La rivoluzione dei comunardi

Il primo governo proletario in mezzo all'Europa reazionaria

C'è una storia che troppo spesso viene ignorata da tante parti, anche dalla sinistra e dai comunisti. C'è una storia che non è fatta di non-violenza o di resistenza passiva all'oppressione, ma è la si può definire come quella "realizzazione dei pensieri del passato" su cui Marx scriveva quando intendeva rispondere a Rouge su cosa significasse nella pratica volgere le sorti dell'umanità in senso socialista. È una storia di resistenza attiva, di proposizione sociale e politica e di brutali carneficine: sembra il quadro di una moderna opposizione all'imperialismo americano nelle varie parti del mondo dove gli interessi economico-strategici dei petroldollari avanzano con i cannoni dei carri armati e i razzi e le bombe umanitarie di celeste provenienza... Invece è la storia di poche settimane, un tempo breve dell'anno 1871, poco dopo la repentina caduta delle truppe dell'imperatore Napoleone III davanti alla schiacciante potenza prussiana guidata da Bismarck.

Sedàn è la tomba del bonapartismo di quello che fu un presidente che si proclamò cesare di Francia e può rappresentare una nemesi storica per l'imperatore che depone le sue armi davanti al Kaiser Guglielmo II: ventidue anni prima aveva costretto alla capitolazione un esperimento di laicizzazione sociale e di rinnovamento politico come la Repubblica Romana di Mazzini, Saffi ed Armellini. Ora è lui che è vincolato a fare luogo, a cedere in campo e a mettersi indignitosamente da parte.

A Parigi i repubblicani sono in fermento: le truppe alemanne proseguono il loro intento di fiaccamento della forza francese e poco importa loro che essa sia monarchica o repubblicana. In questo l'imperialismo mostra sempre il suo carattere di tendenza strutturale: non bada alle forme statuali, ma semmai cerca quei "comitati di affari della borghesia" (come Marx definiva i governi nazionali) che gli possano garantire stabilmente il controllo delle zone che può acquisire con la forza militare.

Dunque, nella capitale della neorinata Repubblica Francese ci si muove per creare una nuova nomenklatura che firmi una pace in qualche modo onorevole con i generali del cancelliere di Berlino e che ristabilisca l'ordine borghese in tutta la nazione. Quella che già viene definita dai giornali la "svolta dell'anno '70", diviene ben presto ad essere un panorama sociale e politico profondamente lacerato proprio da contrapposizioni classiste. È qui che risiede la prima peculiarità della crisi francese: non si assiste ad una mera divisione ideologica o di carattere strategico-istituzionale. Non è questo il punto: c'è, certo, da riformulare tutto un impianto statale, da riconsegnare alla Francia una sua Costituzione. Ma il popolo di Parigi che ogni giorno ha a che fare con l'incettamento, la speculazione finanziaria e quei cordoni della borsa sempre così ben maneggiati dalla borghesia, inizia a manifestare una insofferenza che assume i toni della coscienza di classe, della futura ribellione per un controllo sociale della propria esistenza.

Il governo di Thiers, il primo ministro repubblican-conservatore che vorrebbe sedere al tavolo delle trattative con Bismarck per siglare un trattato che arresti l'invasione tedesca, non può non nascondere i suoi tratti di tutela delle classi più agiate, della media borghesia a discapito della ri-decaduta aristocrazia imperiale. È il Gennaio del 1871 quando Parigi finisce di patire l'assedio dei prussiani. Sono stati quattro mesi lunghi, di resistenza e di cannoneggiamenti sulla capitale: la bandiera bianca si alza e la Francia è umiliata. Le viene strappata la regione dell'Alsazia-Lorena e una parte del suo territorio viene sottoposto ad una temporanea occupazione militare: a titolo solamente precauzionale, sostiene Otto von Bismarck, per dare solide gambe alla pace... Se non fosse il 1871, anche in questo caso, sembrerebbero discorsi dell'oggi: magari partiti dalle gote di George W. Bush. La Germania realizza così la sua unità politica e, nel contempo, l'Italia riesce ad entrare a Roma dal buchetto nelle mura fatto a Porta Pia. Per le strade della nuova capitale dello Stato panitaliano si canta...: "A San Pietro e al Vaticano or c'è Cadorna che fa il guardiano!". Al sentimento nazionale ecco che viene sostituito in breve tempo il nazionalismo, padre padrone del futuro slancio colonialista sostenuto dai potentati economici della Penisola del Bel Paese.

Inizialmente a Parigi la nuova "Comune" (così veniva chiamato il municipio dell'Hotel De Ville che ospitava per l'appunto i locali del Comune della capitale) non ha quei caratteristici tratti socialisti con cui la si dipinge: è un governo provvisorio e rivoluzionario che nasce sulla spinta del timore che le quinte essenze della conservazione monarchica e clericale possano rialzare la testa e rimettere piede a Versailles. Ma nella reggia fatta costruire da Luigi XIV ora non c'è più un re e nemmeno un imperatore. C'è Thiers, il capo della nuova Repubblica. Le manifestazioni di piazza che portano all'elezione della Comune sono ostili al governo nazionale: è meglio abbandonare la capitale e ritirarsi a quindici miglia nella comoda residenza reale. Lì i repubblicani non facinorosi, quelli che pretenderebbero di avere a cuore le sorti del popolo magnificando le sole ambizioni borghesi al maggior profitto, possono preparare con calma la rappresaglia contro quello che già intravedono come un colpo di stato, un andare oltre la loro Repubblica Francese. Sulle mura di Parigi compaiono i manifesti che invitano i cittadini alla rivolta e questa non si fa attendere. Le miserevoli condizioni di vita del proletariato animano il cuore del conflitto che nasce tra i sostenitori di Thiers e quelli di un "governo del popolo".

Il 17 e il 18 Marzo 1871 i parigini insorgono contro il governo nazionale e proclamano, con l'appoggio della Guardia nazionale la "Comune". Le elezioni del nuovo governo popolare sono indette per il 26 Marzo e vedono una composizione del nuovo organismo esecutivo di 70 membri. Se nella prima veste della Comune non può riscontrarsi una omogeneità di composizione del consiglio (anarco-socialisti proudhoniani siedono accanto a rappresentanti di fazioni radicali o ai socialisti utopisti di Blanqui), con le nuove elezioni si verifica un terremoto politico: i socialisti della Guardia nazionale riescono a prevalere sui repubblicani meno intransigenti, quelli che ancora guardano ad un possibile dialogo con il governo della Reggia di Luigi XIV. Per questi ultimi è l'inizio della fine: stretti tra l'avanzata delle rappresentanze proletarie in seno alla Comune e la ormai palese volontà di rivincita di Thiers, non possono che farsi da parte.

«La votre Commune et constituè!»: le parole escono dai manifesti verdi affissi sulle mura della capitale e invadono le strade, si fanno corpo nella rinascita degli oppressi che, ora, sentono di poter contare socialmente e politicamente e di avere la gestione del proprio futuro tra le mani. Purtroppo è una breve sensazione e, forse, molti "comunardi" (così vengono chiamati i membri della Comune) conoscono i rapporti di forza che li circondano. Hanno alle spalle il peggio del vecchio bonapartismo monarchico che non attende altro se non una sconfitta repubblicana per poter rimettere sul trono e sull'altare i favori dell'alta borghesia in odore aristocratico. Ed hanno davanti colui che non può essere sconfitto, il rappresentante della borghesia media, il difensore di una moderna restaurazione di potere intrisa di massacri, sangue e macerie morali e materiali.

Vive pochi giorni il sogno di un esperimento di socialismo applicato: un esercito non permanente ma fatto di popolo; l'espropriazione degli apparati industriali e la loro socializzazione; la definitiva separazione dei poteri statali da quelli della Chiesa cattolica; l'eguale distribuzione delle ricchezze in base ai bisogni individuali poggianti su un chiaro cardine di evoluzione complessiva del tessuto sociale. Come per la Repubblica Romana del 1849, tutto l'apparato legislativo prodotto dalla Comune non riuscirà mai a trovare applicazione. L'esercito armato da Thiers marcia su Parigi: bisogna riconquistare la capitale ad ogni costo e spazzare via il pericoloso focolaio comunista, capace di insorgere non solo contro le teste coronate, ma anche contro quella Repubblica che altro non è se non un trono senza re, ma con un potente apparato di esecuzione delle volontà borghesi-imprenditoriali.

Il 2 Aprile 1871 per il popolo parigino comincia il martirio: le cannonate non risparmiano nulla e le palle nere escono dai fusti e spianano interi quartieri, uccidono donne, bambini, vecchi. Come sempre la guerra non conosce distinzione e colpisce tutti indistintamente, salvo mettere al riparo dai suoi attacchi coloro che saranno i compositori del nuovo ordine sociale. L'assedio dura un mese: il 21 Maggio le truppe governative fanno il loro ingresso a Parigi e inaugurano la tristemente famosa "settimana di sangue". Non si contano gli arresti dei comunardi, di tutti i difensori della Comune e di semplici patrioti proletari. Sono 38.000 circa gli arresti effettuati e 20.000 i passati per le armi. Molte altre centinaia di francesi vengono imbarcati su delle navi e forzatamente esiliati nelle lontane terre della Nuova Caledonia. Ancora oggi i dipinti dell'epoca e le illustrazioni ci mostrano masse di "straccioni" accatastati dopo essere stati fucilati dai soldati del rettore della borghesia repubblicana Thiers.

La Comune di Parigi, piegata, sconfitta, distrutta, non ha mai cessato di esistere come primo esempio di un'appropriazione indebita... Quell'indebitudine così vista dai parrucconi saccenti dell'epoca, dalle oche trionfati del capitale e del potere delle merci: il tentativo di dire basta, di ribellarsi a tutto tondo senza alcun compromesso ad ogni istanza di abuso perpetrata da ordini e da leggi, dallo Stato monarchico come da quello repubblicano.

La storia della Comune è, in fondo, quella che Marx ha sempre definito come la paura più torbida e triste per la borghesia: la rivoluzione comunista, il tranciamento delle catene di tutti i proletari.

Marco Sferini
Dicembre 2004