Rifondazione Comunista Savona

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Venticinque anni dopo, Genova torna e ritorna

All’epoca avevo ventotto anni ed ero ritornato in Rifondazione Comunista da poco meno di un anno dopo un biennio trascorso nel Partito dei Comunisti Italiani di Armando Cossutta ed Oliviero Diliberto. Ho sempre affermato – e lo ribadisco – che col senno di poi quella scelta non la rifarei; ma, tant’è, del senno di poi sono solo piene le fosse. Confesso e non ho alcun problema nell’ammetterlo, che in quei primi anni del nuovo millennio, in cui il movimento no global era riuscito a prendersi la scena mondiale divenendo sinonimo di una nuova Internazionale anticapitalista, ero quanto meno scettico sul tipo di rapporto che sarebbe potuto intercorrere con l’organizzazione classica di un partito comunista.

Mostravo, per questo, una certa diffidenza che si traduceva nell’adesione all’area più rigorosamente identitaria del PRC, quella che rivendicava l’autonomia dei comunisti e guardava con un certo sospetto la cosiddetta “contaminazione” con i movimenti altermondialisti ma, nello specifico, con una organizzazione degli stessi nei Social Forum. Sono stato, quindi, proprio in quegli anni, un critico dello spontaneismo, dell’assemblearismo permanente e dell’organizzazione dal basso che, per quanto mi riguardava, contraddiceva invece quella di un partito comunista che aveva (e ha tutt’ora, nonostante i tanti cambiamenti intervenuti) una serie di organismi cui spettano le decisioni a maggioranza in sedi preposte: assemblee degli iscritti, congressi, conferenze di organizzazione per l’appunto.

Però, ad onor del vero, devo anche ammettere – prima di tutto a me stesso – che non sono mai stato un avversario dei movimenti. Tutt’altro. Non mi è nemmeno mai passato per la mente che lo scopo nostro, come Rifondazione Comunista, fosse quello di egemonizzarli. E questo – bisogna dirlo – le centinaia di migliaia di persone che si riunirono nei Social Forum in ogni parte d’Italia lo compresero immediatamente: ci univano l’altermondialismo, un nuovo internazionalismo votato alla ricomposizione delle tante fratture determinate dallo sviluppo neoliberista da continente a continente e, quindi, la voglia, la passione politica, sociale, civile e moral-culturale di rappresentare davvero l’alternativa tanto al racconto quanto alla pratica del capitalismo.

Ci univano, ieri ed oggi, le critiche senza appello ad un sistema che non poteva e non può essere riformato: per questo, in breve tempo, lo slogan (che era tutto un programma, per davvero) “Un altro mondo è possibile” venne sempre più adattato al momento e divenne “Un altro mondo diverso è possibile“, oppure “Un altro mondo possibile è necessario“. La prospettiva comune era fondata su una convergenza delle differenti progettualità che si univano, per l’appunto, su piattaforme di cooperazione pratica e non solamente ideale. Si trattava di mettere a confronto e disporre a rete tutte le esperienze, ad esempio, nella lotta per la cura e la tutela ambientale; così come nel pensare e nel concretizzare modelli di economia etica e solidale.

Oppure cercare e trovare un legame indissolubile tra il pacifismo, la nonviolenza e la dismissione degli armamenti nucleari con la lotta politica che, in alcune parti del mondo, aveva la necessità anche di una organizzazione armata: come ad esempio nel Chiapas dove l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale dava del filo da torcere ai governi ossequiosi nei confronti dell’impero americano e del capitalismo in senso più lato. L’insieme di queste predisposizioni andava oltre la concezione ristretta di una politica riformatrice. Profumava di una che di rivoluzionario che, però, doveva fare i conti con i rapporti di forza esistenti ma che, differentemente da oggi, aveva una maturità tale e dei riscontri oggettivi soprattutto nei continenti più poveri, per poter essere dinamicamente attivo.

Durante la prima giornata delle manifestazioni e dei cortei, quella dedicata proprio ai migranti, ricordo di aver discusso a lungo con alcuni compagni greci e brasiliani di ciò che era stato oggetto di una adesione pressoché unanime: un patto di lavoro che prevedeva un impegno diretto in ogni contesto sociale per sensibilizzare le persone attorno ai temi che rappresentavano il portato specifico delle discussioni che non avrebbero dovuto rimanere solo propositi, ma essere diffusi e assumere le fattezze di proposte politiche da inverare in ogni contesto locale e in ogni ambito nazionale. Tra queste esigenze vi era quella di allargare gli spazi sociali proprio nelle città. La costituzione del Genoa Social Forum trovò espressione proprio su questo patto.

Quando nelle giornate seguenti la repressione governativa si manifestò in tutta la sua brutale ferocia, la gente di Genova non abbandonò i manifestanti no global al loro destino. Tutt’altro. Li sostenne, scese in piazza con loro e diede loro rifugio in case e portoni mentre poliziotti, carabinieri e finanzieri davano la caccia a quelli che avevano identificato come violenti, il cui unico torto era stato difendersi dagli attacchi ordinati da Berlusconi e Fini che pilotavano la cabina di regia dalla questura del capoluogo ligure. In fondo, era ben visibile a tutte e tutti la grande paura che avevano i Grandi 8 della Terra: le alte inferriate che proteggevano la “zona rossa” erano lì come monito ma anche come monumento di un timore che faceva bene ad essere tale.

Per esagitare gli animi, il 16 e il 17 luglio si da notizia di alcuni allarmi bomba. Il quotidiano “la Repubblica” parla di “psicosi nella città bunker“, perché Genova, oggettivamente, era stata ridotta a quello nella parte più antica e preziosa di sé stessa. Mentre Renato Rizzo su “La Stampa” del 18 luglio scrive che la città si trova come in una “bolla di paura e di attesa“. Fin dal principio, ben prima che le manifestazioni iniziassero e si tentasse di arrivare a protestare sotto la zona rossa, davanti alle grandi inferriate sorrette sui jersey di cemento, era stato pianificato tutto e per bene. Qualcuno si era illuso che esistesse una volontà di collaborazione; altri avevano subodorato che il governo avrebbe tentato la spallata repressiva per mostrare al mondo chi veramente aveva il controllo della piazza e il comando.

In quei giorni a Genova vengono dispiegati circa ventimila tra poliziotti, carabinieri e finanzieri. Nonostante tutto, viste pure le premesse che non lasciano intendere nulla di buono, anche dalle parti del sindacato c’è chi afferma che in fondo non può accadere nulla di quanto avvenuto a Göteborg solo un mese prima in occasione della riunione del Consiglio europeo. Si dice, si pensa, ci si autoconvince che la professionalità delle nostre Forze dell’ordine è tutt’altra cosa rispetto a quelle svedesi. Ci si illude e anche molto. Perché l’Italia è il Paese della “Strategia della tensione” e questo fatto sembra, in quei giorni, che ce lo siamo davvero dimenticati… Il corteo dei migranti, in fin dei conti, si è svolto pacificamente. Un grandissimo, lunghissimo serpentone colorato, ricco di bandiere, striscioni.

Una esperienza straordinaria che ancora oggi, a venticinque anni di distanza, mi sembra di rivivere davvero se la penso, se la provo a vedere con gli occhi del ricordo nella mente. Nel mentre il giorno dopo mi preparo per tornare a Genova, sapendo che il venerdì 20 luglio era la giornata del provare a cingere d’assedio la zona rossa per manifestare tutta la contrarietà popolare alle politiche dei Grandi 8 della Terra, dalle televisioni locali, che trasmettono dirette praticamente non-stop, si vedono colonne di fumo alzarsi. Fanno la loro comparsa i Black Bloc. I manifestanti del Forum li guardano quasi attoniti. Chi diavolo sono questi tutti vestiti di nero, con tamburi a tracolla che ritmano, marciano, non mostrano i volti coperti da occhiali e fazzoletti ugualmente neri?

Si spostano in piccole unità, creano momenti di tensione, assaltano il carcere di Marassi dando fuoco al portone di ingresso. Il pretesto per la repressione è servito: il presupposto c’è. Ed infatti il piano scatta. Si muovono a gruppetti, provocano e si ritirano, il tutto sotto gli occhi di polizia, carabinieri e finanza che non muovono un dito. Hanno l’ordine di lasciarli fare indisturbati. I Black Bloc sostengono di voler colpire i simboli del capitalismo con azioni di sfascio. Nella loro impostazione ideologica c’è il rifiuto dell’istituzionalismo, delle regole, ma non sono assimilabili all’anarchismo. Non sono nemmeno compatibili con il movimento no global che invece è unito su piattaforme e contestazioni che non hanno bisogno di mettere a ferro e a fuoco Genova.

L’intento del Social Forum è chiaro: assediare la zona rossa, seguendo i percorsi concordati e arrivare fin sotto le grate per tentare di abbatterle e varcare simbolicamente il limite come messaggio ai potenti del mondo: voi siete otto ma noi – almeno all’epoca – eravamo sei miliardi. Comunque, i Black Bloc, da una stima piuttosto precisa, sono circa un migliaio e agiscono separandosi in gruppi da cento. Il massimo della loro azione provocatoria è nella giornata dell’assalto alla zona rossa, quindi venerdì 20 luglio. Dalle televisioni le colonne di fumo continuano a salire, mentre gli appartenenti l blocco nero sfasciano vetrine, mandano in frantumi quello che gli capita a tiro. Le forze dell’ordine non muovono un dito.

Alcuni filmati mostreranno una certa affinità tra loro e alcuni elementi delle forze dell’ordine. Si sta creando la tempesta perfetta per reprimere il movimento, per accusarlo di essere solo espressione di violenza e niente di più. Poi, poco dopo le cinque del pomeriggio un ragazzo con un passamontagna in testa, che con i Black Bloc non c’entra niente, rimane a terra. Colpito in piazza Gaetano Alimonda da un proiettile che lo uccide sull’istante. Si sta opponendo alle cariche della polizia, all’ennesimo lancio di lacrimogeni. Vede che da una camionetta c’è una pistola puntata contro i manifestanti, contro di lui. Prende un estintore caduto a terra e fa per lanciarlo, per scongiurare il pericolo che l’arma spari.

Ma Mario Placanica, che si trova dentro quel mezzo, spara, lo colpisce, lo uccide. Muore così Carlo Giuliani. Mentre il suo sangue si riversa sull’asfalto, c’è già chi tenta di depistarne le cause dell’assassinio. Ha una divisa grigia, un casco verde e urla: «L’hai ucciso tu, l’hai ucciso, col tuo sasso!». Per rendere credibile questa versione, qualcuno gli solleva il passamontagna, gli imprime un segno sulla fronte con una pietra. La Jeep dei carabinieri è passata più volte sul corpo di Carlo nel tentativo di svincolarsi dalla trappola in cui è finita. Si diffonde la notizia, si diffonde la rabbia. Forse al governo è sfuggita di mano la repressione. Forse il morto non lo cercavano. Ma tant’è Carlo è lì disteso in terra. Ricordo bene che ci fu un momento un po’ collettivo in cui si tentò, se così si può interpretare l’emozione di quegli istanti, di elaborare insieme quel lutto.

Forse era più che altro il tentativo di capire perché stesse accadendo tutto quello. Il corteo, per quanto avesse intenzione di assediare la zona rossa, non prevedeva scontri di quella natura. Le intercettazioni tra le forze di polizia che saranno successivamente analizzate nei processi e nelle inchieste parlamentari non lasciano adito a dubbi: c’erano ordini precisi di creare il caos per mostrare a Genova, all’Italia e al mondo che noi eravamo solamente della teppaglia, dei pericolosi eversivi, dei nemici della democrazia e del progresso. I giornali di destra fanno a gara nel legittimare la repressione. Su “Libero“, Vittorio Feltri scrive il 21 luglio che «…quanto accaduto era stato ampiamente previsto, da tutti meno che dal governo, illuso di poter controllare la piazza. Ma la piazza non la controlla nessuno senza ricorrere alle armi. È indubbio che i manifestanti hanno cercato lo scontro con le forze dell’ordine».

Tutto si tiene: propaganda governativa, repressione altrettanto tale e sostegno massmediatico alla tesi della giusta azione di contenimento di violenze che pare facile gettare in faccia alla gente come ovvia espressione di un movimento offensivo nei confronti della società che l’esecutivo berlusconiano invece vuole proteggere e garantire. Passa una lunga notte e il giorno dopo si ripete, anche nel corteo che passa per via Casaregis. Botte a tutto spiano, lacrimogeni: ed è qui che si inizia a vedere la risposta dei genovesi. Si aprono i portoni, si dà rifugio ai manifestati che sono rincorsi, manganellati. Alcuni hanno ferite profonde in testa, altri occhi gonfi che lacrimano sangue. Il giornale della Lega Nord, “La Padania“, quel giorno titola così: “Tra antiG8 drogati, prostitute e delinquenti“.

Si mette in moto la macchina della propaganda per distinguere i buoni dai cattivi e si crea il nemico: sono i no global. Non c’è dubbio. Ma la repressione è tanto violenta che rischia di diventare per il governo un boomerang, anche perché i gas che vengono usati per allontanare i manifestanti non sono solo lacrimogeni. L’aria di Genova è infestata da gas tossici, da pallottole che non sono di gomma. Gli effetti di quelle inalazioni dureranno per mesi e provocheranno a chi li ha inspirati danni anche cardiaci. Poi, quando le manifestazioni hanno fine e ci si prepara a lasciare il capoluogo ligure, avviene la mattanza della Scuola Diaz. Bottiglie molotov messe dalle forze dell’ordine nell’edificio per avere il pretesto di malmenare a dovere decine e decine di ragazze e ragazzi.

C’è sangue ovunque nella scuola e sembra di udire ancora ora le grida di chi, rannicchiato a terra, dopo l’irruzione degli agenti in tenuta antisommossa, domanda, mentre gli vengono spaccate le ossa: «Perché?». Bisogna trovare il modo di giustificare tutta quella macelleria messicana che, dopo le brutalità della Diaz, si sposta a Bolzaneto con vere e proprie torture psicologiche e fisiche. Ad una nostra giovane compagna, presa di forza e buttata su una camionetta al grido di «Zitta, troia!», viene fatta passare una notte d’inferno: denudata, derisa, a gambe divaricate, insultata e costretta ad umiliarsi facendosi i bisogni addosso. Molti altri ragazzi hanno i polsi legati, tanto stretti con le fascette che il sangue fa fatica a scorrere nelle vene. Dalla Foce alle caserme si sentono i cori intonati dai poliziotti: sono inni a Mussolini, canti fascisti.

Le maschere di sangue hanno sostituito i voti gioiosi del corteo dei migranti. Mi ripeto spesso che se fossi andato a Genova anche i giorni seguenti, il 20 e il 21, sarei probabilmente finito molto male. Comunque ne sarei uscito profondamente segnato. Fu mia madre a scongiurarmi di non andare. Me ne pento. So che non avrei fatto la differenza. Però l’avrei forse fatta con la mia coscienza. La verità e la giustizia su Genova 2001 è stata ampiamente svelata. Il Social Forum milanese, in collaborazione con i giornali “l’Unità“, “Liberazione“, “il manifesto” e “Carta” editò un libro bianco proprio sui fatti del G8. Dettagliatissimo, utile per approfondire e fare ulteriori ricerche. Qui lascio un collegamento al sito che ricorda tutti quegli eventi in occasione del ventincinquennale dei fatti di luglio.

Il miglior modo per non dimenticare è riattualizzare quella lotta. Ogni giorno, con tutte le contraddizioni che si debbono affrontare. Ma farlo è necessario. Perché un altro mondo è necessario. Oggi come ieri e forse anche un po’ di più…

MARCO SFERINI

18 luglio 2026

foto: elaborazione propria