno schieramento, una soggettività, un’aggregazione che, per dimensioni e credibilità, possa rappresentare una alternativa allo stato di cose presente” e che lavori fin da subito per cacciare il governo Draghi, responsabile delle politiche antipopolari che scaricano sulle classi lavoratrici i costi della crisi.

La maggioranza del paese non condivide le scelte dello schieramento guerrafondaio e atlantista ma quasi tutto il parlamento si è schierato per l’invio di armi e l’aumento delle spese militari con tardive e incoerenti prese di distanza di M5S e Lega.

C’è bisogno di una coerente proposta politica pacifista che parli a una maggioranza del paese oggi priva di rappresentanza, un programma sociale che parli alle classi lavoratrici e popolari, un programma ecologista conseguente all’altezza delle molteplici emergenze che risponda alla sensibilità sempre più diffusa tra le giovani generazioni, un programma di difesa dei beni comuni e rilancio del pubblico, un programma di libertà e diritti per tutt*.

Lavoriamo per una coalizione di unità popolare – con un profilo pacifista, di classe, ecologista, femminista, solidale, libertario e antifascista – che si proponga di aggregare un blocco sociale su un programma di attuazione della Costituzione, di radicale alternativa per il nostro Paese, per la pace e un eco-socialismo del XXI secolo. Lavoriamo per una proposta che metta al centro le questioni sociali (salari, precarietà, stato sociale, pensioni, fisco) e sia percepibile da larghi settori popolari come necessaria e diversa dalle ricette delle classi dirigenti neoliberiste di centrodestra e centrosinistra.

La proposta di unità popolare va costruita sulla base di un programma di rottura e cambiamento contrapposto alle politiche portate avanti dalle forze di maggioranza che sostiene Draghi e dal partito unico della guerra, della precarietà, della precarizzazione, delle privatizzazioni, della devastazione ambientale.

L’autonomia e l’alternatività rispetto ai poli esistenti – e in particolare al PD – è fondamentale per rendere evidente che proponiamo di ricostruire una sinistra popolare che propone politiche radicalmente diverse da quelle antipopolari che hanno caratterizzato il centrosinistra.

Per questo ribadiamo la nostra critica non settaria ma determinata alle posizioni di quelle formazioni di sinistra e ai verdi che perseverano nell’alleanza con un PD che si identifica con il governo Draghi.

Le posizioni del PD sulla guerra e il riarmo, come sulle principali questioni ambientali e sociali, mostrano che quella della sinistra “coraggiosa” – che abbiamo definito “ornamentale” – è una scelta del tutto inefficace sul piano dei risultati e dannosa sul piano politico perché ostacola la costruzione e la prefigurazione di un’alternativa nel paese. Sono questioni da porre con spirito costruttivo alle aree di sinistra e di movimento che sono state egemonizzate negli ultimi anni dalla logica del “meno peggio” e catturate nella finta alternanza del bipolarismo.

Proprio l’esempio di Melenchon e della NUPES in Francia dimostra per l’ennesima volta che una sinistra radicale può tornare ad avere dimensioni elettorali di massa sulla base di un profilo di netta distinzione dalle classi dirigenti responsabili delle politiche neoliberiste al servizio delle oligarchie economiche.

Troviamo contraddittorie le dichiarazioni di entusiasmo per i risultati di Melenchon e la reiterazione dell’alleanza subalterna con i partiti che hanno un evidente profilo macroniano. Né appare assimilabile al “campo largo” italiano l’esperienza delle nostre compagne e compagni di Unidas Podemos in Spagna che pur con grandi difficoltà hanno una dimensione e un potere contrattuale ben diverso dopo una stagione di movimenti come gli “indignados” che ha cambiato negli anni scorsi i rapporti di forza. 

La nostra proposta politica è rigorosamente antifascista, antisessista, contro ogni forma di discriminazione e razzismo, per la difesa della laicità dello stato e contro ogni attacco oscurantista e reazionario ai diritti e alle libertà.

Rifiutiamo l’uso strumentale dell’antifascismo a fini elettorali non solo per l’evidenza che il PD è riuscito a condividere governi con tutti i principali esponenti della destra (anche quelli che vengono da MSI-AN) ma soprattutto per la constatazione che proprio il bipolarismo e i governi di cui fa parte il PD hanno prodotto la crescita inedita nella storia repubblicana del partito della fiamma tricolore.

E’ una grave responsabilità del PD e del centrosinistra quella di aver concorso in maniera determinante allo svuotamento della democrazia costituzionale e persino a iniziative qualunquiste come il taglio del numero dei parlamentari. A tutti gli autentici democratici e antifascisti proponiamo di unirci in una lega per la proporzionale, ponendo fine alle distorsioni della rappresentanza e ai rischi autoritari e di stravolgimento costituzionale propri del maggioritario. 

Abbiamo consapevolezza che una proposta di alternativa dovrà affrontare enormi difficoltà come abbiamo riscontrato da anni nelle elezioni regionali (con l’eccezione della Calabria) e amministrative. Però proprio l’ultima tornata amministrativa – pur evidenziando la persistente rarefazione della presenza della sinistra radicale e del partito nei comuni – ha visto alcuni risultati assai positivi di coalizioni di sinistra e civiche alternative (Cuneo, Carrara, Fabriano, Pistoia e Molfetta per esempio). Il dato principale rimane quello della crescita dell’astensione che va indagato a fondo.

Non basta dunque la riaffermazione della nostra alterità rispetto al centrodestra e al centrosinistra. La crisi di sistema in termini di legittimità e di rappresentanza è un fatto oggettivo. Bisogna intercettare la rabbia e la disaffezione di una larga parte della popolazione senza rappresentanza, che non si riconosce nell’attuale sistema politico e a cui bisogna proporre una prospettiva democratica di cambiamento.

Lo possiamo fare nel lungo periodo stando in relazione con i bisogni materiali (sussistenza, lavoro, casa, salute, ecc.) delle fasce sociali che più subiscono le conseguenze del neoliberismo. Dobbiamo saper parlare a questa parte della società oggi largamente esclusa dal sistema politico, dobbiamo farlo non dall’esterno ma stando all’interno delle tante situazioni di disagio, di protesta, di rabbia sociale.

Soltanto stando dentro questo campo, non importa se impolitico, riorganizzando una linea critica del basso contro l’alto, contro un sistema oligarchico che concentra il potere e il denaro in poche mani, abbiamo la possibilità di ricostruire le basi di radicamento di una sinistra di alternativa. 

A tal fine abbiamo la necessità, come già enunciato in un passaggio del documento congressuale, di “operare un deciso salto di qualità sul livello centrale” oltre che a livello di territori, salto di qualità che si deve “sostanziare in un’attitudine all’innovazione in direzione di un maggior radicamento del partito nelle lotte sociali”. 

Nel breve periodo abbiamo bisogno di un discorso e di una proposta politica che riesca a parlare anche attraverso i media e a suscitare attenzione e interesse in questi settori sempre più vasti del paese. Senza una proposta politica di rottura la stessa crisi del Movimento 5 Stelle sarà in parte capitalizzata dalla destra o determinerà ulteriore crescita dell’astensione. Certo il draghismo non è la risposta alla volontà di cambiamento che si era espressa con l’enorme consenso al M5S soprattutto nelle regioni meridionali.

Se la Nuova Unione Popolare Ecologica e Sociale, guidata da Mèlenchon, ha dimostrato che un programma e un discorso coerentemente di sinistra e ambientalista non sono condannati in Europa al minoritarismo è evidente che nel nostro paese non ci sono stati i cicli di lotte di massa e gli scioperi che hanno in Francia contrastato le misure antipopolari e le “riforme” neoliberiste.

Senza una ripresa delle lotte non cambieranno i rapporti di forza e gli orientamenti di massa, ma una proposta politica di sinistra può aiutare a dare spinta anche sul terreno sociale.

Lavoriamo per la convergenza dei movimenti come abbiamo fatto con la Società della cura, il Forum dei movimenti, il rapporto con il collettivo di fabbrica e il gruppo di supporto Insorgiamo della Gkn, il sostegno agli scioperi dei sindacati di base, le tante campagne e le pratiche sociali in cui siamo impegnate/i.

Il partito deve prestare attenzione al dibattito in corso nelle grandi organizzazioni di massa. Ciò vale, in questa fase, in modo particolare per il prossimo congresso nazionale della CGIL, le cui scelte sono decisive per dare, a una battaglia di opposizione contro la guerra e per una svolta decisa contro le politiche liberiste del governo Draghi, una dimensione di massa. Invitiamo tutti i nostri compagni iscritti alla CGIL a partecipare al congresso portando il nostro contributo.

E’ per noi fondamentale che la CGIL recuperi un indirizzo conflittuale di classe che nel tempo si è largamente smarrito a partire dalla lunga stagione della concertazione, quando il dilagare della precarietà del lavoro, la caduta dei salari e l’implosione della capacità contrattuale avrebbero richiesto una forte conflittualità sociale e un altrettanto robusta capacità di mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici. 

Il terreno sociale e la costruzione di una proposta politica non sono sovrapponibili ma neanche separate. La necessità della riapertura di un ciclo di lotte e la questione del ritorno della sinistra sul terreno della rappresentanza istituzionale non vanno contrapposte. L’assenza nello spazio della rappresentanza e quindi del dibattito pubblico di una sinistra anticapitalista e antiliberista, femminista, ambientalista e pacifista pesa anche sulla capacità di incidere dei movimenti e contribuisce alla passivizzazione e alla spoliticizzazione delle classi popolari.

In questi mesi abbiamo lavorato sul terreno sociale e politico per costruire interlocuzioni in direzione della concretizzazione di una proposta politica di alternativa. La guerra e l’urgenza della mobilitazione hanno in parte rallentato i percorsi in cui eravamo impegnate/i ma ne hanno rafforzato le ragioni.

Il percorso che stiamo avviando deve darsi l’obiettivo di coinvolgere la partecipazione di chi in questi anni si è allontanata/o da ogni prospettiva di politica organizzata.

Intorno all’appello “per la rinascita della sinistra”, promosso da Angelo d’Orsi, si sono raccolte adesioni significative in direzione di una costituente. L’appello rossoverde di Transform ha aperto la riflessione per il rilancio di un progetto e di una pratica ecosocialista di ambientalismo anticapitalista e antiliberista non subalterno. L’appello delle lavoratrici e dei lavoratori indica il bisogno di una proposta politica che sia chiaramente di classe con un programma incentrato sui temi del lavoro e del reddito.

Lavoriamo sui territori per costruire iniziative di partito e/o unitarie di discussione sul tema della guerra e la necessità di un’alternativa di pace, ecologia e giustizia sociale relazionandoci con i promotori degli appelli che aiutano a ricostruire una sfera pubblica di sinistra.

Giudichiamo assai positivo il percorso avviato con la nascita della componente unitaria ManifestA – PAP – PRC alla Camera e salutiamo con gioia la costituzione di analoga al Senato. Anche la ricostruzione di relazioni unitarie con Pap è un fatto positivo. Lavoriamo per la confluenza delle soggettività della sinistra antiliberista e anticapitalista in un progetto che però acquisterà forza e credibilità solo se riuscirà a diventare un movimento popolare ampio e popolare, partecipato e plurale.

Abbiamo registrato forte sintonia con Luigi De Magistris sul progetto di costruire una coalizione politica e sociale, una coalizione-movimento popolare, che coinvolga partiti e soggettività di diversa natura impegnate sul piano sociale e politico. A supporto di questo progetto si è aggregata per iniziativa di Piero Bevilacqua una rete di intellettuali e di competenze per un lavoro di elaborazione di un programma da proporre al paese. Si tratta di primi passi di una possibile riaggregazione di energie e intelligenze.

Riteniamo importante per lo sviluppo del movimento pacifista la scelta di molte realtà del mondo cattolico e cristiano di schierarsi contro la guerra e l’invio di armi. Per la forte sensibilità sui temi della pace, della giustizia sociale, dell’antirazzismo, della consapevolezza ecologica e della solidarietà con il sud del mondo costituiscono un interlocutore importante anche per una coalizione popolare.

Il comitato politico nazionale impegna la segreteria e la direzione a proseguire il percorso intrapreso con Luigi De Magistris, la componente ManifestA, in cui coinvolgere tutte le soggettività politiche e sociali, da quelle della sinistra anticapitalistica, sino alle associazioni cattoliche, pacifiste, ambientaliste, femministe, meridionaliste, sulla base della linea emersa al congresso, allargando e approfondendo tutte le interlocuzioni sociali e politiche, a partire dalle personalità che hanno promosso e aderito agli appelli citati e dalle esperienze territoriali, per definire il profilo e i contenuti della proposta e avviare un processo di partecipazione e discussione che attraversi il paese.

È necessario individuare rapidamente un percorso visibile e riconoscibile, un processo politico aperto a tutti i soggetti interessati: partiti, organizzazioni, movimenti, associazioni, istanze, vertenze territoriali e singole persone. Questo va sostanziato auspicabilmente in tempi brevi, definendo come base di partenza gli obiettivi politici e le regole di funzionamento collettivo per avviare un’ampia discussione – nei territori come a livello nazionale – e declinare a livello di massa il progetto politico.

Occorre dare sostanza a una progettualità di lungo respiro, che non nega e non sottovaluta l’appuntamento elettorale, ma si prenda cura della nascita di alleanze strategiche, per essere strumento efficace dell’opposizione sociale. Per dirla con l’Insorgiamo della GKN: non contendersi gli spazi esistenti, ma replicarli, farli crescere, moltiplicarli.

Il CPN impegna la segreteria e la direzione nella prosecuzione dell’impegno per la definizione della coalizione popolare con il coinvolgimento di tutto il partito a cominciare dai suoi organismi dirigenti, anche territoriali, e dai gruppi di lavoro appositamente costituiti.

Il Comitato Politico Nazionale invita circoli, federazioni e regionali al massimo impegno anche durante i mesi estivi nelle campagne contro la guerra e il carovita, contro l’autonomia differenziata e nel rafforzamento del partito con le campagne di tesseramento e autofinanziamento.

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA
COMITATO POLITICO NAZIONALE

Roma, 27 giugno 2022