La proprietà privata

Tanti guai, un'unica soluzione: la collettivizzazione dei mezzi di produzione

«È stato mosso rimprovero a noi comunisti di voler abolire la proprietà personalmente acquisita per via di penoso lavoro... parlate voi della proprietà del piccolo borghese? Noi quella non abbiamo bisogno di abolirla, perché lo sviluppo dell'industria l'ha già tolta di mezzo, o è su la via di distruggerla. Voi raccapricciate all'idea che noi vogliamo abolire la proprietà privata...».

Così scrivevano Marx ed Engels nel Febbraio 1848, mentre Proudhon si peritava di dimostrare, nell'ambito di un ragionamento sulla proprietà giusta o ingiusta, che la proprietà privata è un furto. Oggi nel rileggere quelle parole nella maggior parte dei volti si disegna un sorriso. Come a significare vecchie concezioni, di cui abbiamo ricordo ma che sembrano riferite ad un fraseggio o peggio ad un ragionamento politico distante mille miglia dall'oggi ipertecnologizzato e post moderno. Eppure a ben guardare, proprio iniziando da alcune prese di coscienza collettiva (Seattle, Nizza, Genova) possiamo reiniziare un ragionamento che potrebbe portarci lontano.

Nel periodo della mucca pazza (superato?) i consumatori si resero improvvisamente conto che il cibo di cui si nutrivano poteva essere fonte di gravissime e mortali malattie, e questo non per evenienza divina, ma perché un certo modo di nutrire il bestiame non rispettava non solo le logiche e naturali predisposizioni animali (il bovino mangia i vegetali e non i propri simili), ma perché la fabbricazione di mangimi derivanti da farine animali saltava, per questioni legate al profitto, fasi di produzione (nello specifico l'alta temperatura) che ne avrebbero significato un rallentamento e contemporaneamente un minor margine di profitto. Il mondo occidentale (per quello povero la carne bovina è un lusso...) scoprì dall'oggi al domani che la sacca della spesa poteva diventare foriera di morte.

La produzione iper tecnologica che sfrutta gli innesti genetici, per cui abbiamo fragole rigogliose nonostante il clima freddo, o mais resistente alle attuali insidie di parassiti o alle fitopatologie, ci consegna un cibo incredibile, i fatidici OGM, che i consumatori guardano con sospetto, nel timore, mai superato sino ad ora, che le variazioni genetiche possano produrre danni all'organismo umano.

Lo scandalo, che ha interessato la pur disattenta stampa occidentale, sui farmaci per la cura o almeno la terapia del virus dell'HIV in Sud Africa, che scopriamo essere non "patrimonio dell'umanità e della salute pubblica" ma monopolio di poche case farmaceutiche multinazionali produttrici che ne determinano distribuzione ed prezzo. O del Lipobay, per la cura del colesterolo, ci ha fatto conoscere alcuni meccanismi perversi che rispondono alle leggi ovvie del mercato e del profitto criminale ad ogni costo.

Tre esempi, tra i mille fattibili, dove l'utente, il consumatore, il lavoratore viene drammaticamente a contatto con il rovescio di una medaglia che non avrebbe mai immaginato.

La produzione operata dalle multinazionali, siano esse del campo agro-alimentare o farmaceutico, ci consegna un modello che correndo nel binario della competitività e del profitto, non può permettersi fermate intermedie di verifica, di controllo, di opportunità. È un modello reale e coerente con il sistema di produzione capitalistica, che vede la propria competitività sullo sfruttamento della mano d'opera, sulla riduzione dei tempi, sui costi minimi di manutenzione e d'investimento.

Potremmo chiederci se sia più da capitalisti indossare una maglietta di cotone da seimila lire o un completo Armani da due milioni. Ebbene la risposta non è scontata. La produzione tessile, che occupa un tipo di fascia lavoratrice senza età minima, soprattutto nel sud del mondo, schiavizzandola e sottopagandola sia in termini monetari che di diritti, ci consegna un prodotto dal costo ridicolo ma i cui effetti sono devastanti. Non solo, quel tipo di produzione su scala mondiale ha generato un effetto che Marx ed Engel avevano previsto più di 150 anni fa: le Multinazionali stanno sconfiggendo la produzione attuata dalle vecchie forme societarie ed aziendali che sono condannate, da quelle stesse leggi del mercato, a scomparire ovvero a trasformarsi in loro appendici territoriali.

E allora, prendere contatto anche drammaticamente con questa realtà deve poterci far riflettere su quali possono essere gli strumenti che abbiamo. La proprietà privata dei mezzi di produzione e la cancellazione dei diritti di milioni, se non miliardi, di lavoratori e lavoratrici, deve essere ridiscussa. Ecco dunque che un concetto che ritenevamo obsoleto e non applicabile alle attuale strutturazione economica e finanziaria globale riprende pieno vigore: chi, se non colui che produce, ha maggior titolo al controllo del prodotto?

Se il controllo viene concentrato e delegato nelle mani di gruppi di società, vera e propria coalizione di capitali, questo non potrà concretizzarsi, se non all'interno di quei binari che abbiamo tutti constatato come destinati a innescare deragliamenti e criminalità del profitto. Chi può e deve controllare se non i lavoratori, i consumatori? E per raggiungere questo obiettivo non vi è altra strada della collettivizzazione dei mezzi di produzione, riproponendone finalmente la nazionalizzazione.

Patrizia Turchi
Dicembre 2001

L'improprietà privata

«Ci vuole qualcuno che guidi i lavoratori». «Come farebbero i lavoratori se nessuno li guidasse?». Domande che ho spesso sentito non nelle sale dei palazzi di Confindustria, ma tra la gente comune, semplice, tra gli stessi lavoratori dell'industria e non. Segno, purtroppo, che la coscienza di classe non è così diffusa, così come un sentimento classista, che faccia vivere al lavoratore singolo la sensazione di non essere solo, ma di far parte di una determinata struttura sociale divisa dalla differenza di ceto, di vita (o di... sopravvivenza).

Coscienza di classe significa sguardo critico del salariato, del lavoratore verso il processo produttivo capitalistico. Significa non accettare il capitalismo come un ordinario sistema produttivo, ma combatterlo come sistematico metodo di assoggettamento dell'uomo verso l'uomo: acquisto della "merce umana", della "forza lavoro" per sfruttarla sino alla massima potenza.

Per un partito comunista è imprescindibile non mettere nella propria agenda di programma l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. E qui sta la distinzione che potrebbe essere rivelatrice dell'inganno che il pensiero unico borghese va spargendo nelle menti delle persone: non abolizione della proprietà privata in tutte le sue forme, ma abolizione della proprietà privata di tutti i mezzi produttivi. Ossia, detto in altre parole, capovolgimento del processo economico: da economia profittuale a vantaggio di un singolo soggetto padronale (sia esso composito o meno), ad economia sociale a vantaggio della società, e dunque sia del collettivo che del singolo soggetto.

Le oche trionfanti del libero mercato si fermano, nella critica del pensiero marxista, alle parole "abolizione della proprietà privata". Ma se specificassero quale proprietà privata vogliono i comunisti abolire, allora ecco che si squarcerebbe il velo della loro truffa, in tutti i sensi.

Qualcuno certo dirà che tutto questo è un dispendio di parole date al vento dell'utopia marxista, il sogno di una società che non potrà mai essere concretizzata. Mai? Il capitalismo è un fenomeno umano, ha avuto un inizio ed avrà anche una fine, come tutti i fenomeni umani, come l'uomo stesso. Il capitalismo, questa è la grande lezione di Marx, non può accampare nessuna pretesa di eternità: ed è compito nostro, dei comunisti, di continuare a lottare per impedire che la lotta sia spezzata, vinta, sepolta. Ma che al contrario la lotta resti continuativa, vincente, ben visibile a chi verrà dopo di noi e dovrà portarla avanti, ben sapendo che forse neppure lui stesso vedrà una società "capovolta" rispetto a questa, ma conscio del fatto che avrà combattuto per la difesa, per l'aumento dei diritti degli sfruttati, e che questa lotta, se un giorno al capitalismo dovesse subentrare un nuovo patto sociale, ebbene questo patto possa essere fondato sull'abolizione non solo della proprietà privata, ma dell'economia stessa.

Marco Sferini
Dicembre 2001