Lucio Libertini: una vita per restare comunisti

Moriva undici anni fa uno dei padri fondatori del PRC

Fu d'Agosto, precisamente undici anni fa. La notizia della morte di Lucio Libertini mi spiazzò in un tranquillo periodo di vacanza. Attesi allora di saperne di più da "Liberazione" che, allora, era un fogliettone gigante e settimanale. Poi uscì un bell'opuscolo commemorativo su uno dei padri fondatori del Movimento prima e del Partito, poi, della Rifondazione Comunista. A lui è dedicata una bella sala riunioni della sede nazionale del PRC. Un instancabile motore di elaborazione teorica e di ricerca della lotta tra il proletariato delle fabbriche e quello urbano e suburbano. Un socialista che si era progressivamente allontanato dal riformismo socialista per chiedere, in tempo di rigor mortis per il PCI, il diritto di potersi dire "comunista" a fronte di quello del compagno Giorgio Napolitano di dirsi "socialista riformista".

È un percorso di lunga vita quello affrontato da Lucio e Lucio Libertinisi parte dalla Federazione giovanile del Partito Socialista Italiano. Già negli ultimi gridi di orrore della guerra mondiale, nel 1944 per la precisione, appare una tendenza particolare di critica verso le linee politiche adottate dal Partito Comunista di Togliatti ma anche di quella che era allora la maggioranza che dirigeva i socialisti dell'allora PSIUP (era questa la sigla di denominazione del PSI, che aveva adottato il nome di Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria). I giovani di quest'ultimo partito si orientarono sulla base di questa critica sia fatta nei confronti di un moderato riformismo sia nei confronti di una tendente ortodossia dell'area comunista. I dibattiti politici in quel tempo avevano come asse portante l'ipotesi di una fusione tra PSIUP e PCI: almeno questa era la proposta della maggioranza socialista. Si parlava sempre più dei cosiddetti "fusionisti", quei compagni sia dell'una che dell'altra formazione politica che aspiravano alla "fusione" ed alla creazione di un partito unico. A contrastare questa posizione si fece avanti anche una linea socialdemocratica rappresentata da Ignazio Silone e Giuseppe Saragat. Libertini scelse la critica posta in campo dalla Federazione giovanile socialista e si prodigò immediatamente nel dare vita alla corrente detta "Iniziativa socialista" che nel congresso svoltosi a Firenze nel 1946 ebbe il punto massimo di realizzazione della propria programmaticità di azione.

Lucio Libertini vive quindi i suoi primi passi nel socialismo in un aspro confronto tra Nenni, Basso, Pertini, Saragat e tutti gli altri leader che si contendono la maggioranza del partito e che, a tempi alterni, rettificano o riammettono la linea "fusionista". Ma queste battaglie interne permisero una crescita culturale a Lucio che divenne, nella sua espressione marxista un convinto sostenitore della teoria leninista dello Stato, del partito e del "controllo operaio". Nel 1958 scriverà le sue famose "Sette tesi sul controllo operaio". È, in pratica, uno scritto di grande importanza che studia la rivendicazione da parte dei lavoratori della proprietà sociale dei mezzi di produzione (quindi l'abolizione della proprietà privata) e, attraverso un percorso che possiamo definire intriso di democrazia e su un terreno prettamente pacifico, ottenere così il superamento del capitalismo e la transizione al socialismo.

Le tesi vennero elaborate insieme a Renato Panzieri che collaborò alla redazione di "Mondo operaio" per anni con Lucio. Le tesi si esprimono anzitutto sul passaggio di società: o meglio discutono del periodo intermedio, di quella intercapedine della storia che viene a crearsi quando vi è una "vacatio" in termini di riferimenti sociali, politici, di potere e di relazioni complessivamente intese. Il proletariato, per Libertini, non deve prepararsi ad edificare il socialismo sulla base di una preventiva società democratico-borghese, ma deve semmai puntare decisamente ad un orizzonte più lontano che rifugga schematismi di ogni sorta, una ennesima decelerazione della lotta di classe e quindi un ingessamento del protagonismo operaio, sia esso sindacale o partitico o semplicemente di strutturazione di fabbrica.

Dunque, dicevo, Lucio pone in fase avanzata la questione di un sorpasso sul capitalismo e del capitalismo medesimo fatta in chiave di "democrazia operaia" che fa consonanza con la democrazia sociale, rifiutando qualsiasi tentazione dogmatica o di autoritarismo stalinista. Non viene rigettato il passaggio rivoluzionario, ma viene invece allontanata l'idea che solamente un accadimento dirompente possa condurre all'evoluzione sociale dell'umanità ed all'emancipazione proletaria.

Panzieri e Libertini sanno del resto bene che la via del cambiamento è spesso incontrollabile, cruenta e, nel rovesciare un ordine esistente, molto spesso è impossibile contenere con un potente anestetico sia di coscienza che di pratica rivoluzionaria tutti i fatti che possono accadere. Per questo scrivono: «...non si può ridurre la via democratica a una via sempre e necessariamente pacifica, dal momento che, anche quando in un determinato Paese le condizioni per il socialismo sono mature e le sue forze ottengono la maggioranza dei consensi, pur tuttavia la resistenza della classe capitalistica e il suo ricorso alla violenza possono condurre all'urto armato, e alla necessità di una violenza proletaria».

Dal PSI al PSIUP (il secondo PSIUP, o meglio il primo fondato da Vecchietti, Foa e Libertini), da questo al PCI e infine a Rifondazione Comunista. Una vita da "globtrotters" della politica. Ma quando a Lucio imputavano tutti questi cambiamenti di sigle e di forze politiche lui replicava fieramente e per nulla piccato: «Non sono io che mi sposto, ma sono i partiti che cambiano». Ci sarà stata anche un po' di presunzione in questa affermazione, ma come non vedere nello scioglimento del secondo PSIUP un esaurimento sclerotico di quell'iniziativa? Restava solo da collocarsi all'ala destra (forse per Tullio Vecchietti che parteciperà alla nascita del PDS sostenendo la mozione di Occhetto) o centrista del vecchio grande Partito Comunista Italiano. Ma poi l'ingresso di tiepidi burocrati nel gigante rosso, i cambiamenti dell'Est e la fine del Socialismo reale diedero a Lucio Libertini un ennesimo gravoso compito. Quello del "Che fare?", inteso nel senso: come proseguire la lotta per il proletariato, per i deboli, oltre il capitale. Non rimase, a lui e a molti altri, che uscire dall'ultimo congresso del PCI insieme ad altri 89 delegati e dare vita al Movimento per la Rifondazione Comunista, insieme ad Armando Cossutta, Ersilia Salvato, Bianca Bracci Torsi, Sergio Garavini, Rino Serri e Guido Cappelloni.

Nel 1991, anno di morte e resurrezione del comunismo italiano, scrisse nel suo intervento al Congresso del PCI quasi PDS: «Rifiuto l'idea che da qualche parte si affaccia, che da un anno i comunisti siano stati impegnati in una battaglia di simboli e di nomi... È forse vero il crollo e la crisi dei regimi dell'Est, che coronano una vicenda iniziata in questo secolo con la Rivoluzione di Ottobre significano la fine del socialismo e del comunismo, una vittoria definitiva del capitalismo, la sua identificazione con la democrazia?». E continuava nel domandarsi: «Oppure nella nostra epoca le contraddizioni di fondo della organizzazione capitalistica del mondo sono nuove e crescenti, e il socialismo e il più lontano orizzonte comunista, liberati finalmente da degenerazioni tiranniche che ne contraddicevano i princìpi sono, alla fine, la speranza dell'umanità?».

Una domanda che Lucio si fece ancor prima della nascita del PRC e nella volontà di dare nuova linfa al movimento comunista in Italia. Una domanda che oggi dobbiamo saper raccogliere per poterle rispondere come fece lui alla fondazione del nuovo partito comunista. Del tutto spassionatamente possiamo affermare che non sono per nulla venute meno le formule di discrepanza abissale tra uno sviluppo economico fondato sull'accumulazione del profitto e la miseria di miliardi di persone che soffrono per la fame, le guerre e i soprusi di un mondo che si vorrebbe specchio edificante di una naturalità delle cose. Ci vorrebbero far dire continuamente: hic manebimus optime! Ma non è vero, non è vero soprattutto davanti ai, purtroppo, sempre più Lucio Libertini
il primo congresso del Partito Socialista Italiano dopo la scissione
spesso riusciti tentativi di narcotizzazione dei cerebri umani: con una telenovela, un reality show o qualche altra forma di ipnosi da massificazione merceologica e di decerebrazione costante.

Restare comunisti, gridò Lucio Libertini al XX Congresso del PCI e concludeva il suo intervento con uno splendido volo di passione politica: "«So che siamo controcorrente, in una fase storica negativa, ma anche nella seconda parte degli anni '20 la fase storica era tremendamente negativa, e tuttavia, compagni e compagne, se un dito indica la luna solo gli sciocchi vedono il dito e non la luna. È la forza delle grandi idee e delle lotte sociali che muove la storia del mondo».

Poco prima di morire, nell'Agosto del 1993, lavorava ancora alle tesi per il Congresso nazionale di Rifondazione Comunista e per la manifestazione che poi si sarebbe tenuta nel Settembre successivo a Roma: oltre 300.000 persone per contestare le politiche liberali e tagliasalari e pensioni del governo e per riaffermare in campo la sinistra comunista e di classe.

Lucio non potrà arrivare a quella manifestazione: una malattia incurabile lo bloccherà in questo cammino lungo che è stata la sua vita di socialista, di comunista, di uomo vicino ai bisogni dei lavoratori e del proletariato tutto. Lucio Libertini mi mancò allora e mi manca ancor di più oggi, tempo in cui la sinistra fa sempre più fatica a trovare unità e i comunisti a ricercare un sicuro cammino di lotte, troppo immersi in una mescolanza di culture che non può far altro che annichilire il conflitto tra le classi.

Marco Sferini
Agosto 2004