La partecipazione al governo non può ledere la nostra autonomia

Intervista a Lidia Menapace

Un percorso umano e politico ricco di grandi svolte, quello di Lidia Menapace, che si intrecciano con quelle della sinistra italiana da ormai cinquant'anni. Quella che incontriamo è una Lidia a tutto campo: dal governo, al movimento femminista passando per il suo passato da insegnante.

Abbiamo più volte detto che non Lidia Menapaceesistono governi amici, ma a te questo governo quanto piace?

Poco, in generale. Perché so che è un governo che non si può definire nemmeno formalmente amico. È un governo di coalizione nella quale la sinistra è una minoranza fin da principio, ha lavorato molto per ottenere un programma di governo accettabile e lo ha ottenuto. Ma questo rimane un governo a direzione borghese e con uno spazio ogni volta da conquistare per ottenere qualche cosa non dico di sinistra ma perlomeno progressista. Ci si può domandare perché sta in governo così.

Il ruolo che si è data Rifondazione è quello di essere "partito di lotta e di governo". Dove si incontrano e dove si scontrano queste parole?

Questa è una classica definizione del PCI che disse di sé stesso che era un partito di lotta e di governo. Di lotta era ovvio perché stava sempre all'opposizione, anche confinato all'opposizione, di governo perché ha sempre avuto, almeno nell'idea di Togliatti poi più specificatamente nell'idea di Berlinguer, l'idea che non si potesse far l'opposizione se non proponendosi comunque una volta o l'altra di entrare nel governo, sennò uno rimane confinato in eterno in una posizione di questo genere.

Per Rifondazione secondo me la cosa è abbastanza diversa però da come questa locuzione si poponeva per il PCI, perché da una parte non esiste creo più presso nessun compagno o compagna l'idea che bisogna sempre star per forza all'opposizione e nello stesso tempo c'è però una particolare avvertenza, sensibilità e preoccupazione perché se tu ti avvicini al governo in una posizione di minoranza puoi anche essere tranquillamente risucchiato. Quindi io sono convinta che bisogna insistere molto sul fatto che noi stiamo al governo realmente, siamo in assoluto i più reali sostenitori del governo Prodi, non c'è dubbio, noi non abbiamo fatto nessun trabocchetto mentre le destre del governo continuano a fare trabocchetti. Quindi lealtà nel programma, ma questo non può ledere alla nostra autonomia di forza politica che deve mantenere i suoi rapporti sociali e questo si fa nella lotta, nel rapporto coi movimenti, è questo il punto oggi della evoluzione interpretativa di questa famosa e fortunata locuzione del PCI.

Nel tuo lungo impegno politico qual è stata Lidia Menapacela lotta che ti ha appassionato di più? E quella che invece un po' ti ha deluso?

Sicuramente la Resistenza si colloca per conto suo in una posizione imparagonabile con qualsiasi altra cosa venuta dopo. Nelle cose venute dopo la guerra, quindi dopo la venuta della repubblica democratica in Italia, credo che prime siano state la questione della legge sull'aborto e della violenza sessuale, quelle che mi hanno di gran lunga appassionato di più. Prima che venissero queste cose, la lotta contro l'ingresso dell'Italia nella NATO.

Al contrario mi delude questa precipitosa ricaduta all'indietro. Quello che proprio mi riesce difficile sopportare è che sembri che si sia un po' persa, sia diventata labile o sia nascosta una coscienza antagonista che era stata forte anche in tempi difficili. Negli anni '50 la classe operaia ha preso delle sberle colossali, si ride un po' del fatto che ha resistito pensando che "arriverà Baffone", come dicevano gli avversari; io penso che questa idea di resistere perché la storia va nel tuo senso anche se hai preso delle sberle in faccia sia una grandissima cosa. La capacità di tenere la tua identità, e se lo fai anche con qualche mito e con qualche idolo, è comprensibile... ecco, l'idea che tutto questo si cancelli con tale rapidità è molto amaro. Anche tra le donne.

Appunto. Come vedi il movimento femminista in Europa, in Italia ed anche la condizione delle donne nel mondo?

Il movimento femminista in Europa si definisce "movimento carsico", ha delle emersioni e poi dei periodi di latenza, che noi riteniamo solo apparenti perché sono periodi nei quali sedimentano convinzioni eccetera. È tuttora molto forte e presente in quasi tutti i paesi europei con diversi livelli di maturazione: in Polonia ha più difficoltà che in Norvegia, è evidente, in Spagna ha avuto buoni risultati perché si è incontrato con il governo Zapatero che ha fatto un governo composto da metà donne e riconoscendo posti molto importanti a ministre; in Francia, in Inghilterra e in Germania è un movimento consolidato. Anche in Italia, secondo me, ma ha un periodo carsico un po' troppo lungo, con un cedimento abbastanza considerevole dal punto di vista quantitativo, a forme abbastanza arretrate di emancipazione puramente imitativo. Perché il movimento delle donne comincia come movimento di emancipazione: a me sono negati dei diritti, mi batto per ottenerli, per il diritto di voto, per poter andare all'università, per poter lavorare... Negli anni '70 il movimento neofemminista vogliono i diritti, ma non per copiare il modello maschile. Ad esempio: "voglio diventare magistrata per poter dire - A me questo codice non va bene -", perché leggi degli articoli sulla violenza sessuale che sembra una macelleria, non un testo giuridico; chi ha scritto questo non ha capito niente di cosa può essere uno stupro. Quindi cominci a lottare per l'eguaglianza, la differenza e la parità. È una cosa molto complicata, ma è la vera cosa che cambia la cultura, mentre è più rassicurante l'emancipazione, processo giusto e corretto, ma è una pura applicazione di diritto; quando io dico che voglio cambiare l'assetto giuridico, questa è la cosa differente, e questo urta molto, persino nella richiesta di un linguaggio inclusivo: si incontrano molte difficoltà nella richiesta di un linguaggio al femminile.

Parliamo un po' di te. Sei stata una proLidia Menapacefessoressa, che cos'è che ti ha gratificato di più e che cosa invece ti ha dato fastidio dell'insegnamento?

Preferisco il termine "professora", perchè il suffisso - essa è spregiativo nella lingua italiana. Comunque a me piaceva moltissimo insegnare, ho insegnato parecchi anni all'Università prima che mi cacciassero nel 1968, e la cosa che mi gratifica di più è incontrare ancora moltissimi miei ex studenti che ricordano ancora con molta simpatia le mie lezioni; uno di questi è addirittura figlio di due che furono miei studenti, è l'attuale più giovane senatore che c'è in aula, ed è di Rifondazione. Anche una delle senatrici è stata mia allieva all'università, insomma, sono stata quasi una buona maestra, diciamo! L'insegnamento mi è sempre piaciuto moltissimo, specialmente a livello universitario. Ho insegnato per un certo periodo anche al liceo, e mi piaceva molto applicare delle metodologie di pedagogia progressista. Non ho mai interrogato di "autorità", si facevano interrogare sempre i ragazzi con interrogazioni programmate: lo studente si preparava a esporre l'argomento scelto in un determinato tempo. Se impiegava troppo tempo gli davo 6-, perchè bisogna imparare a limitare i tempi, sennò succede come al Parlamento Italiano, che è una sbrodolatura di parole. Bisogna imparare anche il senso del limite e a non essere perfezionisti, bisogna capire cosa si può fare in quel tempo e in quello spazio. Quando io lavoravo al Manifesto una delle cose più straordinarie che ricordo è che Pintor, che mi considerava giustamente non perfezionista, diceva "se mancano 10 minuti alla chiusura, c'è un buco di 10 righe, chiedete a Lidia, che vi scrive la storia dal mondo in 10 righe e in 10' minuti"; quello che si può fare in quel tempo e in quello spazio, con una forte idea del limite, perchè il limite è molto stimolante, dà ordine al cervello.

Quindi io amavo insegnare con queste metodologie, non ho mai interrogato nessuno di forza, ho fatto interrogazioni collettive, anche esami collettivi all'università. Quando mi cacciarono dall'università nel '68 ebbi sei mesi di asma psicologica, mi pareva di non poter respirare.

Quello che mi dispiaceva di più invece erano gli aspetti burocratici, Lidia Menapace all'inaugurazione della Festa provinciale di Liberazioneal liceo era una cosa intollerabile. Infatti nei primi anni applicavo il mio metodo, in terza insegnavo come voleva il Ministero, perchè se fossero andati all'esame come li avevo preparati io sarebbero stati tutti bocciati. Ad esempio non si devono consultare i testi; Benedetto Croce non scrive un articolo su Dante senza avere la Divina Commedia davanti, e voi dovete fare il tema senza i libri da consultare, una scemata! Come l'esame di maturità, che è uno degli assurdi pedagogici... poi la forma che aveva allora, con la commissione tutta esterna. A una mia amica tedesca non sono mai riuscita a far capire come fosse possibile un regolamento in cui un ispettore che non aveva visto in faccia nemmeno uno studente, più un gruppo di funzionari potesse scrivere un tema che dovesse andare bene per tutti gli studenti d'Italia e che poi veniva letto da un professore che non era nè quello che aveva preparato gli studenti nè quello che aveva studiato il tema nel ministero. La mia amica non ci credeva!

Tornaniamo a noi. Il 20 ottobre è in programma la manifestazione indetta da Manifesto e Liberazione...

Ho già aderito e sarò naturalmente presente.

Alice Bragantini
Savona - 2007