Ciao Mario, come se fosse "antani"!

L'ultimo CIAK di Monicelli

Sto passeggiando con Bia, la mia cagnolina, per le vie di Savona e mi arriva un SMS. Non li vorresti mai ricevere messaggi di questo tipo, ma tant'è prendo il telefono e leggo: "Adoravo Monicelli...". Capisco che è successo qualcosa al grande regista. Chiedo delucidazioni e parlo al telefono con il mio amico. È una sensazione strana quella che ti porta a provare malinconia e veramente tristezza per la fine di un uomo che non conoscevi personalmente, ma che ti ha accompagnato per decenni in mezzo ai pregi e ai difetti del tuo Paese, di questa Italia tanto puttana e falsamente perbene. Mario Monicelli la conosceva bene la sua Italia: l'ultima intervista rilasciata al programma ribelle "Raiperunanotte" è un manifesto impietoso e vero della psicologia italica, dei difetti tanto evidenti di un popolo pavido, incapace di reggersi sulle proprie gambe, immaturo e profondamente fideistico nella ricerca di un capopopolo che lo guidi, che lo regga e lo sorregga.

Un popolo che scelse quel pagliaccio – così dice il regista – di Mussolini e se ne gloriò e lo mise a governare così come ha messo a governare Berlusconi: "Datemi il voto e vi renderò ricchi". È una frase che assomiglia più ad una pennellata di tinte fosche del quadro che viene fuori di uno Stivale perfettamente conseguente alla sua storia ultracentenaria.

Quella di Monicelli non è mai stata una lagnanza fine a sé stessa: le sue parole erano piene di speranza, di una speranza che possiamo senza alcuna esagerazione chiamare "rivoluzionaria". "Non c'è mai stata una rivoluzione in Italia", diceva. E aveva ragione. Questo Paese ha conosciuto epoche felici e disastrose: ha conosciuto dittature e democrazie incerte, ma mai una rivoluzione.

Ovviamente confidava nei giovani, nelle loro potenzialità. Lui era giovane, nonostante i suoi 95 anni. Era giovane come i "bischeri" di Amici miei, sempre in giro a fare "zingarate". Ed era giovane come quel Marchese del Grillo che recita un sonetto del Belli: "Io so' io e voi nun siete un cazzo!". Che non era un tono sprezzante verso la povera gente, ma era per Giuseppe Gioacchino Belli un invito a fare qualcosa: io scrivo, ma voi? Io faccio cinema e cultura, ci ha detto per una vita Mario Monicelli. Io vi stimolo a capire certe propensioni all'esagerazione verso questo o quello. Vi dico che siete un popolo di bamboccioni, tutti attaccati al salvatore della Patria di turno. Prima i Savoia, poi Mussolini, poi Craxi e infine Berlusconi. E, magari chissà, domani Fini...

Per capire l'Italia sbandata dalla guerra basta vedere "Tutti a casa!". Per capire l'Italia delle ipocrisie e del menefreghismo basta ridere con "I mostri" e con "I nuovi mostri". Per sorridere amaro, per dirci ancora una volta che abbiamo sempre fatto troppo poco anche noi. Sì, anche noi comunisti, anche noi a sinistra. Abbiamo una terribile e stupida vocazione al litanismo, al ripeterci ogni giorno che passeranno anni prima di riemergere socialmente, culturalmente e, quindi, politicamente. Posto che questa interpretazione dell'oggi sia vera o posto che sia una profezia speriamo tutta da smentire, ciò non toglie che dobbiamo senza alcun indugio rimboccarci le maniche e valorizzare quanto nei suoi film Monicelli ha descritto. Vale di più una sua pellicola che cento documenti di un comitato politico nazionale, parafrasando delle sagge parole.

E così, in questa serata triste, mentre su Rai Storia vedo scorrere le immagini dei balilla a scuola e la descrizione dell'educazione fascistissima imposta dal regime di Mussolini, penso che se domani le tv trasmetteranno qualche film del compagno Mario (sì, possiamo chiamarlo così, perché ha sempre avuto una grande vicinanza con Rifondazione Comunista al punto da essersi iscritto e con l'idea precisa di una rifondazione del Comunismo e di un partito comunista), lo faranno per un gesto di sincerissimo omaggio al maestro che se ne è andato via tra le ali del vento, con un volo che lo ha liberato da una condanna a morte inflittagli da un male irreversibile. Voglio però pensare che noi tutte e tutti quando riguarderemo un suo film lo faremo col sorriso nel cuore e con la certezza che i suoi valori erano e restano i nostri e che la rivoluzione da lui chiamata e richiamata è possibile. Ognuno se la immagini come vuole, basta che sia consapevole che una alternativa esiste e continua a chiamarsi comunismo.

Marco Sferini
Savona - 30 Novembre 2010