Klasserkampf und kompromissis

Lotta di classe e compromesso

«Dobbiamo dichiarare ai governi: sappiamo che siete il potere armato diretto contro i proletari; contro di voi procederemo pacificamente là dove ciò è possibile, ma qualora dovesse rendersi necessario prenderemo le armi». È Marx che parla, alla conferenza di Londra dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, nella seduta del 21 Settembre 1871. La Comune è da poco sconfitta. Brucia ancora la ferita. Si tirano le conseguenze.

Di qui, attraversando l'esperienza della socialdemocrazia classica tedesca, si Karl Marxarriva al 1895, alla famosa introduzione di Engels alle "Lotte di classe in Francia": "È passato il tempo dei colpi di sorpresa, delle rivoluzioni fatte da piccole minoranze coscienti alla testa di masse incoscienti. Dove si tratta di una trasformazione completa della organizzazione sociale, lì devono partecipare le masse stesse; lì le masse stesse devono aver già compreso di che si tratta... Ma affinché le masse comprendano quel che si deve fare è necessario un lavoro lungo e paziente". Il potente esercito del proletariato "lungi dal conseguire la vittoria, con una sola grande battaglia, deve progredire lentamente, di posizione, in posizione, con una lotta dura e tenace...".

Si arriva a questa conclusione anche a partire da più lontano, dalla polemica contro quello che Marx, proprio negli articoli del'50 sulle Neue Rheinische Zeitung, chiama il partito dell'anarchia, "una coalizione d'interessi", più o meno come il "partito dell'ordine". Dentro c'è di tutto, "dalla più piccola riforma del vecchio disordine sociale fino al suo sovvertimento, dal liberalismo borghese al terrorismo rivoluzionario". Si potrebbe chiamare il partito degli "eterni principi", il partito che non fa politica.

Parte da qui una divaricazione profonda, che ha fatto la storia del movimento operaio. "Due tattiche", titola Lenin in un suo articolo del febbraio 1905. Fin dall'inizio del movimento operaio di massa in Russia, si sono manifestati tra i socialdemocratici profondi dissensi sulla questione della tattica, tra l'ala opportunista e quella rivoluzionaria. Ma l'opportunismo socialdemocratico russo aveva caratteristiche particolari, rispetto a quello europeo occidentale. Esso rifletteva con straordinario rilievo le posizioni, o meglio la mancanza di qualsiasi posizione autonoma, dell'ala intellettuale del partito, che si entusiasmava sia delle parole di moda del bernesteismo, sia dei risultati immediati e delle forme del movimento operaio "puro".

Veniva avanti la famosa teoria della "tattica-processo", che valse agli opportunisti il nomignolo di "codisti". E veniva avanti insieme alla non meno famosa teoria del "tipo superiore di dimostrazione", sotto forma di "un accordo fra una deputazione operaia, passata al setaccio di elezioni a tre gradi, e i membri dello zemstvo".

Lenin distingue tra il tempo lungo della rivoluzione "già iniziata in Russia fin dalla caduta della servitù della gleba" e il momento dell'insurrezione che deve provocare il crollo dell'arretrata "sovrastruttura politica". Il tema è poi ripreso nell'opuscolo "Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica" (giugno - luglio 1905). Nell'articolo si dice: "non si può fissare la data di una rivoluzione; ma si può fissare la data dell'insurrezione quando questa risulta realizzabile, per i rivolgimenti già compiutisi nei rapporti sociali".

Qui c'è Marx e Lenin, con in mezzo la socialdemocrazia. Marx: "scendiamo al compromesso, Vladimir Leninma se ci costringerete prenderemo le armi". Lenin: "scegliamo la via dell'insurrezione ma, se necessario, scenderemo a tutti i compromessi". Queste sono ste le due vie classiche. E non hanno accennato solo a tempi, ma anche a luoghi. Ambedue poi si sono caricate di esperienza, hanno fatto storia. Le sconfitte subite debbono, però, tener fermo un punto: il compromesso con il capitalismo che vale la pena di prendere in considerazione, è quello che tiene fermo il "fine" della soppressione del capitalismo.

Nel corso del '900 ci si è divisi sulla scelta dei mezzi: se si dovesse passare attraverso un processo graduale di riforme, o attraverso uno stato d'eccezione rivoluzionario. Ma era una scelta obbligata: dalle condizioni oggettive, dalla soggettività dell'avversario, dalla qualità della propria forza. Quando è stato il momento in cui è cambiata la natura del problema? Quand'è che la divisione comincia a passare dal "che fare" con il capitalismo al "che fare" del capitalismo?

È un grosso problema. E non è questione di ricerca, di teoria, ma di storia. Forse il punto di svolta si colloca nel secondo dopoguerra, dopo la vittoria sul campo del compromesso militare tra democrazia e socialismo, e nell'emergere di due grandi condizioni, un ritorno allo sviluppo economico capitalistico e la divisione del mondo in due sistemi politici contrapposti.

In quella fase l'iniziativa socialdemocratica non è riuscita, in nessun luogo, a produrre un compromesso politico, perché dovunque smarriva la nozione teorica-politica del capitalismo come nemico. In Italia il compromesso togliattiano è andato in crisi, per una somma di ragioni, mondiali e nazionali, di classe e politiche, in parte analoghe a quelle che hanno provocato la crisi delle socialdemocrazie. Ha, però prodotto ulteriori livelli di proposta politica, posti sul suo stesso terreno, perché era diventato progetto strategico e, attraverso la partecipazione dei comunisti alla Costituente, si era "fatto stato". L'idea del Fronte Popolare e quella del "Compromesso Storico" (entrambe sconfitte) erano comunque, figlie, in una qualche misura dell'ipotesi di compromesso politico - istituzionale, passato alla storia con la denominazione di "doppiezza".

Oggi, questa fase è definitivamente tramontata: assetto unipolare del mondo, cessione di sovranità dello "Stato-Nazione; sfida europea rappresentano i punti sui quali appare improponibile una idea di compromesso mutuata dal modello di "gradualità verso il fine ultimo", che abbiamo cercato di analizzare in questa occasione, come frutto diretta di applicazioni della teoria marxiana.

Pensare, quindi, ad una ipotesi di alleanze politiche in quella chiave, appare del tutto Karl Marx e Vladimir Leninsuperato dalla realtà: si tratta soltanto di coprire a sinistra un ceto politico di stampo tecnocratico, che punta a prolungare la rinnovata vitalità di un capitalismo aggressivo. Una rifondazione dell'idea comunista passa certo attraverso un recupero della nozione di compromesso, proponendone però un uso strategico determinato dalla capacità di esercizio, da parte di un soggetto politico alternativo, di una "egemonia sul compromesso".

Proprio la categoria dell'egemonia appare quella maggiormente smarrita, oggi, nella confusione del rapporto tra teoria e politica, cui stiamo assistendo con forti difficoltà a riprendere in mano le armi dell'analisi e della critica.

Franco Astengo
Agosto 2005