Nuova capacità d'iniziativa dei movimenti sociali; il metodo della nonviolenza assunto da soggetti politici, molto estesi nella loro espressione di radicamento sociale; spostamento nelle forme di allineamento partitico, con prevalenza della ricerca della governabilità in luogo della rappresentanza: cambiano le metodologie e le pratiche della politica, sfuma il '900 delle grandi certezze, i governi appaiono come fortezze assediate, rinchiuse nell'ansia di mantenere il consenso accumulato attraverso le fragili e mutevoli onde dell'etere. Sorgono nuove idee su come raccordare società e politica, movimenti di massa e prospettiva di trasformazione degli equilibri dominanti.
È il momento di ritornare a pensare in grande: in questo quadro fa spicco la riflessione di John Hallowey, un irlandese che insegna all'università di Puebla, in Messico. La riflessione portata avanti da Hallowey riprende il tema del feticismo e dell'alienazione come fattori dirimenti, per una teoria della trasformazione che nasce "dentro e contro" il sistema dato: un tema che Hallowey, in una qualche misura, riprende da Luckas, che dopo averlo elaborato teoricamente attraverso l'applicazione di un sofisticato metodo filologico marxiano, non riuscì, però, ad applicarlo al "partito", contribuendo così a relegare il tema dell'alienazione ad una condizione dell'esistenza che poteva essere compresa solo dai margini della società, sia si trattasse di gruppi intellettuali minoritari alla ricerca della "verità", sia di reietti o di avanguardie artistiche alla ricerca di una via di uscita dalla società unidimensionale (una condizione di minorità non sbloccata, a livello teorico, dai successivi tentativi di Marcuse e della scuola di Francoforte).
Oggi, proprio quel mutamento di qualità nell'esercizio della politica cui si accennava all'inizio e la difficoltà, apparentemente insormontabile, di individuare una via rivoluzionaria fondata sulla coscienza di classe, fa tornare d'attualità il tema dell'alienazione e del feticismo, contribuendo a mutare il paradigma fondativo della sinistra. Viviamo e lavoriamo in una società marchiata da antagonismi "binari": tra valore di scambio e valore d'uso, tra capitale e lavoro, tra uomini e donne. In passato lo schema della sinistra era semplice: impadroniamoci dello stato e attraverso di esso avviamo la trasformazione delle relazioni sociali.
La storia ci ha mostrato che non è proprio così (forse Gramsci, "en solitaire", intuì qualcosa in questa direzione, quando scrisse sulle "casematte"). Basti pensare al fallimento delle esperienze del socialismo sovietico e della socialdemocrazia: uno schema, però, duro a morire nella mentalità degli autoproclamatisi "gruppi dirigenti", come dimostrano il "politicismo" e la "doppiezza" che animano, ad esempio, il modo d'essere dei DS italiani. Per evitare la scorciatoia della presa violenta del potere o l'inevitabile "integrazione" del meccanismo elettorale, una teoria della trasformazione non deve quindi fare leva sullo stato.
Nasce da qui, allora, l'idea di "cambiare il mondo senza prendere il potere". Esistono esempi, sui quali far leva, per giustificare un avvio di ragionamento rivolto in questa direzione? Se ne propongono almeno tre: l'Argentina, il Chiapas, il Brasile. Dalla rivolta zapatista molto si è scritto e detto, ma va sottolineato un aspetto che emerge dall'esperienza dell'EZLN, cioè il fatto che nessuno vuole "prima" assaltare il palazzo d'inverno e "poi" cominciare a cambiare le relazioni sociali. Semmai, è proposto il contrario: non c'è palazzo d'inverno da conquistare, ma relazioni sociali da cambiare, qui ed ora. Il grido che viene lanciato (l'urlo iniziale dell'opposizione alla miseria, economica, morale, culturale, in cui viviamo) è "ora basta!" e questo scandisce l'agenda politica. A Buenos Aires, invece, la parola d'ordine è "che se vadano via tutti". In ogni caso non si aspetta che questo accada, per cambiare le forme di vita e le relazioni sociali della società argentina. Lo stesso si può dire dei Sem Terra brasiliani. Non hanno certo atteso che Lula vincesse le elezioni, per dare vita alle loro comunità autonome. In sintesi sono tutte esperienze che possono esemplificare come la trasformazione passi attraverso la creazione di una "propria" agenda e di un "proprio" calendario.
Naturalmente non tutto è così semplice, e non mancano le obiezioni sensate: esiste il rischio di cadere nella "micropolitica", dove tutto è ridotto al livello minimo e si affrontano piccoli problemi, per i quali si trovano piccole soluzioni. L'altro rischio è quello di sviluppare forme di vita e produzioni "alternative", che poi sono risucchiate dalla logica mercantile a cui volevano sottrarsi.
un'istantanea dal Chiapas dove è stata applicata l'idea di
"cambiare il mondo senza prendere il potere"Per quanto riguarda la "micropolitica" è possibile replicare (ricordando, per inciso, che ogni politica radicale presenta dei rischi), è possibile replicare ricordando che questa diventa reale quando la "single issue" è eletta a questione generale, cioè quando si perde di vista il movimento incessante che pervade la società (l'altra faccia della medaglia della "micropolitica", del resto, è rappresentato proprio dall'autonomia del politico, che smarrisce il senso delle continue trasformazioni sociali). Il capitale deve fare i conti, sempre, con la sua negazione e deve di conseguenza modellare, continuamente, le relazioni sociali. Un movimento sociale che neghi la sua particolarità, facendola diventare una "questione generale", negando le altre forme di resistenza, è destinata ad una deriva "micropolitica".
Non esiste un modello da proporre, per ovviare a questo inconveniente: è la negazione della logica del capitale il motore della trasformazione, perché non c'è trasformazione se non si nega la logica dominante e le forme reificate, che assume il governo della società. Lo stato, il valore sono le forme assunte dalla logica dominante: cambiare il mondo è quindi emanciparsi dalla logica dominante.
Nella stessa direzione va condotta l'opposizione alla guerra: la guerra preventiva è stata mossa non solo nei confronti del terrorismo, ma anche nei confronti di quei movimenti sociali che hanno messo in discussione l'ordine mondiale del neoliberismo, con l'obiettivo dichiarato di mettere ordine in tutte le società, non solo in quelle ostili agli interessi dell'unica superpotenza rimasta.
La risposta alla guerra preventiva che arriva dagli integralisti islamici, rappresentati dallo loro lobbies, esprime una visione arcaica e violenta delle relazioni sociali, che si somma alla loro piena integrazione nell'economia mondiale: questi integralisti sanguinari, in sostanza, sono simmetrici a quella visione del mondo e a quella violenza sopraffattrice che dicono di voler combattere. Sono persone che vogliono prendere il potere e non cambiare il mondo: coloro che, invece, pensano a fare dell'alienazione insita nel sistema una leva per costruire una estraneità di fondo alle logiche dominanti intendono cambiare il mondo, senza prendere il potere.
Franco Astengo
Savona - 24 Marzo 2004