Una nemica del capitalismo

Intervista a Patrizia Turchi

Una "nemica del capitalismo". Così potremmo definire sinteticamente Patrizia Turchi psicologa, dal 1994 Consigliera Comunale a Savona. La sua è una storia di lotte sempre al fianco dei lavoratori e dei cittadini. Sul territorio si batte contro quei progetti di natura urbanistico-speculativa (Margonara, Progetto Bofill, Aurelia Bis) che nulla hanno a che fare con i bisogni e le esigenze reali dei savonesi. Parallelamente porta avanti battaglie per potenziare e migliorare i servizi sociali e sanitari della nostra città. Che vi piaccia o no la pasionaria, così come viene etichettata da Ermanno Branca sulle pagine de La Stampa, è questa. E a noi piace così com'è.

Alla Società Generale di Savona quella che incotriamo è una Patrizia Turchi a tutto campo: dalla guerra ai referendum passando per il movimento.

Qualche mese fa sei stata a New York la capitale economica della nazione che in molti vedono come "faro della democrazia", l'esempio da seguire ed imitare. Per quello che hai potuto vedere con i tuoi occhi camminando per le vie della città è realmente un modello cui vale la pena ispirarsi?

Patrizia TurchiIntanto è difficile, nella veste di viaggiatore-turista e per di più in una settimana, avvederti della realtà d'un Paese complesso come quello statunitense.

All'ingresso negli USA non ti viene più chiesto se sei un comunista, ma: se hai mai avuto a che fare col traffico di minori, se sei venuto per commettere atti di terrorismo o per attentare al presidente, oppure se hai collegamenti con la storia nazista. Ancor più bizzarro però è il fatto che se rispondi si ad una sola delle sei domande contenute nella richiesta di visto non potrai entrare ovvero sarai un sorvegliato speciale per tutto il tuo soggiorno! Dunque si deduce che ancora prevale quello spirito tipico del puritanesimo, non si può mentire! Tant'è che ciò che infastidisce di più l'opinione pubblica americana non è l'azione/reato in sé (qui il dibattito può essere aspro e spaccare il Paese), ma se la nascondi con la menzogna (considerata, questa sì da tutti, come immorale). Basti pensare alle beghe di Clinton e delle sue relazioni extra-coniugali. Dunque nel Paese dove "uno su un milione ce la fa", l'osservanza della regola della sincerità è un capo saldo: fai lo squalo?, trascini milioni di piccoli azionisti nella miseria?, ti bruci le pensioni dei dipendenti? lucri vergognosamente sulla sanità privata? Tutto è ammissibile e, se sei scoperto, forse anche condannabile, ma la falsità è esecrabile e senza rimedio.

Penso che sia la foglia di fico che questo Paese "democratico" indossi con piacere. Migliaia di barboni affollano di notte la metropolitana per ripararsi dal freddo assieme a quella fetta di middle-class rovinata dalla perdita del lavoro, e quindi privata della casa, dei legami famigliari e sociali. Cos'è la democrazia se questa non è lo specchio dei bisogni di un paese? Cos'è la democrazia se questa avvantaggia sempre e solo chi ha capitali, risorse, potere?

Curiosamente è proprio per la tanto decantata "democrazia nel mondo" che gli Stati Uniti hanno inventato la guerra preventiva e il "pretesto" è stato proprio il violento attacco dell'11 Settembre del 2001 a New York. In nome di quell'attacco e della libertà gli Stati Uniti, per bocca del Presidente Bush e per interessi che nulla hanno a che fare con la democrazia, dopo aver raso al suolo quel che rimaneva dell'Afghanistan, hanno bombardando l'Iraq continuando così quello stato di "guerra permanente" nel quale tutti ci troviamo. È possibile fermare la macchina da guerra Made in USA?

Intanto già altri Paesi nel recente passato sono ricorsi a questo intervento di difesa/offesa, come Israele, che dall'anno della sua proclamazione come Stato nel 1948, nella terra di Palestina appena abbandonata dagli inglesi, attivò la pratica della "guerra preventiva" per rassicurarsi di non scomparire. Nella Storia dell'Uomo poi la guerra preventiva ha sempre trovato il suo spazio, perché, tatticamente, è una buona metodologia (scegli tu quando, dove e con chi). Alla barzelletta poi del "dente per dente", per cui dopo l'11 Settembre qualcosa di cattivo andava bombardato ormai non crede più nessuno.

Tutti invece sanno, alcuni fanno finta di non sapere, che l'economia mondiale, il capitalismo mondiale, sta subendo da tempo una grave crisi. Il crollo dell'URSS ha svegliato appetiti giganteschi, che hanno visto i vecchi USA, il lontano Giappone e la nuova realtà economica europea di Maastricht partecipare al banchetto, con la consapevolezza che grandi risorse da sfruttare non c'erano solo sul territorio della vecchia Unione Sovietica, ma anche in Paesi limitrofi, e persino i Paesi "cuscinetto" come l'Afghanistan diventano buoni foss'anche solo per far passare degli oleodotti petroliferi! La necessità degli USA di poter avere accesso senza restrizioni di sorta all'ultima grande dispensa di petrolio del mondo (l'Iraq), anche a fronte di una instabilità non sempre perfettamente controllata nell'America latina (il Venezuela garantisce milioni di barili di petrolio al giorno agli USA), restituisce la vera chiave di lettura della situazione internazionale. Le guerre sono fatte sempre e solo per ragioni economiche e quindi di potere. E qui sta il nocciolo della questione: a chi convengono le guerre? Certo non ai salariati, ai dipendenti statali, all'operaio tessile e neppure all'insegnante, come anche allo studente appena diplomato, figurarsi al disoccupato. Anzi dopo essere stati depredati in nome dell'Europa di Maastricht (contrazione del costo del lavoro, flessibilità, riduzione al minimo delle garanzie previdenziali, minori servizi, meno sanità e quindi meno possibilità di curarsi e di prevenire le malattie magari professionali), loro si vedranno, questa volta in nome delle economie di guerra, ridurre vieppiù gli spazi già angusti di dignità, mentre chi batte cassa (oggi i petrolieri, i fabbricanti d'armi, le multinazionali e domani le imprese e le banche di quei Paesi che hanno partecipato alla guerra e che vogliono "ricostruire", indebitando "ad libitum" il paese rasato al suolo, costringendolo alla sudditanza economica) ingigantirà i propri profitti.

Cosa si può fare? Da circa una decina d'anni a livello mondiale (vi ricordate l'accordo NAFTA e il Chiapas, o Seattle?), "grazie" agli effetti globali e contemporanei del capitalismo, si sta sviluppando una coscienza critica, magari confusa sugli obiettivi, consapevole però che l'ordine mondiale, così com'è nei progetti dei paesi capitalistici, rende schiavi miliardi di persone per il benessere di pochi milioni, i quali però hanno il compito di garantire, magari con "elezioni democratiche", e quindi di legittimare il saldo potere di pochi. Questa consapevolezza ha prodotto la nascita del cosiddetto "movimento no-global". E questo movimento no-global, dopo innumerevoli occasioni di confronto e scontro con l'economia mondiale e le sue regole, ha prodotto un evento planetario unico: il 15 Febbraio, in tutto il mondo, centinaia di Città hanno visto sfilare nelle loro piazze e nelle loro vie, milioni e milioni di persone che dicevano "no alla guerra"! Pensiamoci bene: se due anni fa lo avessero predetto avremmo considerato il nostro indovino un intramontabile ottimista decisamente visionario!

Questa è l'unica strada da percorrere: occorre continuare a lavorare all'interno dei movimenti, portando intatto il nostro contributo di comunisti, di marxisti, e quindi la nostra chiave di lettura, perché questo immenso e splendido "oceano" che avanza non si disperda e soprattutto non si illuda di rendere meno feroce il capitalismo, pena una sconfitta storica della quale non abbiamo bisogno.

Nonostante la coerenza le nostre nette posizioni contro la guerra vengono pesantemente attaccate da una parte dei mass-media e dai nostri avversari politici. Siamo etichettati come terroristi, amici di Saddam e perfino il nostro slogan "No alla guerra senza se e senza ma" è sottoposto a due maliziosi quesiti: se il no alle guerre è davvero così categorico allora anche la guerra di liberazione dal nazifascismo era da evitare? E ancora. Come si può manifestare per la pace con addosso una maglietta di Che Guevara? Per ultimo ci viene non troppo amabilmente rimproverato lo scarso interesse verso gli altri conflitti sparsi per il pianeta, il tutto per affermare che noi comunisti siamo sempre e solo contro le guerre che vedono coinvolti gli Stati Uniti, solo perché siamo antiamericani. Cosa ti senti di rispondere ai nostri "accusatori"? Ti ritieni antiamericana?

Beh, potrei risponderti con una battuta dicendo che sarò antiamericana sino a quando il governo americano continuerà ad imporre la sua politica capitalistica! E forse in questa battuta c'è tutto. Anche il legame che sento nei confronti di quegli statunitensi che rischiano 25 anni di carcere per manifestare contro la guerra di "biberazione" irachena. Liberazione: parola che mi commuove e che mi fa sussultare, soprattutto se evocata senza pudore storico.

La guerra di liberazione con i combattenti sulle montagne e nelle città era la volontà di cacciare il nazifascismo, e probabilmente la storia d'Italia si sarebbe diversamente sviluppata se all'arrivo degli anglo-americani nella tarda primavera del '45 non avessero trovato la Resistenza ed i suoi valori. Uomini e donne che hanno combattuto, sofferto, che hanno subito le torture più crudeli e che sono morti, anche a vent'anni. E la storia di Savona dedica a quel capitolo doloroso molti nomi di combattenti. E comunque saremmo poco attenti alle Storia se non avessimo chiare le motivazioni economiche e finanziarie per le quali gli USA intervennero nella seconda guerra mondiale in Europa e in Giappone, e il grande accordo raggiunto a Yalta.

Che differenza c'è tra la Guerra imperialista e la Resistenza o la Rivoluzione del Che? C'è il valore della giustizia sociale, dell'uguaglianza contro lo sfruttamento. Il Che, figura luminosa degli anni '60, ha lottato e combattuto a Cuba, allora giocattolo paradisiaco degli USA, per restituire ai cubani la loro dignità. Ha saputo trasmettere i valori della Rivoluzione perché altri, contadini e operai, si riprendessero ciò che gli spettava, non solo il proprio destino ma anche la costruzione della propria società attraverso il controllo diretto delle loroPatrizia Turchi produzioni, per riappropriarsi della ricchezza che loro stessi producevano. Tutti sanno che la guerra in Iraq è per il controllo del petrolio, ed il braccio di ferro in ONU tra USA contro Germania e Francia, con la Russia al seguito, era solo per il controllo di quella dispensa energetica. Se l'Iraq dimostrava d'essersi disarmato questo avrebbe significato la fine dell'embargo, e i Paesi europei avevano pronta, da tempo, una succulenta convenzione con il governo iracheno per lo sfruttamento dell'oro nero. Adesso con l'Iraq in fumo (e i petrolieri americani mettono la loro bandierina sui pozzi petroliferi) va in fumo anche l'accordo con gli Europei. Ecco quindi che l'Europa si colloca, seppur con armi più raffinate, nel panorama delle potenze che sfruttano e che tentano di imporre in Iraq, come lo è stato nella ex-Jugoslavia e nei Balcani, il proprio ordine economico, colonialistico.

Ho sentito nei giorni di guerra la destra al governo che si "lamentava" del fatto che i comunisti si dimenticano delle altre guerre, riportando come esempio quello che avvenne nel 1999 quando l'Italia, col governo D'Alema, senza neppure un voto del Parlamento, si schierò con la NATO nella guerra dei Balcani (neanche allora c'era l'egida dell'ONU). Ma noi eravamo nelle piazze, nei posti di lavoro, nelle scuole a dire "no alla guerra". Oggi siamo di più in quelle piazze: gente comune, donne, volti giovani di studenti e di lavoratori flessibili e sfruttati ci affiancano, uniti, nel dire no alla guerra, senza se e senza ma. Tra questa enorme marea di volti oltre ai comunisti ci sono molti che si richiamano alle parole del Papa, altri che sono semplicemente indignati, altri ancora che si rifanno ai valori del pacifismo. Io, da comunista, non sono pacifista. Chi si dichiara tale è contro tutte le guerre, è contro qualunque forma di violenza. Personalmente credo che il nostro modo di intendere la trasformazione del mondo non possa prescindere dalla lotta, dall'uso della forza. Altrimenti rinnegherei la Guerra di Liberazione o la Rivoluzione d'Ottobre, di Spagna o quella cubana. Quindi è giusto distinguere tra una lotta, anche aspra e dolorosamente violenta, contro lo sfruttamento e per la redistribuzione delle ricchezze, e le guerre che impongono una modalità esattamente opposta: quella per la quale il 20% della popolazione mondiale sfrutta il restante 80%. E c'è un'altra differenza: da una parte ci sono generali e banchieri, dall'altra le masse subalterne e sfruttate!

Come hai giustamente affermato le guerre, sia quella all'Iraq sia quella fatta in Afghanistan (solo per fare due recenti esempi) sono state concepite per meri motivi economico-strategici e come è stato più volte ricordato (anche dalle pagine di questo sito) non si possono scindere le due cose. Lo possiamo chiamare neoliberismo, capitalismo, imperialismo, o in mille altri modi, ma il problema centrale risiede proprio in questa forma di governo e di sviluppo del pianeta. La guerra si può battere solo mettendo in discussione il sistema economico che governa il mondo? È questo in estrema sintesi il contributo che portiamo nel "movimento" noi comunisti?

Bravo, hai centrato l'obiettivo: ma per combattere il capitalismo occorre prima conoscerlo. Questa è una questione alla quale sono molto affezionata: tu sai che ho tentato di rispolverare - anche attraverso il sito - vecchie terminologie che da moltissimi vengono considerate desuete come imperialismo, lotta di classe, proletariato, abolizione della proprietà privata, ecc. Anzi, molti provano un senso di fastidio, quasi a dire: «il mondo è cresciuto, è diverso da quello descritto da Marx nella metà dell'800, e "questi qui" (che saremmo noi comunisti) ancora tirano fuori dal cappello vecchi concetti, sono dei settari e nostalgici». Orbene, mai come in questi ultimi mesi non si legge altro nella stampa borghese e finanziaria. Tornano in auge termini come capitalismo, imperialismo, addirittura c'è chi come Ferrara, che in tv, rispolvera con una punta di nostalgia il colonialismo inglese in India! In realtà questi concetti non sono mai morti, anzi, sono stati ampiamente utilizzati e soprattutto concretizzati.

Nulla può essere demolito se non lo si attacca alla radice. Quindi al capitalismo va opposto il socialismo, alle multinazionali l'abolizione della proprietà privata, all'imperialismo l'internazionalismo. Terminologie come neo-liberismo ad esempio se usate come "unico contenitore" rischiano di spostare l'asse dell'intervento. Rischiano cioè di produrre un'idea, per me illusoria e in partenza fallimentare, secondo cui è possibile intervenire sperimentando novelle e più efficaci modalità riformatrici. Ma la storia ci ha insegnato che le grandi riforme sono state l'arma dissuasoria delle potenze capitalistiche contro i movimenti rivoluzionari, che si muovevano avendo sullo sfondo una vera Rivoluzione (quella del '17). Ma oggi, nonostante il grande movimento potenzialmente possa essere rivoluzionario, non siamo ancora a quel punto di rottura, ed il capitalismo non può che regalarci o relegarci in contro-riforme.

Forse più che un contributo dovremmo proporre le nostre letture del mondo al movimento, invitandolo a porre attenzione alle analisi che proponiamo, per indirizzarci insieme verso un obiettivo strategico di più ampio respiro.

Più volte la minoranza del PRC (anche nelle tesi congressuali e nel documento per la conferenza dei Giovani Comunisti) ha parlato di egemonia nei movimenti: da quello studentesco a quello operaio passando per il cosiddetto "Movimento noglobal". Ci puoi spiegare meglio questa posizione? Da presupposti e con obbiettivi diversi non è quello che in parte è riuscito a fare Sergio Cofferati?

Se ci sia riuscito non ne sono più così certa, ma che questo fosse il suo intento non ci sono dubbi. Sono contenta che tu mi abbia posto questa domanda sull'"egemonia", parola che sembra risvegliare vecchi riferimenti (parlo della politica del PCI) abbondantemente falliti.

Per me egemonizzare un movimento, (ma potrebbe succedere anche in una comunissima riunione di condominio!) non significa "metterci il cappello", arrivare insomma con la verità in tasca e aspettarsi che tutti ti accolgano, o peggio si adeguino. Tutt'altro: significa spendersi all'interno di quella realtà, preziosissima, e portare alcune idee. Non generiche e neppure felicemente, ma falsamente "rivoluzionarie" e nuove. Io parlo di idee che appartengono alla lettura, dal punto di vista marxista ovviamente, delle classi sociali, dell'economia e delle dinamiche capitalismo-imperialismo-colonialismo.

Un esempio che mi piace fare e che mi sembra sempre calzare a meraviglia è quello della proprietà privata. Io non concordo con quanti ritengono utile ad esempio boicottare determinati prodotti (siano essi la benzina, il software o il latte condensato). Bada, non perché non sia importante far passare una informazione specifica: parlare di boicottaggio di una multinazionale comunque significa spiegare alla gente normale, al "consumatore", quali sono i modelli di produzione (nord-sud), i livelli di occupazione in nero o di sfruttamento, il ciclo produttivo che deve rendere moltissimo naturalmente a svantaggio dell'ambiente e della salute (pensiamo alla vicenda della mucca pazza, alla Shell o alla Nike ad esempio). Ma l'azione non può essere quella del boicottaggio. Sarebbe, dal mio punto di vista, fallimentare. Ammesso che i grandi colossi contro i quali ci rivolgiamo siano sensibili anche a milioni di proteste (e non agli embarghi reciproci delle potenze economiche…) pensiamo davvero che cambierebbero il modello produttivo? Forse ne attenuerebbero gli effetti, magari limando qui o là, concedendo qualche garanzia di più e qualche diritto. Ma il discorso di fondo rimarrebbe uguale: esiste una multinazionale, sovvenzionata da grandi capitali, che per rendere molto deve affidarsi allo sfruttamento delle risorse e degli uomini.

Come già vi ho detto non è utile curare i sintomi, ma meglio attaccare la struttura. E allora parlando di proprietà privata perché non cominciare (continuare) a pensare che solo un processo produttivo controllato dalla classe lavoratrice può essere garanzia contro ogni tipo di sfruttamento? Mi scuso se in pillole vi ho parlato di una cosa ben più importante, ma per farvi capire che se porti questa idea nel movimento il tuo impegno è quello di suscitare negli altri un ragionamento, un filo di pensieri che può portare all'assunzione di questo concetto, non perché "vero", ma perché credibile.

Se scatta l'"insight" tu hai prodotto, nei fatti, un processo di egemonia.

Tuttavia nonostante l'assenza di questo "bagaglio culturale" e di questa "guida" il movimento è cresciuto contro ogni più rosea previsione. Almeno così dicono le imponenti manifestazioni per la pace, sparse per il pianeta, che si sono svolte negli ultimi mesi. In Italia nelle settimane di guerra abbiamo assistito allo stesso fenomeno con la quasi totalità delle forze politiche del Centrosinistra che si sono più o meno convintamene schierate contro l'aggressione militare in Iraq e contro i possibili nuovi conflitti. Hanno aderito in qualche misura al "movimento"? È una svolta a sinistra nella politica dell'Ulivo o al contrario è una posizione un po' "forzata" e opportunista?

Beh, sai, non sono certa che ci sia stata una adesione al movimento, piuttosto credo che un tema molto sentito come quello della pace (promosso anche dal Papa), non potesse essere lasciato solo al movimento. Che ci siano delle differenze, addirittura strategiche, è chiarissimo: il Centrosinistra è apertamente schierato con l'Europa di Maastricht, ne ha condiviso le politiche e in suo nome ha attuato in Italia una feroce limitazione di diritti che sembravano conquistati per sempre. Non possiamo nasconderci che il tanto famigerato lavoro interinale nasce tra le braccia di Prodi, promosso da Treu, e viene osannato da D'Alema ("il futuro del lavoro è la flessibilità"). Ed Europa di Maastricht significa anche politiche economiche espansionistiche, apparato di difesa europeo, controllo delle produzioni. Basta guardare al dopoguerra iracheno per rendersi conto delle implicazioni. Il Giornale titolava un suo articolo di prima pagina: "250 le imprese italiane impegnate nella ricostruzione dell'Iraq". Possiamo davvero pensare che il Centrosinistra volti le spalle alla borghesia imprenditoriale? Lo dimostra il voto al Parlamento sull'invio dei Carabinieri (chissà se ci mandano anche Placanica?). Quindi davvero nessuna svolta.

Casomai l'obiettivo è quello di rappresentare quella parte del movimento non abbastanza radicalizzata, che per semplicità politica o difficoltà all'analisi delle dinamiche del capitale globalizzato, tende a "curare" (riformismo) i sintomi più letali del capitalismo. La differenza tra noi e loro è semplice, noi non siamo per cure sintomatiche (i danni del Capitalismo) ma per interventi strutturali (l'abbattimento del Capitalismo). Interessante invece è la capacità di Cofferati a promuovere, attraverso la sua massima visibilità, l'interesse e il logico tentativo di egemonia nel movimento. Non è casuale, come ha dimostrato l'assemblea nazionale dei DS a Milano svoltasi ad Aprile.

Proprio intorno alla figura dell'ex Segretario CGIL nei mesi scorsi si è aperto nel Partito un acceso confronto. Per chi ancora non lo sapesse riepiloghiamo brevemente i fatti. Il 20 Febbraio in occasione della "visita" di Sergio Cofferati nella nostra città, i militanti di Progetto Comunista distribuiscono all'ingresso del Cinema Astor, che ospita la serata, una "lettera aperta" al più celebre degli impiegati Pirelli. La maggioranza del partito non condividendo tale scelta organizza per la stessa sera un controvolantinaggio in cui si prendono le distanze dall'iniziativa della minoranza. Detto questo dato che sei un'autorevole esponente di Progetto Comunista (sei tra l'altro nel Consiglio Nazionale dell'associazione) ci puoi spiegare le motivazioni di quel volantinaggio? Non credi che quel 20 Febbraio si sia creata una situazione grottesca e dannosa per il Partito? Per quanto ti riguarda lo rifaresti ancora?

Patrizia TurchiScrivere una "Lettera aperta a Cofferati" non è come mangiare di nascosto la marmellata (ergo: prometti di non farlo più!). Inoltre non sono "autorevole" solo perché sono membro del CN di Progetto Comunista, semplicemente rappresento, nella sede nazionale, il collettivo locale dell'Associazione. È una Associazione alla quale ho aderito con piacere e con entusiasmo: uscire dal ghetto stretto dei localismi (seppur nazionali) per un respiro internazionale mi fa stare proprio bene.

Ritornando alla lettera: è stato invece un passo importante allora ma ancor più oggi alla luce degli ultimi accadimenti in tema di art.18. Spiegare, ovviamente non a Cofferati, ma a quell'intreccio di interesse popolare misto a voglia di nuovo che per un certo periodo si è accalcato attorno alla figura dell'ex segretario della CGIL, cosa di nuovo non ci fosse all'orizzonte. Oggi abbiamo una gravissima presa di posizione contro il referendum sull'art.18 che vede schierati sullo stesso fronte Cofferati (ma non Aprile!), la Confindustria ed il governo Berlusconi. Pazzesco!

Cofferati ha avuto uno straordinario compito: quello di congelare il movimento, da quello operaio a quello studentesco e più genericamente no-global, all'interno di un progetto che non ha dato sbocchi di nessun genere. Alle parole d'ordine sciopero generale ha saputo rispondere indirizzando milioni di lavoratori e studenti su specifici momenti, molto esaltanti e significativi, ma assolutamente controllati ed al ribasso. E ciechi rispetto al traguardo.

Cosa ha chiesto il Cofferatismo? Certo non l'alternativa al sistema. Cosa ha proposto davvero il Cofferatismo? Certo non l'allontanamento dalla borghesia imprenditoriale. Anzi. Possiamo leggere le motivazioni di questo fenomeno italiano solo se abbiamo chiaro il quadro politico d'insieme e la profonda crisi dell'Ulivo e delle sue componenti, e gli scavalcamenti a destra e a manca, per creare nuove relazioni politiche, tutte interne però al Centrosinistra per riallacciare rapporti con l'imprenditoria. E, come si sa, chi muove le masse ha maggior peso politico e peso specifico nelle successive contrattazioni.

Quella "lettera aperta" partendo dall'analisi politica e da una critica schietta alla concertazione che ha visto - con Cofferati in testa quando era responsabile del maggiore sindacato italiano - ridurre drasticamente diritti e sicurezze dei lavoratori, lanciava un appello al "Cinese": schierarsi dalla parte dei lavoratori e dei prossimi futuri lavoratori per l'estensione dell'art.18. Non perché questa significativamente migliori la qualità della vita di milioni di lavoratori, molti di questi ormai ingabbiati nelle viscere oscure del precariato, dell'interinale, dell'apprendistato, del Co.Co.Co.. Ma perché può e deve segnare uno STOP al precipizio dei diritti, dal quale ripartire per una stagione di lotta e di piattaforme che metta al centro della discussione il sistema produttivo e le sue regole liberali.

Oggi tutto questo è ancora più attuale. Anzi, dovesse ricomparire Cofferati a Savona non mi farei sfuggire un'altra occasione d'oro. Il problema è che tutto il Partito dovrebbe reagire alla collocazione di Cofferati, non solo emozionalmente rispetto a questa presa di posizione, ma criticandone con fermezza la strategia politica. Invece sembra impantanato nell'atteggiamento "non facciamoci nemico nessuno" e la responsabilità non è solo del livello locale.

tre belle immagini di Patrizia Turchi
foto di Marco Ravera
La linea di Rifondazione in questi ultimi mesi ha visto prima la stretta di mano con Cofferati e quindi a Prodi (ricordate l'apertura di Ferrero a Patta?) e poco dopo la creazione di "commissioni a tema" col peggio del peggio del Centrosinistra come Mastella e Treu. La politica del "un colpo al cerchio ed uno alla botte" è funzionale solo ed esclusivamente, dal mio punto di vista, per non tagliare fuori nessuna delle possibilità di una ricollocazione di governo del nostro Partito col Centrosinistra. Lo spazio aperto dagli avvenimenti politici è enorme e il PRC, per una strategia politica di sostanziale ma innominabile stampo riformista, non promuove la vera "svolta".

Sul livello locale non ho niente da dire tranne che forse prima di annunciare, in forma di volantino, la rottura dell'unitarietà della gestione del Partito, per altro non avvenuta, era, ed è sempre opportuno riflettere sulla comunicazione che viene data e sugli effetti, volontari ed involontari, che si attivano: cosa si vuole dire e a chi parliamo.

Per ritornare al tema dei referendum da qualche settimana abbiamo lanciato sulle nostre pagine la campagna "3 motivi per votare SI ai referendum" in cui esponenti locali e nazionali del PRC e più in generale del "fronte del Si", spiegano le ragioni della loro adesione ai quesiti referendari. Per chiudere questa nostra chiacchierata ci vuoi segnalare le tue considerazioni e i tuoi "3 motivi per votare si ai referendum"?

Per la verità di motivi ne avrei sei: tre per referendum. Per quanto riguarda quello sull'articolo 18: voto sì per aiutare chi è svantaggiato e più a rischio di licenziamento cioè la categoria più debole del mondo del lavoro e, all'interno di questa, gruppi specifici: le donne ed i giovani; secondariamente perché vedo sempre vantaggi per il padrone (contributi, alleggerimento degli oneri sociali, defiscalizzazioni, rottamazioni varie, iniezioni economiche sostanziose da parte dello Stato, ecc.) ma sempre condizioni sfavorevoli per il lavoratore (precarietà, incapacità di sentire sicuro il proprio futuro, perdita del valore del proprio lavoro e della retribuzione corrispondente, rischi per la salute, compromissioni per la qualità e dignità della propria vita e di quella dei propri famigliari, ecc.) ed infine perché credo che occorra arrestare la discesa spaventosa dei diritti elementari delle lavoratrici e dei lavoratori prodotta dalla concertazione sindacati-padronato-governo di questi ultimi vent'anni. Questo referendum è uno stop. Dal quale partire per una grande piattaforma rivendicatrice che rimetta in discussione l'intero mondo del lavoro e della produzione.

Non meno importanti sono le motivazioni che mi spingono a votare si al referendum sull'elettrodotto coattivo. Anche se è cambiata la realtà della produzione dell'energia (da statale è oggi in mano a privati) hanno voluto mantenere i vecchi diritti: cioè l'esproprio coatto anche se chi lo propone è una Società per Azioni! In ligure si direbbe: ciucciare (fare soldi grazie alle privatizzazioni) e sorbire (avere gli stessi diritti di uno Stato)! Secondariamente perché è giusto, attraverso questo referendum promuovere un nuovo ragionamento sulla produzione di beni essenziali. Ma... Privato: è così bello? economico per il consumatore? più trasparente? più di qualità? più vantaggioso per i dipendenti? Ad oggi nessuna delle esperienze fatte nel campo delle privatizzazioni ha dato uno solo di questi esiti. Per chiudere perché gli elettrodotti, e più in generale le installazioni, non sono esenti da rischi alla salute (vi ricordate i ripetitori inamovibili del Vaticano e di Radio Maria?), ed è giusto che a fianco di uno studio serio sui probabili effetti cancerogeni (leucemie in primis) ci sia la possibilità di tutelarsi impedendone l'installazione.

Marco Ravera e Andrea Petronici
Savona - 23 Maggio 2003