Quella Repubblica che ebbe gli elogi di Marx

Vita e morte della Repubblica Romana (1848-1849)

Seconda parte

Nella prima parte di questo nostro racconto delle vicende della Repubblica Romana abbiamo trattato di come questa nuova entità statale sia sorta provocando fermento in tutte le cancellerie d'Europa. Che nello Stato della Chiesa si venisse affermando un potere "democratico", quindi espressione più radicale del liberalismo del tempo, con l'avvallo esplicito della popolazione poteva rappresentare un elemento di revanchismo rivoluzionario per le teste coronate e per i settori clericali più intransigenti. Anche se allora parlare di angoli modernisti nell'ambito della Chiesa cattolica avrebbe significato cercare davvero un ago in un pagliaio. Ciceruacchio, al secolo Angelo Brunetti, cita Pasquino e definisce bene quell'essere patriottico di Pio IX che tanti umori positivi aveva suscitato nel papato durante la Prima guerra di indipendenza: "Non illudiamoci romani, parliamoci franco, dire prete patriottico è dire corvo bianco. Contraddizione in termini cui non si ha eguale, essere Papa a un tempo ed essere liberale". Insomma, la favola del Papa sostenitore della causa italiana è una mera illusione. Da Gaeta, dove Pio IX si è rifugiato sotto la protezione del Borbone di Napoli, le invettive partono contro i rappresentanti della Repubblica e contro la Repubblica stessa. A suon di scomunica il Ciceruacchio (Angelo Brunetti)Papa condanna tutti coloro che sostengono il nuovo organismo statale, usurpatore di quel suo regno consolidato dal guerriero Giulio II (con Sisto IV uno dei due papi della storia proveniente dalle nostre terre savonesi) dalle Legazioni di Romagna sino al più vecchio Patrimonio di San Pietro comprendente il solo Lazio.

Ciceruacchio è un popolano che si erge nelle piazze di Roma con il suo eloquio: parla ai suoi concittadini e, nelle tremende giornate dell'assedio francese alla Repubblica, le sue parole sono sempre di sprone a non cedere, a resistere all'invasore che tradisce i principi della sua stessa costituzione, quella della repubblica "sorella" francese. All'articolo 5 di quella costituzione si afferma che la Repubblica francese rispetta tutte le nazionalità e fraternizza con esse. Ma Luigi Napoleone sogna il trono, ha urgente necessità dell'appoggio di tutto il clero d'oltralpe per fare quel colpo di stato che lo porterà al trono col nome di Napoleone III, e per questo viene in immediato aiuto di Pio IX che, per riconoscenza, benedice l'ancora presidente discendente del piccolo grande corso.

Il generale Oudinot sbarca sul suolo della Repubblica e viene ributtato subito a mare da Garibaldi. Per i francesi è già sconfitta certa e il generale di Nizza li vorrebbe rimandare immediatamente da dove sono arrivati. Ma Mazzini lo ferma repentinamente. Convinto, del tutto in buona fede, che si possa terminare il conflitto con una pace tra i due stati, proclama una tregua con Oudinot e spedisce Garibaldi a respingere le truppe del Re di Napoli che sono entrate nel territorio della Repubblica da sud e che puntano su Velletri. Garibaldi ferma i partenopei e li ricaccia al di là del Volturno. Tutto sembra andare per il meglio. L'Assemblea Costituente romana è al lavoro, a pieno ritmo sta elaborando la nuova Costituzione dello Stato. Mazzini non lo sa ma purtroppo i francesi approfittano della tregua per prepararsi meglio ad un nuovo scontro con le truppe garibaldine, di Luciano Manara e di tutti i volontari giunti dagli stati italiani, dalla Polonia, dalla Francia stessa dove soprattutto i giovani di Parigi mostrano il loro dissenso verso la politica di Luigi Napoleone e lo mettono in intensa pratica combattendo per la Repubblica Romana.

Ci sono un pò tutti al Granicolo nell'estrema disperata difesa della libertà dal potere temporale dei papi: c'è il prete garibaldino Ugo Bassi che morirà fucilato dagli austriaci nel tentativo di raggiungere Venezia, l'ultimo bastione di resistenza e ribellione nazionale del biennio 1848-1849, c'è Giovanni Livraghi un disertore dell'esercito austriaco, ci sono i bersaglieri monarchici di Luciano Manara, ci sono i popolani romani, semplici persone che hanno compreso come la forma repubblicana della loro comunità significhi in quel contesto un avanzamento dei diritti, anche sociali.

Ci sono bambini, studenti, intellettuali, anche nobili che mal sopportano l'oscurantismo della Chiesa cattolica e che con Armellini e Saffi si battono per una società dove gli interessi borghesi vengano in antecedenza al primato della fede e della sacralità che il Vaticano fa prevalere su ogni contesto di vita. Ma la Repubblica è spacciata. Resiste, resiste e resiste eroicamente: Goffredo Mameli muore in seguito ad una ferita riportata nei combattimenti che si sono svolti a Porta San Pancrazio. Gli amputano una gamba in cancrena, ma questa è ormai diffusa e lo uccide. Ha 21 anni soltanto. I versi che compone per la libertà dell'Italia diventano il testo del futuro inno nazionale della Repubblica Italiana.

I più reazionari soggetti della borghesia e il prete garibaldino Ugo Bassidella nobiltà romana definiscono la Repubblica un "nefando prologo di vicinissimo comunismo". Sulla gazzetta di Roma è una terminologia che compare spesso. Mazzini accusato di essere un comunista. Mazzini lancia proclami per spiegare al mondo intero cosa si sta costruendo e cosa nel frattempo sta morendo a Roma: una nuova società capace di recepire i bisogni degli ultimi senza fare l'apologia di quel materialismo comunistico che l'Apostolo dell'Unità d'Italia considera una vera e propria utopia, un non luogo di proposte e di idee. Mazzini lo scrive alla madre in un concitato stato d'animo che trova nel vergare le carte un po' di sfogo e pace: "Forse non sanno tutti che...", comincia così e continua nell'affermare che la sua volontà è solamente quella di unificare tutta la Penisola in una repubblica democratica, popolare, dove il potere sia basato sulla sovranità popolare.

L'Assemblea Costituente romana del resto lavora proprio su queste intenzioni. L'inizio del testo, all'articolo 2, è di sapore un pò giacobino: "Il regime democratico ha per regola l'eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli nobiliari, né privilegi di nascita o di casta". Non dà adito a nessuna interpretazione questo articolo della Costituzione della Repubblica Romana: libertè, egalitè, fraternitè. Sarebbe una tragicommedia, se non fosse realtà. Uno Stato simile a quello francese nei princìpi che proprio dalla Francia viene spento a poco a poco...

Non meno importanti sono altri articoli dove l'espressione della filosofia politica mazziniana si esplica in tutta la sua forte essenza. All'articolo 3, ad esempio, si dice: "La Repubblica con le leggi e con le istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini". Un'uguaglianza che non c'è nello Statuto Albertino, né in altri testi di costituzioni di stati italiani, anche negli esperimenti liberali di Ruggero Settimo in Sicilia né nella Toscana di Guerrazzi e Montanelli.

Sembra di leggere la nostra Costituzione, quella che esattamente un secolo dopo sarà promulgata grazie ad un patto di solidarietà nazionale tra comunisti, socialisti, democristiani e liberali. Sembra di leggerla anche quando si scorre l'articolo 8 che l'Assemblea romana approva: "Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale". Ma al Papa, ovviamente, questa concessione suona come l'inizio della fine del potere temporale della Chiesa e la fine del primato cattolico nella Cristianità.

Irricevibile, dunque, per Pio IX, che plaude all'avanzata francese verso Roma. La Città Eterna ormai è cinta da un assedio che la soffoca. Il Triumvirato repubblicano decreta la confisca delle chiese per dare asilo alla popolazione che rimane senza casa grazie alle bombe di Oudinot. Le strade di Roma sono colorate di bandiere rosse: non sono emblema del socialismo marxista, ma solo il modo di avvisare i cittadini che quelle vie sono percorse dalle truppe e che devono essere lasciate sgombre.

In mezzo alle fucilate, alle bombe, alle barricate e agli anatemi papali, i Costituenti romani continuano in permanenza i lavori per terminare la Costituzione della Repubblica prima della caduta della Repubblica medesima. Mazzini, Saffi, Armellini e gli altri uomini dell'Assemblea sanno bene che tutto questo lavoro servirà solamente a far conoscere al mondo le basi su cui sarebbe sorto il nuovo Stato laico e democratico. Per questo è importante che il testo della Costituzione sia finito prima che il primo soldato francese entri in Roma.

Nella stesura del testo si possono leggere grandi innovazioni umanistiche e sociali: nel titolo I all'articolo 5 viene abolita la pena di morte. È il primo Stato al mondo ad abolire questa massima pena, questa vendetta di Stato che non è mai giustizia. All'articolo 7, sempre nel uno degli scontri che caratterizzarono gli ultimi giorni della Repubblica Romanatitolo I, si proclama la libertà del pensiero: "La manifestazione del pensiero è libera: la legge ne punisce l'abuso senza alcuna censura preventiva". Si noti come anche l'abuso sia punito, ma solo dopo essere divenuto tale in fase di giudizio medesimo, e che non si opera alcuna censura in fase di prevenzione.

È una Costituzione che, come già accennato, assegna solo al Popolo la sovranità di edificazione degli organismi di governo della Repubblica. Articolo 15: "Ogni potere viene dal popolo. Si esercita dall'Assemblea, dal Consolato, dall'Ordine giudiziario". È una repubblica democratica e parlamentare, o assembleare si potrebbe definire: i tre consoli che fanno parte con i ministri del Governo, rispondono all'Assemblea nazionale della Repubblica del loro operato e da questa vengono eletti a maggioranza dei due terzi. L'Assemblea detiene il potere legislativo, mentre i consoli si occupano dell'esecutività delle leggi.

Anche leggendo gli articoli del tivolo IV ("Del potere giudiziario") sembra di essere immersi nel testo del 1948. Articolo 49: "I Giudici nell'esercizio delle loro funzioni non dipendono da alcun altro potere dello Stato". Articolo 52: "La giustizia è amministrata in nome del popolo, pubblicamente; ma il tribunale, a causa di moralità, può ordinare che la discussione sia fatta a porte chiuse". Il Pubblico ministero si trova presso tutti i tribunali e un Tribunale supremo di giustizia giudica i Consoli e i ministri che vengano messi in stato di accusa. Molto simile, dunque, all'empeachment in cui può cadere il nostro Presidente della Repubblica se accusato di alto tradimento e attentato alla Costituzione.

Al Titolo VII ("Della forza pubblica") possiamo trovare una concezione della presenza delle forze armate profondamente moderna e, a mio giudizio, molto vicina ad una ispirazione di costruzione della democrazia anche nelle diverse istanze militari. La forza pubblica viene purtroppo interpretata molto spesso al solo scopo offensivo e non difensivo, tradendo il presupposto della formazione di una milizia che sia esclusivamente volta alla protezione dei cittadini e non subordinata ad ordini di conquista e di dominio su altri popoli e Stati. Un esercito "socialista" quello della Repubblica romana: articolo 59, "I Generali sono nominati dall'Assemblea sulla proposta del Consolato". E ancora, nell'articolo Ciceruacchio al secolo Angelo Brunetti
il prete garibaldino Ugo Bassi
uno degli scontri che caratterizzarono gli ultimi giorni della Repubblica Romana
61: "Nella Guardia Nazionale ogni grado è conferito per elezione". Per finire con il successivo articolo: "Alla Guardia Nazionale è affidato principalmente il mantenimento dell'ordine interno e della Costituzione".

Ora comprendete perché Marx fece gli elogi di questa Repubblica: aveva in sé i presupposti per un passaggio ad un più evoluto grado di società, una comunità sociale che pacificamente avrebbe potuto transitare al socialismo, alla liberazione dell'uomo dallo sfruttamento capitalistico, magari in consonanza con la formazione di uno Stato democratico e repubblicano proprio nella Germania di Marx ed Engels.

Ma tutto questo non si è verificato: Pio IX tornò a Roma pochi mesi dopo la caduta della Repubblica e restaurò ferocemente il potere temporale, facendo imprigionare tutti coloro che avevano partecipato alla costruzione ed alla difesa della Repubblica. Luigi Napoleone divenne imperatore dei francesi, salvo cadere poi in disgrazia per mano di Bismarck e del nuovo Kaiser di Germania. Mazzini, ancora una volta in esilio, tornerà in Italia solo quando Garibaldi libererà Napoli da Francesco II di Borbone, per poi rimettersi il cappello e le mani in tasca e riprendere la via della fuga all'arrivo della colonizzatrice monarchia sabauda. Garibaldi, invece, vede morire la moglie Anita nelle Valli di Comacchio. Se la porta via la febbre. Il generale è prostrato. Passa in Toscana e poi a Nizza: affida i figli alla madre Rosa e fugge in America dove lavorerà un po' per Antonio Meucci in una fabbrica di candele.

Venezia resiste ancora, ma viene anch'essa cinta d'assedio: gli imperiali la costringono alla resa dopo che la fame e la pestilenza fanno strage in Laguna. "Il morbo infuria, il pan ci manca. Sul ponte sventola bandiera bianca". Cento anni dopo, il 2 Giugno 1946 nasce la Repubblica Italiana, sintesi delle aspirazioni di Mazzini e di tutti coloro che nel 1848-49 si batterono per un'Italia libera dal Papa, dagli austriaci e dalle monarchie pseudo-costituzionali.

Oggi questa nostra Repubblica rischia sempre più di vedere la propria Carta fondamentale violentata nei suoi valori meglio definiti, sui fondamenti che sanciscono la divisione equa dei poteri, che garantiscono la libertà sociale, i diritti inalienabili a ciascun individuo. Oggi, più di ieri, anche nel solco delle lotte risorgimentali, dobbiamo dare tutto il nostro impegno di comunisti e di libertari per riaffermare la pienezza della democrazia sociale, contro ogni tentativo di "ammodernamento" del testo del 1948: altro, infatti, non sarebbe se non la regressione mascherata da riforma progressista.

Marco Sferini
Luglio 2005

Vai alla prima parte