Fratelli di un’Italia (e una Ligura) anti-abortista

La legge 194 del 1978 è la legge della Repubblica Italiana che ha depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto, che fino ad allora era reato. La 194 compie quarantatre anni, durante i quali in alcune regioni d’Italia ha incontrato difficoltà a essere applicata; in altre le difficoltà sono state tali da costringere a cercare altrove la soluzione del loro problema.

Il diritto sancito dalla legge non è mai stato pienamente garantito e in questi ultimi anni è stato sempre più minacciato.

In Italia la percentuale di medici obiettori è del 70%, mentre al Sud aumenta e arriva al 92%. In Molise ai ginecologi obiettori si aggiunge il 46,3% degli anestesiti e il 42% del personale sanitario non medico. Inoltre la legge non prevede alcun obbligo di continuità assistenziale per il medico obiettore.

Come tutte le leggi che riguardano i diritti la 194 risente particolarmente del cambiamento sociale e politico ora molto modificato.

Chi avrebbe mai pensato che in Italia avremmo potuto censire più di cinquanta cimiteri dei feti con i nomi delle madri sulle croci, e che ci sarebbero state associazioni antiabortiste particolarmente attive nel contrastare quello che era nato come diritto delle donne per evitare pericolosi aborti clandestini?

C’è un appello al governo, e in particolare al ministro Speranza perché faccia rispettare la legge.

Il problema di fondo è che chi ha strumenti culturali ed economici trova facilmente il modo per abortire in sicurezza nelle strutture private, mentre le donne, e spesso ragazze, meno attrezzate culturalmente ed economicamente pagano tutte le conseguenze del loro gap.

Le regioni devono assumere medici non obiettori in numero sufficiente per far fronte alle richieste, devono controllare tempi e modalità degli interventi, e lo Stato deve penalizzare le regioni inadempienti.

Sembra incredibile ma è vero, che sul sito del Ministero della salute non venga nemmeno spiegato come accedere all’aborto nella propria regione né cosa si debba fare per poter vedere esercitato il proprio diritto. Il Ministero non fornisce da diversi anni, nemmeno su richiesta, i dati sulle violazioni dei diritti riproduttivi, sugli aborti clandestini e sulle conseguenze dell’aumento degli obiettori, che fanno carriera più facilmente.

L’Italia viola l’articolo 11 della Carta Sociale Europea, e regioni di centrodestra come Marche e Abruzzo sfruttano spudoratamente la mancanza di controllo del Ministero per boicottare l’aborto.

In Liguria Fratelli d’Italia ha depositato al Consiglio Regionale una legge per creare presidii antiaborto negli ospedali e nei consultori. Fratelli d’Italia vuole legalizzare la presenza di associazioni pro-life nelle strutture pubbliche.

La Liguria non è la prima regione a guida centrodestra che negli ultimi mesi tenta di introdurre norme e stratagemmi di carattere psicologico per contrastare l’interruzione di gravidanza. La proposta di legge viene subdolamente definita “a tutela della salute della donna e del concepito”. Dove per “tutelare” si intende “impedire”. I tre estensori, due uomini e, ahimè, una donna, sostengono che “l’aiuto alla donna e la promozione della vita sono obiettivi prioritari da perseguire anche a livello regionale” e sostengono anche di “voler rendere un servizio ai figli oltre che alle loro madri, minacciate dalla solitudine, dall’ignoranza, dalla povertà e dalla paura”.

Ma sappiamo bene che povertà, ignoranza e paura si combattono con strumenti di carattere economico, con l’informazione, la cultura e leggi adeguate.

Non si combattono certo con ambigui sostegni morali e bigotti, che hanno come unico scopo quello di instillare sensi di colpa e dissuadere dal far valere un diritto vecchio quarantatre anni ma mai veramente acquisito.

MAURIZIA NICHELATTI
Circolo “Silvia Poggi” – Savona

24 maggio 2021

Vignetta di Danilo Maramotti