Imperialismo o imperialismi?

Analisi di due testi contrapposti

Con una certa sicurezza possiamo affermare che il sistema produttivo capitalistico domina, come si usa dire, "globalmente" il mondo. Quindi la sua espansione è completa, distribuita su tutto il pianeta. Si deve però fare attenzione alla parola "espansione": questa, infatti, ora può avvicinarsi al sinonimo di "sviluppo", ora invece - nell'accezione critica che vogliamo esplicare qui - può trascinare con se tutta quella serie di contraddizioni che parlano di miseria, morte, fame, distribuzione fortemente ineguale delle ricchezze che il nostro pianeta ci offre e che il capitalismo non regala egualmente a tutti, bensì privilegiando settori ristretti in quanto a densità di vita. Le varie ribellioni che sono sorte contro la "globalizzazione capitalistica" (da Seattle in poi) hanno rappresentato certamente dei momenti importantissimi di crisi di quello che era l'impenetrabile "pensiero unico", questa fumogena cortina del mercato che impediva a noi tutti di essere sufficientemente critici verso quello che ci circondava e quindi di attuare nel concreto azioni di lotta verso il "sistema".

Accasciatosi il muro del pensiero unico, pur sempre presente in grande quantità nella quotidianità e nella contestualità delle nostre giornate, abbiamo cominciato a riflettere su quale potesse essere lo "stato" del capitalismo attualmente: crisi? crisi classicamente ciclica? oppure mutamento radicale del suo proporsi nell'anarchia merceologica e rivoluzione ennesima degli strumenti borghesi per dominare proprio quelle eventuali cadute al ribasso dell'intero monoblocco strutturale economico dominante?

Su questa scena hanno fatto la loro parte le analisi sui più grandi e discussi concetti esplorati dal marxismo e dal leninismo: nessuno ha messo in discussione la spiegazione che Marx ci ha consegnato del fenomeno capitalista. Qualcuno ha, invece, messo in discussione forme di espansione del capitale attraverso l'imperialismo. Sì, ma quale imperialismo? Ecco la domanda e la rivisitazione delle categorie di interpretazione dei moderni scivolamenti dei fluidi contanti in veloci tratte da un oceano all'altro, della vera e propria struttura economica.

Nel suo libro "Impero", Hardt e Negri sostengono la morte dell'imperialismo come concetto dominante dell'analisi sino ad ora esplicata in merito: non esistono più il centro diramatore imperiale e le periferie recettrici di ordinanze economiche, politiche, sociali. L'imperialismo diviene un tutto in sè stesso, qualcosa di non rilevabile come si rileva la magnitudo di un terremoto: dall'epicentro sino alle propaggini minori. In questo caso il terremoto è di intensità identica in tutto, ovunque, per tutto.

Non esiste più, secondo Hardt e Negri, nel mondo del mercato mondiale un capitalismo che possa permettersi di conoscere ancora la nozione e la concretazione dell'imperialismo, soffocato, ormai, dal "compimento mondiale" dell'economia.

Non esistono più, sempre secondo i due autori, i "nord" e i "sud" del mondo, confusi in una frammentazione tale della società da impedire appunto tale separazione. Si arriva a dire che le differenze tra Stati Uniti e Brasile, tra Gran Bretagna e India sono "soltanto differenze di grado" (pag. 311-312). Similmente, quasi meccanicisticamente, anche l'imperialismo a stelle e strisce di Washington sparisce per magia: l'imperialismo svanisce, evapora e "nessuna nazione sarà un leader mondiale come lo furono le nazioni europee moderne" (pag. 15).

Si contrappone ad "Impero", ed è uno studio che già dal titolo si propone di ridare al comunismo, al socialismo un ruolo nell'attuale società ipermoderna: "Socialism or Barbarism" di Istvàn Mészàros è un libro che dalla sinistra movimentista è giudicato "non di moda". Questo il concetto fondamentale del testo: come può esservi una "universalità" (un solo centro senza altro intorno, come sostenuto da Negri e Hardt), laddove, in un sistema dominato ancora per chissà quanto tempo dal capitale eterno produttore della diseguaglianza sociale (quale contraddizione massima propria), non vi è uguaglianza sostanziale? Nulla nel capitalismo è eguale in ogni parte del mondo, neppure il capitalismo stesso: esso si presenta, si è presentato e continuerà a presentarsi in forme diverse e per questo alcune saranno dominanti su altre. Tutto questo, per Mészàros, è da vedersi in una rete capillare di complessi rapporti economici e sociali. Una espansione "orizzontale" del capitale (di eguale intensità, quindi che impedisca l'indistinguibiltà ma conceda solo le "differenze di grado" negriane) è sempre intralciata da un ordinamento "verticale" di dominazione.

Sarà anche fuori moda, ma certamente il testo di Mézsàros tiene ancora conto di quanto la potenza americana sia dominante economicamente, politicamente e militarmente nel mondo. Una prova? La guerra permanente e tutte le migliaia di morti che ha provocato e che rischia di provocare ancora.

Marco Sferini
Marzo 2003