L'eccidio di Porzûs

La sconfitta del revisionismo storico nelle pagine più dure della Resistenza, nella verità e nella Costituzione repubblicana

C'è un revisionismo storico subdolo, insidioso che è quello che si ammanta della presunta autorità storiografica di altrettanto presunti storici e cronisti convertiti al settore di destra anche in ultimi tempi. Giampaolo Pansa è l'esempio più eclatante di questo filone pseudo-storico. Quando ho letto il suo "Il sangue dei vinti" l'ho fatto cercando di comprendere a cosa mirasse quella ricerca messa in forma di dialogo con l'immaginaria Livia. Tendeva e tende a dimostrare che, alli partigiani della Osoppo a Topli Uorka fine della tenzone, la Resistenza italiana se non proprio si poteva identificare nella sua completezza con gli episodi efferati narrati nel libro, almeno poteva essere considerata anche con quell'aspetto e quindi poteva portare l'onta di episodi cruenti e feroci messi in atto dai partigiani che, quindi, non erano un'armata popolare fatta di eroici liberatori ma anche di banditi, di saccheggiatori, di stupratori.

L'ultimo libro di Pansa conferma non la scia revisionistica sulla Resistenza ma se la prende col potere dei giornalisti, con i giornali dove lui stesso è cresciuto ("la Repubblica", tanto per citarne uno) e con la sinistra italiana. Salva un poco "Il Fatto Quotidiano" come voce irriverente del panorama delle notizie, ma è facile intuire, anzi risulta evidente che Pansa recita ancora una volta il ruolo dell'emergente giornalista al di fuori del coro, il giornalista comodamente seduto sulle poltrone di un giornale di nome "Libero" che pretende di allontanare da sé l'ipocrisia e fare il fustigatore delle colpe altrui. Perfettamente in linea con lo spirito evocativo antiresistenziale che parte da "Il sangue dei vinti" e procede, procede con le atrocità dei comunisti italiani dal 1946 in poi.

Torniamo allora un attimo su questi episodi, analizziamone uno su tutti per capire come si inserirono nel contesto del dramma della guerra di Liberazione e come vennero letti e visti dai contemporanei e dalla recente storiografia del dopoguerra. Le malghe di Porzûs sono diventate celebri per un film di Renzo Martinelli dove un bravissimo Gianni Cavina interpreta "Spaccaossi", un gappista che alla fine si ribella al massacro e si fa fucilare insieme ai partigiani della Brigata Osoppo. Le cronache su quanto accade a Porzûs sono contrastanti e le stesse fonti storiche e, successivamente, quelle processuali non aiutano a definire con rigore scientifico i limiti di una storia che sarà sempre oggetto di controversia. Ciò che importa, a mio avviso, è dunque stabilire quanto avvenne e considerare la reazione che gli alti comandi del CLNAI ebbero nei confronti dei loro stessi partigiani.

Mario Toffanin "Giacca", che comandava i gappisti che salirono alle malghe dove si trovava la base della Osoppo ha sempre raccontato, con non poche contraddizioni, che la rappresaglia venne fatta su ordine suo e anche della federazione del PCI di Udine. Qui siamo davanti al primo dato incerto: chi diede l'ordine di eliminare i partigiani comandati da Francesco De Gregori "Bolla" (zio del noto cantautore omonimo e cognomino)?

Toffanin ha sempre dichiarato di aver dato lui quell'ordine, ma di averlo fatto sulla base di precise direttive del partito friulano. Il Partito Comunista, dal canto suo, non ha mai smentito questa ricostruzione. Più rischiosa la tesi che sia stato lo stesso Palmiro Togliatti a dare indicazione di fare "pulizia" tra i partigiani che venivanMario Toffanino considerati non internazionalisti e compromessi addirittura con elementi della Repubblica Sociale Italiana al fine di stabilire trattative per combattere la cessione delle terre giuliane alla Jugoslavia del maresciallo Tito.

Che esistessero forti contrasti tra le Brigate Garibaldi e quella azioniste, cattoliche e monarchiche su queste tematiche è storicamente accertato: il IX Corpus sloveno, direttamente dipendente dall'Esercito di Liberazione di Tito, aveva chiesto agli italiani combattenti nelle regioni friulane di passare sotto il comando jugoslavo per unire le forze contro i tedeschi e i fascisti e, finito il conflitto, collaborare alla costruzione anche in Italia di una democrazia di stampo socialista come quella che si prospettava a Belgrado. I garibaldini accettarono questa richiesta, spinti dalle direttive del Komintern e anche da quelle del PCI che ordinavano l'unità massima della lotta partigiana senza distinzione nazionale.

Che l'insieme della forze resistenziali italiane abbia avuto come caratterizzazione la rinascita della Patria e della Nazione è poi non solo evidente, ma è a fondamento della lotta, della guerra che venne condotta sul piano istituzionale da un governo di unità politica che andava dai monarchici fino ai comunisti e sul campo di battaglia con le bandiere rosse unite a quelle tricolori con la stella rossa al centro del campo bianco a significare che l'obiettivo era un'Italia non solo defascistizzata, ma anche profondamente rinnovata in senso progressista e socialista.

Comprensibile dunque la tensione tra anime politiche molto diverse all'interno della Resistenza, ma revisionistico ogni tentativo di mostrare tutto questo come una guerra nella guerra, una spietata bellicosità interna al CLNAI che, invece, ha mostrato una direzione delle formazioni partigiane veramente esemplare riuscendo anche a punire episodi come quello di Porzûs e molti altri che hanno deviato dai valori che ispiravano la lotta partigiana.

Di certo si sa che la Brigata Osoppo in quei giorni del febbraio 1945 ospita alle malghe una donna che Radio Londra ha denunciato come "amica dei tedeschi", come loro spia. Si chiama Elda Turchetti. Resta controverso il modo con cui sia giunta alla Osoppo. La versione più credibile - ma siamo nel campo delle ipotesi - è che sia fuggita da Gemona dove lavorava presso il comando delle SS per cercare protezione presso i partigiani stessi.

Quando arriva alle malghe osovane la accolgono con timore e decidono comunque di processarla. Questo processo si tiene il 1° febbraio 1945 e la donna risulta innocente. Radio Londra, dunque, avrebbe denunciato senza prova tangibile una donna che, comunque, tutti sapevano che lavorava per i tedeschi. Ma, ovviamente, dal lavorare per i tedeschi e dal diventarne una spia il passo può essere tanto lungo quanto breve.Francesco De Gregori

Le voci su presunti collaborazionismi tra le Brigate Osoppo ed elementi della RSI si fanno sempre più insistenti e i gappisti premono per risolvere quella che viene ormai chiamata la "questione slovena".

L'azione offensiva contro i partigiani della Osoppo accade meno di una settimana dopo il processo ad Elda Turchetti: tra il 7 e l'8 febbraio 1945 i partigiani guidati da "Giacca" salgono alle malghe. Si fingono sbandati, scappati da un convoglio tedesco che li avrebbe dovuti deportare in Germania. Dicono ai posti di guardia di essere in parte osovani e in parte garibaldini.

Quando i comandanti della Osoppo si accorgono del tranello è ormai troppo tardi e Toffanin "Giacca" fa arrestare tutti e fa fucilare sul posto Francesco De Gregori e altri suoi collaboratori. Un gruppo di partigiani osovani sarà fucilato nei giorni seguenti. Fra questi anche il fratello di Pier Paolo Pasolini, il giovane Guidalberto Pasolini il cui nome di battaglia era "Ermes".

La strage di Porzûs è una delle pagine più inquietanti della Resistenza nella Venezia Giulia ed è del tutto evidente che lo scontro di cui sopra si è alimentato di ostilità che tutto avevano a che vedere tranne che con la lotta antifascista. Lo si potrebbe definire un regolamento di conti politico tra comunisti e badogliani, monarchici, liberali e azionisti.

Ma per un episodio cruento, ferale e tremendo come questo, in tutta la pluriennale vita della lotta partigiana e della sua direzione politica c'è una collaborazione fattiva tra tutte le anime della Resistenza: fazzoletti verdi con fazzoletti azzurri e rossi, insieme anche a quelli degli anarchici, per tutti ricordiamo il famoso "Battaglione Lucetti" che operava sopra lo spezzino e che si rese particolarmente attivo anche nelle aree toscane.

Nessun'altra lotta partigiana, se non quella jugoslava, ha saputo risolversi nella fondazione di una repubblica parlamentare, democratica e di stampo fortemente progressista. A testimonianza di tutto questo è ancora lì - e speriamo vi resti a lungo - la Costituzione della Repubblica Italiana nata proprio da questo patto veramente circondato da un che di sacro che ha messo le fondamenta per uno Stato che, attaccato nei decenni successivi dai residui neofascisti e dalle trame nere degli intrecci tra servizi segreti deviati, logge massoniche e i partigiani della Osoppo a Topli Uork
Mario Toffanin
Francesco De Gregori
altre organizzazioni nella piena ombra protettiva della Cia per ostacolare il cammino politico dei comunisti (nella contrapposizione della guerra fredda tra USA e URSS), ha retto a questi colpi durissimi e ha retto anche agli altri colpi di stato, quelli "bianchi" del berlusconismo strisciante ed evoluto in oltre vent'anni di craxismo e di rampantismo ideologico.

Una Costituzione che è la più bella carta di identità per chi vuole conoscere il prodotto della Resistenza partigiana e antifascista. Ma per conoscerne gli antefatti e ciò che accadde bisogna fare ciò che ci invitava a fare Piero Calamandrei... tornare sui sentieri dove la Resistenza camminò, dove vennero catturati e fucilati quei giovani ventenni e spesso nemmeno ventenni che affidavano ad una breve lettera il loro addio alla vita rassicurando sempre i loro cari di non piangere, di non lamentarsi, ma di continuare a battersi per la riscossa popolare, per la rinascita della Nazione.

E' questa la realtà che Giampaolo Pansa ha smesso di vedere da tempo e ha deciso di trasformare in un circo del revisionismo di bassa incultura, spacciandolo per cronaca e per letteratura storica.

Marco Sferini
Aprile 2012