TFR e fondi pensione. Non farti ingannare decidi tu

Intervista a Sergio Casanova

Nell'ultimo decennio l'attuale sistema pensionistico si è fortemente indebolito e si indebolirà ulteriormente in quanto in futuro erogherà pensioni di importo inferiore alle attuali, eroderà il salario differito, renderà marginale la solidarietà, aggraverà la rottura tra le generazioni. Sono queste le conseguenze del passaggio dal sistema di calcolo retributivo a quello contributivo, della estensione del lavoro precario, del trasferimento del TFR ai Sergio Casanovafondi pensione.

Proprio in quest'ottica entro il 30 giugno i lavoratori saranno chiamati a decidere sulla destinazione del proprio TFR (Trattamento di Fine Rapporto, la cosidetta "liquidazione"). Per comprendere meglio la situazione abbiamo chiesto aiuto a Sergio Casanova Responsabile Lavoro del PRC in Liguria, insegnante di Diritto ed Economia per oltre trent'anni.

Perché organi di stampa, televisione e perfino gran parte dei sindacati, stanno spingendo affinché i lavoratori conferiscano il TFR ai fondi pensione?

Il sistema previdenziale pubblico è uno degli assi centrali dello Stato sociale, ma costituisce anche uno dei più allettanti e pingui bocconi per gli insaziabili appetiti della grande finanza internazionale. Se si riesce a dirottare una parte consistente del flusso di denaro che i lavoratori destinano alla previdenza pubblica verso i Fondi pensione privati, questi li investono in Borsa, le dimensioni di quest'ultima (che in Italia è sempre stata piuttosto piccola) crescono e, quindi, crescono le rendite finanziarie. Questa è la vera ragione che sta dietro agli attacchi che il sistema previdenziale subisce, da 15 anni, al fine di favorirne la privatizzazione e che mettono sostanzialmente in discussione lo stesso diritto alla pensione. Il valore annuo del solo TFR è di circa 15 miliardi di euro!

Questo è il primo motivo al fondo della propaganda (pagata da tutti i contribuenti, grazie alla Finanziaria 2007!) che vuole convincere i lavoratori a regalare il proprio TFR ai fondi pensione: l'interesse alla crescita delle rendite finanziarie basato sull'esproprio di una parte del salario. Anche i sindacati e i partiti di centrosinistra sono cointeressati a questo banchetto, i primi attraverso la gestione dei fondi cd. negoziali e i secondi come rappresentanti degli interessi di grandi gruppi assicurativi.

L'altro motivo è l'ideologica convinzione che: a) non sia sostenibile un sistema previdenziale pubblico b) che i fondi pensione alimentando la Borsa, pongano la premessa per una crescita degli investimenti produttivi. Siamo alla dittatura del pensiero unico, visto che i dati e i ragionamenti su cui si fondano questi assiomi, escludono persino di prendere in considerazione un diverso approccio, pur ampiamente documentabile. In questo senso, chi desideri una controinformazione può trovarla solo negli articoli di Pizzuti, pubblicati su "il manifesto", o nel materiale presentato al convegno nazionale sulla previdenza pubblica organizzato a Roma dal PRC il 18 gennaio.

Viviamo in una "democrazia manipolata" dove, contestualmente al moltiplicarsi delle fonti di informazione, negli ultimi 20 anni (sulla scia della svolta neoliberista di Reagan e della Thatcher degli anni '80) si è affermato il dominio monolitico del pensiero unico del Mercato. Destra, centrodestra e centrosinistra sono pressoché indistinguibili per quanto riguarda le analisi e, in gran parte, anche le scelte politiche in materia economico - sociale. Esiste un complesso meccanismo che tutto pervade, dalla formazione all'informazione. Dall'economia politica spiegata, anche all'Università, da libri di testo che, quasi sempre, illustrano solo le teorie liberiste, alla possibilità per le imprese di far spiegare i problemi del lavoro ai giovani studenti della scuola pubblica da loro manager pagando un modico obolo alla scuola stessa, all'attività di "formazione" svolta da enti pubblici come la Provincia per convincere i lavoratori ad assumere come loro valore di riferimento quello dell'impresa, ai mezzi di comunicazione di massa di tutti i tipi. Il mito del Mercato prevale su tutto e gli intellettuali scomodi sono emarginati e costretti a scrivere su riviste e per case editrici ignote ai più e di cui, in genere, usufruiscono coloro che già si collocano culturalmente su posizioni alternative.

I sindacati confederali hanno via, via fatti propri pezzi fondamentali del pensiero liberista. Lo "scambio" salario-occupazione, la "centralità" del profitto nella crescita economica, le politiche economiche dal lato dell'offerta, la "flessibilità" come via maestra per l'occupazione, il pareggio di Bilancio come priorità: tutti miti che erano stati smantellati dalle analisi keynesiane. Non occorrerebbe neppure rispolverare il "vetusto" Marx, basterebbe ricordarsi di un liberale anti-liberista!

Ricordiamo anche, visto che si parla spesso della deriva culturale a destra, che il processo descritto ne fa parte integrante e che ha determinato il prevalere delle teorie economiche di destra: Sergio Casanovaquelle liberiste.

Come spieghi che, dopo tre mesi e quindi a metà percorso, soltanto l'1 % dei lavoratori ha scelto di destinare il proprio TFR ai fondi pensione?

Da un lato, esiste una sana diffidenza verso una scelta che, nonostante la propaganda, si percepisce essere rischiosa (il lasciare il certo per l'incerto), dall'altro, penso che le imprese di piccole dimensioni "remino contro", dato che perdendo la gestione dei TFR perderebbero l'equivalente di un finanziamento gratuito. È vero che nella Finanziaria 2007 si stanziano circa 500 milioni di euro per "risarcire" le imprese della perdita del TFR (naturalmente il governo si è preoccupato delle imprese, non dei lavoratori cioè dei proprietari del TFR!), ma è presumibile che le grandi imprese faranno la parte del leone anche su questo versante.

Il problema vero è quello creato dall'ignobile trappola del "silenzio-assenso". Molti non sanno che se tacciono acconsentono IRREVOCABILMENTE al trasferimento del loro TFR ai fondi pensione! Così come molti non sanno che se scelgono di mantenere il TFR nella sua forma attuale, potranno, in futuro, in qualsiasi momento, cambiare idea e aderire ad un fondo. La data del 30 giugno è stata posta proprio per far cadere nella rete dei fondi pensione i meno informati.

I fondi pensione possono garantire lo stesso rendimento del TFR?

Non è possibile alcuna comparazione, al contrario di quello che si vuole far credere. Chiunque faccia ipotesi sul rendimento dei fondi pensione tra 40 anni mente sapendo di mentire! Nessuno può fare previsioni credibili in proposito, dato che nessuno può sapere quante guerre, quante crisi finanziarie internazionali, quante situazioni di iperinflazione si verificheranno in un lasso di tempo così lungo. Da un lato, si conosce il rendimento del TFR, che si rivaluta ogni anno di un 1,5% fisso, più il 75% dell'aumento dell'indice dei prezzi ISTAT: con un'inflazione al 2%, come quella stimata oggi dall'ISTAT, si ha una rivalutazione pari al 3%. Dall'altro non esiste, per definizione, alcuna garanzia, dato che tutto è lasciato all'andamento dei mercati finanziari. Attualmente anche se un Fondo pensione investisse tutto in titoli pubblici (strada impraticabile dal punto di vista della logica dei mercati finanziari) il rendimento sarebbe del 2%.

Al contrario di quanto viene detto, neppure i fondi "chiusi" o "negoziali" (che pure sono preferibili a quelli "aperti") possono dare garanzie sul rendimento. Il comma 9 dell'art. 8 del Dlgs. 252/2005, garantisce (come forma massima di tutela) "... l'investimento [dei TFR] nella linea a contenuto più prudenziale, tale da garantire la restituzione del capitale e rendimenti comparabili ... al tasso di rivalutazione del TFR". L'unica garanzia reale è, per il presente, un investimento il meno rischioso possibile, mentre nessuno, per il futuro, può garantire la restituzione del capitale rivalutato, come pure viene affermato, in spregio alle logiche di mercato.

Che cosa succede ai TFR versati ai fondi pensione in caso di calo della borsa?

A pag. 60 dell'inserto speciale su "TFR e fondi pensione", pubblicato il 17 febbraio da "Il Sole - 24 ore", ad una precisa domanda in proposito: "Da un punto di vista teorico, si può perdere il capitale investito nei fondi pensione se, per esempio per effetto di una crisi, il valore delle quote del fondo scendesse a Sergio Casanova
Responsabile Lavoro di Rifondazione Comunista in Liguria
tal punto da erodere il capitale investito?", si dà la seguente risposta: "Non è possibile in via teorica escludere nulla...".

Riguardo agli effetti sulla previdenza dell'instabilità dei mercati finanziari, Pizzuti, nella sua relazione al Convegno del 18 gennaio, riferisce che: "Una simulazione (di G. Burtless) sulle prestazioni pensionistiche basate sui rendimenti della Borsa USA (la più dinamica) nel periodo 1911-1999 mostra che, a parità di età e storia contributiva di una identica figura di lavoratore-pensionato, la variabilità del tasso di sostituzione (il rapporto tra la pensione percepita e l'ultimo salario) rispetto all'ultima retribuzione è oscillata vistosamente tra il 18% e il 100% solo a causa del diverso momento del pensionamento; un momento che è vincolato dall'età e non può essere scelto in base alla convenienza speculativa suggerita dal mercato... Siamo dunque alla roulette...".

In sostanza chi aveva un salario di 1.000 euro rischia di trovarsene 180 nella pensione!

Andrea Merola
Savona - 8 Giugno 2007