Viaggio nell'inferno nazista

Piero Corsiglia nel "Campo 32" dei Sudeti

Piero Corsiglia fu per me un grande amico e compagno comunista. Ho già avuto modo una volta di raccontare di lui su una pubblicazione dei Giovani Comunisti che allora usciva mensilmente. Ma sono passati quasi dieci anni e ora voglio riscrivere quello che di Piero ricordo e quello che Piero stesso mi raccontò in merito alla sua deportazione nel territorio dei Sudeti (l'attuale Repubblica Ceca).

La storia di Valentino Corsiglia, detto Piero, è quella di un giovane che cresce nell'entroterra genovese, nelle valli come la Fontanabuona, dove le fasce sono piene di verdure, dove i castagni abbondano e dove la vita sembra un piccolo paradiso dimenticato dal resto dell'Italia in camicia nera. Con il fratello, Piero si occupa anche di fabbricazione di essenze profumate, ne commercia e riesce così a "tirare a campare". È un giovane alto, prestante e dinamico. Lo resterà sino alla fine della sua vita.

Un giorno però, un brutto giorno, i soldati in camicia nera e col fez e quelli con la divisa germanica del Reich irrompono anche là, nella valle incontaminata e caricano tutti gli uomini su due camion. Piero non sa dove lui e suo fratello sono diretti: domandare significherebbe ricevere, per risposta, una buona dose di manganellate o, peggio, una rivolverata al centro della fronte.

Mentre i camion scendono verso la costa, Piero ricorda fra sè il 10 giugno del 1940, quando era in spiaggia con alcuni amici e si stava divertendo a giocare a pallone. Gli altoparlanti della Radiomarelli, fatti piazzare dal Duce in ogni slargo cittadino d'Italia, suonano le canzonette fasciste: "Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza...". Già: primavera, ma non di bellezza. Di guerra. Quel giorno infatti, la cadenzata voce del dittatore fascista annuncia la dichiarazione di guerra dell'Italia a Francia e Inghilterra e proclama solenne: "La parola d'ordine è una sola, categorica e imperativa per tutti. Essa già trasvola dalle Alpi e accende i cuori sino all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo!". Nemo profeta in Patria, ma neppure fuori in questo caso... E solo la popolazione italiana sa quanto la previsione da Cassandra di Mussolini fu tragica per tutto il Paese e per l'Europa.

Nei vecchi locali della federazione del PRC in via Silvio Pellico, Piero mi raccontò tutto questo. Non ricordo bene quanto tempo occorse per la redazione del racconto, ma più di tre o quattro pomeriggi li passammo a parlare della guerra, della prigionia e della liberazione.

I camion con tutti gli uomini sono ormai giunti a Genova. Piero, suo fratello e tutti gli altri vengono stipati nel carcere di Marassi in attesa di essere destinati al "lavoro in Germania". Questa era la fraseologia ricorrente con cui si preannunciava il viaggio verso la morte, le sofferenze e le torture naziste. A Marassi rimasero due, tre giorni. Non di più. Poi furono inscatolati sui vagoni ferroviari e il treno prese la sua ferale marcia.

Uno dei ricordi più nitidi che Piero mi trasmise fu una sosta del convoglio in Svizzera. Almeno così era parso dall'esterno, dalle feritoie dei vagoni dove si riusciva ancora un pò a vedere la vita che scorreva veloce, in tutti i sensi. Qui, vicino al confine con l'Austria, un bombardamento alleato costrinse i tedeschi a rallentare la marcia e a far fermare la locomotiva e il suo carico umano. I prigionieri vennero fatti scendere e gli fu ordinato di accovacciarsi per terra. Qualcuno era riuscito a trovare un pò di formaggio che venne spartito finchè ben presto non finì.

Qualche ora più tardi, ma sempre in piena notte, il treno sbuffò e riprese a percorrere la via ferrata. Passarono due giorni circa e Piero si ritrovò nel Protettorato di Boemia e Moravia, amministrato dal Reich non direttamente. Di certo, però, vi è che i campi di concentramento amministrati direttamente lo erano. Piero, suo fratello e molti altri genovesi e liguri finirono in un campo intitolato al nome di Goering, contrassegnato con il numero "32".

Al ricordo di questo ingresso nel campo, ricordo le lacrime del vecchio comunista con in braccio il suo barboncino bianco a cui riservava sempre un grande affetto. "Il lavoro rende liberi" è la scritta che, di consuetudine appare sulle cancellate di ingresso di tutti i campi di concentramento e sterminio del Terzo Reich. Piero porta sulla sua giacca un triangolo rosso: è quindi un deportato politico, considerato forse un "pericoloso comunista", un "sovversivo", un "bandito". Lui e il fratello riescono a restare uniti nel campo, nella stessa baracca. La temperatura che aleggia tutto intorno è molto al di sotto dello zero. I soldati nazisti alle sei e mezza del mattino ordinano l'adunata sul piazzale. I vestiti non bastano a ripararsi dal freddo. Qualcuno muore per le restrizioni, la fatica, l'insopportabile tortura psicologica della situazione. Qualcuno resiste. Mezzora dopo l'appello, ogni mattina, Piero e gli altri si fanno molti chilometri a piedi, sprofondando nella neve, per raggiungere un sottocampo dove vengono adibiti ai lavori più diversi. Si fa coraggio Piero e dice ad uno dei comandanti di essere un chimico, di operare nel campo delle essenze, dei profumi. Indica anche il fratello come suo aiutante. Così lo destinano alla preparazione di sostanze chimiche, di intrugli di cui, mi ricordò, non aveva idea a cosa potessero servire. Ma tanto bastava per rimanere vivi nell'inferno nazista.

Non c'è sosta. Ogni mattina si ripete il calvario sotto un gelo avvolgente, penetrante in ogni dove delle ossa, che riduce la pelle a una sottile membrana di parvenza di vita. Nel campo il cibo praticamente non esiste. Piero raccontava che si facevano bollire le pelli delle patate e che venivano mangiate con un pò di pane. Un anno. È il periodo che passa sino al sentire le cannonate dell'Armata Rossa che si sta avvicinando ai Sudeti. Il Terzo Reich di Hitler, che nei sogni del dittatore doveva essere millenario e rappresentare una nuova età dell'oro e dello splendore della "razza ariana", dura soltanto 12 anni e pochi mesi. Soltanto si fa per dire, ovviamente. Non c'è minuto in cui i prigionieri del campo "Goering - 32" non sperino che i soldati sovietici entrino dai cancelli e la facciano finita con quel annichilimento piatto, continuo, costante.

Dai primi cannoneggiamenti passano una quindicina di giorni. I nazisti fuggono e lasciano dietro di loro solo ciò che loro sono stati: morte, distruzione, umiliazioni, torture e fanatizzazione onnipotente della loro presunta superiorità. I russi entrano nel campo e liberano i sopravvissuti. Dei due camion partiti dalle valli genovesi, torneranno in Italia una decina di scampati. Tra questi Piero e suo fratello.

Dopo il rientro in Italia, per lo più svoltosi in un interminabile cammino, Piero troverà la forza di vivere, di essere ancora comunista e di raccontare a tutti questa storia. Una delle tante uscite dai campi nazisti, dal cieco terrore per la diversità dell'altro da noi, dal virulento ossessivo proclama della supremazia di un popolo sugli altri. In poche parole: dalla violenza pura e semplice, così come immotivata e irrazionalmente reale e compenetrante le vite di milioni di persone.

In via Silvio Pellico Piero Corsiglia visse gli ultimi anni della sua vita, da militante di Rifondazione Comunista. Il suo rapporto con i giovani del Partito è sempre stato straordinariamente intenso. Da giovane a giovani. E i ragazzi che entravano nei locali della federazione sapevano di poter vivere con lui la speranza di oggi radicata nella fiducia di un domani dove non si possa ripetere più ciò che avvenne nel campo 32, ciò che avvenne in Europa e nel mondo tra il 1939 e il 1945.

I lettori mi permettano di dedicare questo breve scritto a lui, al mio amico e compagno Piero Corsiglia. A lui e ai tanti compagni che non sono più tra noi va il pensiero non discontinuo, il legame profondo che ancora oggi esiste nel patto politico che portiamo avanti e che si chiama Comunismo.

Marco Sferini
Gennaio/Febbraio 2006