Una sinistra non governativa

Per Rifondazione un ruolo tra politica e movimenti

Un avvenimento politico di importanza probabilmente secondaria, come quello della costituzione del Governo Berlusconi-bis, rappresenta paradossalmente la fine di un ciclo che assunto, nel corso delle vicende italiane, una straordinaria importanza: al di là dell'esito delle elezioni 2006, si è chiusa la fase della spinta reganian-tachteriana, aperta in Italia dal Governo Craxi nel 1983 sull'ambizione Fausto Bertinottidella "Grande Riforma". Tra alti e bassi, contraddizioni e spinte, intervalli e rincorse, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: il sistema politico si è radicalmente trasformato, il paese è peggiorato, la parentesi del Governo Prodi (1996-1998) ha, comunque, consentito quell'aggancio all'Europa, senza del quale la situazione italiana, sia sotto l'aspetto economico, sia sotto l'aspetto politico, potrebbe essere paragonata a quella sudamericana.

Si tratta di un esaurimento della "spinta propulsiva" del neoliberismo che si verifica sul piano internazionale: di un modo, cioè, di interpretare a livello globale l'innovazione tecnologica e la velocizzazione degli scambi; i due elementi del meccanismo che ha contribuito a distruggere il modello di inveramento statuale, fondato su alcuni fraintendimenti dell'analisi marxista, cresciuto nel '900 fino a rappresentare un possibile punto di riferimento nella spartizione delle sfere d'influenza a livello mondiale. Questo dualismo non c'è più: ha lasciato spazio ad una complessità e riarticolazione dello scenario internazionale, all'interno del quale l'unica superpotenza ha pensato di risolverne i nodi attraverso la strategia della "guerra preventiva".

Il punto di fondo rimane quello del "riequilibrio" sul piano internazionale, cui l'Europa dovrà fornire, ancora una volta, un contributo importante: insomma, sarà ancora tra Parigi e Berlino il luogo "chiave" di un possibile modificarsi della situazione. Ancora là, dove avevamo collocato la sede ipotetica della "Rivoluzione in Occidente".

La destra italiana, dal pentapartito in poi, ha applicato con ferocia le ricette neoliberiste, scavando sotto questo aspetto delle vere e proprie voragini anche sotto i piedi degli altri soggetti politici, senza però riuscire ad affrontare, in maniera convincente anche dal proprio punto di vista, il tema di fondo dell'epoca: quello della cessione di sovranità da parte dello "Stato Nazione".

L'Italia esce così dalla fase reaganian-tachteriana (delle ricette dei Chicago-boys, tanto per intenderci) con tre grosse questioni in piedi:

Non intendo, almeno per questa occasione, entrare nel dettaglio di una analisi sui contenuti, limitandomi ad un ragionamento rivolto alla dinamica degli schieramenti. Aggiungerò soltanto che, oltre ai problemi enunciati fino a qui, l'abbandono della guida del paese da parte della destra reaganian-tachteriana, lascia una pesante eredità: quella di un modello sociale dominante, basaPiero Fassinoto sull'individualismo consumistico competitivo. Questo è il punto da risolvere. Coloro i quali si troveranno a dirigere il Paese, a partire dai prossimi mesi, dovranno affrontare alcune questioni-chiave:

  1. l'intreccio di una complessità di contraddizioni, fondato su temi quali quelli dei diritti post-materialisti (pensiamo all'ambiente e alla bioetica: un tema sul quale avremo, addirittura, fra pochi giorni un confronto elettorale) e delle contraddizioni "storiche" (compresa quella di "genere");
  2. l'introduzione - obbligatoria, anche perché richiesta da fattori esterni cui siamo legati per necessità indissolubile - di un concetto di "limite nello sviluppo" e di ritorno ad un impianto di "programmazione pubblica" nell'economia;
  3. la questione dell'esercizio della democrazia, con il quadro politico eccessivamente sbilanciato verso la governabilità rispetto alla rappresentanza, sia in sede centrale che locale, un deficit di meccanismi partecipativi, una evidente distorsione nella realtà fattuale dei soggetti politici ormai ridotti al modello del "partito di cartello".

Risulta evidente come, alle forze del centro moderato che si apprestano ad aprire una nuova fase di transizione attraverso la presumibile vittoria nelle elezioni del 2006, non resterà altro da fare che cercare di applicare un programma condizionato dal peso del vincolo esterno e dalla necessità di intervenire surrettiziamente su alcuni strumenti che avranno bisogno di forti ed immediate correzioni di rotta (penso al deficit pubblico). A questo modo si arriverà ad un esercizio di governo cautamente al limite della continuità con il modello appena uscito perdente, sul quale mi sono già a lungo soffermato.

Politica estera, Politica economica, Struttura del rapporto tra politica e società non potranno subire un brusco momento di discontinuità con il passato più recente (non nella misura della Spagna, per esempio, laddove, però, l'arretratezza di determinate situazioni consente un respiro maggiore, anche al riguardo dei temi economici). Quindi, se non è il caso di riprendere il vecchio motto "la sinistra governerà con le armi della destra" (anche perché sarà molto fragile la sinistra chiamata a governare), potremmo comunque assumere quel motto come punto di approssimativo orientamento.

Sono consapevole di affrontare un punto di grande delicatezza, per analizzare compiutamente Fausto Bertinotti
Segretario Nazionale di Rifondazione Comunista
foto di Giovanni Sferini
Piero Fassino
Segretario Nazionale dei Democratici di Sinistra
foto tratta da www.savonads.it
il quale ci vorrebbero forse strumenti intellettuali più adeguati e un coraggio maggiore, di quello di cui dispongo. Purtuttavia mi pare il caso, con largo anticipo, porre una questione di fondo.

Se, come pare, l'Unione vincerà le elezioni del 2006, accanto all'azione di governo, si svilupperà un tentativo di ristrutturazione del quadro bipolare, in una direzione bipartitica. Dalla parte vincente, da quello che nominalmente si definisce come centrosinistra si tenterà di far assumere al cartello di "Uniti nell'Ulivo" una dimensione strutturata, non so se da partito vero e proprio o da federazione, ma comunque qualcosa di simile, nella convinzione (giusta, del resto) che in un sistema fondato sul maggioritario - bipolare non si governa senza un soggetto politico, capace di raccogliere oltre il 30% dei voti (lo stesso problema si porrà, ovviamente, sull'altro versante: dove allo squagliamento di Forza Italia, o si arriva ad una proposta analoga oppure il rischio sarà quello di una diaspora senza fine).

In questo quadro si colloca il ruolo di Rifondazione Comunista, che, nel corso dell'ultimo congresso, a Venezia, pare aver imboccato la via di una dismissione complessiva di quello che una volta era definito come "l'involucro politico". Rifondazione Comunista ha aderito, di fatto, allo schema maggioritario - bipolare e, nelle intenzioni proclamate dalla sua maggioranza interna, sembra voler assumere un ruolo border line tra politica e movimenti, stando al governo per gestire la fase della transizione al liberismo moderato e, contemporaneamente, interpretare la parte di "megafono dei movimenti", consentendo loro (in una visione "allargata" del ruolo dei gruppi di pressione) di dettare, almeno una parte dell'agenda politica, interpretabile, ormai secondo questo tipo di concezione, attraverso l'esercizio di governo.

Appare evidente come questo quadro, sulla cui prospettiva andrebbe aperto da subito un ampio dibattito, lascia fuori di sé uno spazio enorme: quello di una rappresentanza politica, non votata esaustivamente alla governabilità nelle sue forme dirette di espressione; radicate fortemente nelle istanza sociali subalterne ed emarginate, tentando però di fornire loro una concreta sovrastruttura politica; culturalmente orientata a contrastare direttamente il modello consumistico-individualistico-competitivo; collocata all'opposizione, non per vocazione insopprimibile, ma in funzione di una lucida analisi della fase di medio periodo, che va aprendosi.

Sta in tutto questo discorso il tema dell'identità comunista, che non affronto compiutamente (anzi che sfioro soltanto) per ragioni legate all'economia del discorso tutto volutamente incentrato sul tema della dinamiche politiche: l'identità comunista, oggi, non può più essere legata ai temi di un internazionalismo rivoluzionario legato alle forme politiche del '900 (non a caso ho già parlato di "fraintendimenti della teoria marxiana" a proposito degli inveramenti statuali a "rivoluzione avvenuta, attuati e poi falliti in particolare dalla socialdemocrazia russa).

Sarà soltanto collegandoci con i "punti alti" della situazione internazionale e delle contraddizioni che la attraversano, che potremo pensare di ricostruire una identità adeguata alle sfide del futuro. Per intanto lo scopo di queste disordinate note era molto più limitato: pensare in Italia, rispetto al governo centrista che si prepara a governare dopo il 2006, ad una ipotesi di soggettività politica di sinistra non legata esaustivamente al tema della governabilità.

Franco Astengo
Savona - 24 Aprile 2005