Imperialismo: chi ha detto che non è più di moda?

La Guerra e il terrorismo: due nemici della classe lavoratrice

La storia insegna che la Guerra è un atto di conquista di potere che ha sempre avvantaggiato chi il Potere lo ha già (e ne vorrebbe di più). E da quando si sono affacciate nel mondo sociale le classi subalterne (dagli schiavi ai salariati), queste sono sempre state o oggetto di conquista indiretta o strumento di conquista, senza che fossero mai modificate le loro condizioni di vita e di lavoro.

L'esemplificazione oggi sotto gli occhi di tutti, rappresentata dal conflitto ingaggiato tra USA e UK (e con loro la grande maggioranza dei Paesi che si rifanno al principio del capitalismo) e l'Afghanistan, non sfugge a questa regola. La popolazione di un'intera nazione si trova, non per scelta critica, governata da un integralismo, il regime dei talebani, che fu costruito con l'appoggio diretto degli USA, dei suoi servizi segreti e dei suoi fantocci pakistani: reazionario, oscurantista, oppressore dei lavoratori, delle masse e in primo luogo delle donne afgane. Popolazione che, al pari di quelle dell'Iraq, della ex-Jugoslavia, dei paesi africani o del centro e sud america, si ritrovano ad essere bombardate, sfiancate, irradiate, immiserite, ed affamate per poi essere successivamente oggetto di conquista economica strategica e conseguentemente non in grado di autonomizzarsi: vedremo infatti riproporsi per il futuro una sorta di "tutoraggio" che incanali risorse e "governi" che dovranno soddisfare le fameliche imposizioni dei Paesi capitalistici.

Credo, con convinzione, che non potremmo che riqualificare il termine imperialismo. Imperialismo come tendenza di uno Stato a stabilire una egemonia politica o economica su altri popoli, nella consapevolezza che il termine Stato deve tenere conto delle modifiche dei rapporti economici e finanziari a livello planetario che abbiamo visto svilupparsi nell'ultimo secolo. Chi considera desueto il termine "imperialismo"? Non gli stessi Paesi che praticano questa strategia capitalistica, perché l'egemonia è il loro pane. Quello che, incredibilmente, appare è che sono quei Partiti della sinistra liberale, in Italia, come in Francia o Germania, che spogliatisi della lotta di classe, caduto il muro di Berlino, hanno deciso di abbracciare un neoliberismo che appiattiva non solo il mondo, ma anche l'analisi delle dinamiche tra capitale, produzione e risorse mondiali. Parlare di imperialismo equivarrebbe, per questi partiti, confermare una visione capitalistica che malvolentieri vorrebbero esplicitata.

La caduta dell'URSS, che sembrava trasformare il mondo in un luogo pacifico (questo era il messaggio che ci veniva proposto), senza divisioni e tensioni, ha invece rivelato come i disequilibri si siano vieppiù approfonditi: mentre ieri due grandi Potenze, d'apparente diversità di concezione, sembravano dividersi il Globo, oggi la crescita di nuove potenze economiche, tutte omogenee come filosofia di riferimento (mercato, capitale, sfruttamento, ecc), come gli Usa, l'UE e il Giappone stanno sbocconcellando e fagocitando interi Paesi ed aree geografiche consentendo così di insediare ed imporre -ovviamente a scapito delle masse subalterne- governi fantocci, economie strangolatrici, depauperamento di risorse. Ovviamente tutto questo brucia la pelle di milioni e miliardi di persone che, stanchi dell'utopia del capitalismo buono, non trovando sponda in una visione internazionale e socialista trovano radicalismo e speranza nei vari integralismi. La probabile caduta di Arafat, desiderata dai partiti di destra israeliani (che tendono a drammatizzare e "slaicizzare" il conflitto) ma paventata dai laburisti (che non sanno quale sarà il prossimo interlocutore...), sarà emblematicamente l'esemplificazione più ficcante: invece di costruire con il popolo palestinese oppresso e disperato un movimento di massa che con dignità propria avanzasse allo stesso popolo israeliano una risposta socialista, il suo rapportarsi ai Potenti della Terra ha visto aumentare il proprio prestigio internazionale (a discapito degli spazi di contrattazione per la nascita dello Stato Palestinese autonomo ed indipendente), il suo schierarsi contro il nuovo flagello invocato dal nuovo imperialismo internazionale, cioè contro bin Laden ed il terrorismo (che di fatto significa accettare il bombardamento del popolo afghano) sta letteralmente regalando alle fazioni integraliste la disperazione e la volontà di un cambiamento.

È certo che i Comunisti (come sempre i marxisti nella loro storia) rifiutino il concetto stesso di terrorismo, perché naturalmente contrapposto, come metodo, allo sviluppo della coscienza di classe e della lotta organizzata delle masse dei lavoratori (in corrispondenza degli anni di piombo in Italia abbiamo visto iniziare il declino ed il depauperamento progressivo delle conquiste del mondo del lavoro). Ma occorre, dal mio punto di vista, saper distinguere ciò che viene, volutamente con approssimazione, definito come terrorismo e i movimenti di liberazione dei paesi oppressi. Faremmo un errore gravissimo, di cecità e di mancata solidarietà, se li equiparassimo, come fanno deliberatamente i governi oppressivi ed imperialisti.

Il che fare ha un'unica risposta: occorre offrire, attraverso incontri, dibattiti, volantinaggi delle chiavi di lettura che spieghino le vere ragioni di questo conflitto che porterà solo ad un aumento delle spese militari e di guerra al fine di combattere la recessione economica, che non salverà nessun popolo, che non vendicherà seimila vittime americane, che posizionerà invece una bandierina in un'area strategica per gli equilibri economici e finanziari dell'imperialismo internazionale, che colpirà i lavoratori d'occidente, cogliendo il pretesto della guerra per attaccare diritti sociali e sindacali, che vuole intimidire i movimenti di liberazione nei Paesi oppressi, a partire dai popoli mediorientali, dalla nazione araba, dal popolo palestinese.

È necessario che si sviluppi il più ampio movimento antibellico; che vengano posti in questione tutti i governi che si alleano all'attacco imperialista; che si sviluppino scioperi e azioni di mobilitazione del mondo del lavoro a livello nazionale ed internazionale.

Un successo dei Potenti della Terra porterebbe ad un loro rafforzamento contro ogni forma di contestazione politica e sociale del regime economico-politico oggi esistente sul piano internazionale, non solo rispetto ai paesi oppressi ma anche rispetto alla classe operaia e ai movimenti anticapitalistici o "antiglobal" negli stessi paesi imperialisti.

Per il popolo di Seattle questo sarà un banco di prova senza precedenti.

Patrizia Turchi
Novembre 2001