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Russo: «Savona mette in pratica i valori della Resistenza»

Pubblichiamo l’orazione tenuta dal Sindaco di Savona, Marco Russo, in occasione della celebrazione della Liberazione della Città dall’occupazione nazifascista ad opera delle Brigate partigiane il 24 aprile 1945

Saluto e ringrazio le Autorità presenti.
Saluto e ringrazio tutti i cittadini intervenuti, che rendono viva questa cerimonia.
Saluto e ringrazio tutto il Comitato cittadino per la Resistenza Antifascista, con tutte le associazioni che ne fanno parte, per l’importante lavoro comune che svolge ogni anno e per avermi fatto l’onore di chiedermi di pronunciare l’orazione ufficiale.
Saluto e ringrazio le studentesse dell’Istituto Della Rovere per le riflessioni che hanno portato a tutti noi.
Saluto e ringrazio infine la Banda Forzano che suonerà alla fine “Bella ciao”.

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L’Antifascismo e la Resistenza sono una pagina fondamentale della nostra storia, della nostra identità e cultura democratica.
Ogni anno celebriamo questa data – come culmine della nostra collana della memoria, con le date cruciali che hanno segnato la lotta partigiana nella nostra città – e ci impegniamo a rinforzare quotidianamente questi valori.
Non è cosa da poco, in un paese in cui non mancano incredibilmente voci che disconoscono l’importanza del 25 aprile, in cui sembra ancora difficile per alcuni vertici dello stato affermare che la nostra repubblica democratica e la nostra Costituzione si fondano sull’Antifascismo e sulla Resistenza.
Noi invece lo affermiamo con voce ferma e orgogliosa e ribadiamo che il 25 aprile deve essere un fattore di coesione e unità civile, come giustamente richiede il nostro Presidente Mattarella.
Ma è fondamentale ricordarci che la Resistenza e l’Antifascismo sono prima di tutto storie di vita.
Storie di uomini e donne, padri e madri, mariti e mogli, figli e figlie, fratelli e sorelle. Che avevano relazioni con concittadini, compagni di scuola o di lavoro, vicini di casa, che magari hanno fatto scelte diverse, con cui hanno stretto o interrotto rapporti, che li hanno aiutati o li hanno traditi.
Uomini e donne con le loro emozioni, le loro esperienze, le loro sensibilità, le loro paure, le loro preoccupazioni.
Le loro idee.
Idee forti, che hanno dettato i loro comportamenti, segnato la loro vita e in molti casi la loro morte.
Idee forti, che hanno indotto, per esempio, Peluffo, in punto di morte, ad affermare “muoio contento di aver fatto il mio dovere”, oppure Paola Garelli, sempre in punto di morte, ad affermare “io sono tranquilla”.
Idee forti, che fanno scrivere a Rosselli nel 1927, una lettera al giudice, durante il processo per l’espatrio di Turati e Pertini, in cui ribalta i ruoli di accusato e accusatori:
“alla giustizia che persegue una rete inesistente di complicità non deve essere taciuto che il responsabile primo e unico che la coscienza degli uomini liberi incrimina, è il fascismo”.
E continua affermando che quella antifascista è una “battaglia in difesa dello spirito della civiltà europea […] una battaglia che deve costringere gli italiani al loro tirocinio di Nazione moderna, educandoli ad apprezzare quei supremi valori sociali che un popolo sa difendere solo quando ne ha pagato a suo prezzo la conquista: principio dell’autonomia del cittadino, moralità della vita pubblica, odio contro ogni tirannia e demagogia, libertà di sviluppo che sia competizione e non rissa, giustizia come stimolo a meta suprema per gli individui e le classi”.
E ancora: “Una lotta condotta da uomini e donne assistiti dalla sicurezza della vittoria che essi affidano ai giovani”.
Per questo è importante uscire dalla astrazione di una etichetta e calarci nella concretezza della vita quotidiana, rievocando anche singole pagine di quella vicenda – come facciamo ogni anno il 1 novembre, il 27 dicembre, il 5 aprile, dove ricordiamo i partigiani savonesi che hanno perduto la vita.
Una pagina che quest’anno non possiamo non evocare è quella dell’Espatrio di Turati e Pertini da Savona, di cui quest’anno ricorre il centenario.
Una pagina rievocata magistralmente da Giuseppe Milazzo in un libro di prossima pubblicazione edito per iniziativa della Fondazione Centofiori. Con l’occasione voglio ringraziare, a nome della città, il prof. Milazzo, punto di riferimento saldo e prezioso della nostra comunità per la sua instancabile opera sull’antifascismo e sulla Resistenza savonese, opera di approfondimento e rigore storico ma anche di memoria collettiva e passione civile.
Quella pagina della nostra storia ci racconta tante cose dell’antifascismo in generale:
– ci racconta di due generazioni di antifascismo, da un lato, quella dell’anziano leader, che si sente sconfitto per l’affermazione del regime e che è tentato di abbandonare la lotta, e, dall’altro lato, quella dei giovani antifascisti – Pertini, Rosselli, Parri e gli altri – che invece hanno ancora la lucida speranza di costruire un mondo migliore. Ed è bello vedere come questa nuova generazione abbia trasmesso alla prima una nuova voglia di combattere, una nuova speranza;
– ci racconta di come l’antifascismo sia stata una lotta collettiva, che ha attraversato la società, coinvolgendo persone di diversa estrazione culturale, sociale, economica, unite nella capacità di vedere una luce in fondo al tunnel e di sentire responsabilità di agire per continuare ad avvicinarci a quella luce;
– ci racconta di come quelle persone, appunto di estrazione diversa, fossero tutte pienamente consapevoli dei rischi che correvano.
– ci racconta infine di una città che vive pienamente le dinamiche della grande storia nazionale, perchè è savonese la rete che progetta e realizza l’espatrio di una icona nazionale dell’antifascismo, in una rete che si dipana tra Milano e Savona.
La cifra antifascista della nostra città viene descritta da Rosselli in una lettera a Turati dopo il processo di Savona del 1927 con parole di grande intensità:
“il processo fu un dramma continuo nel quale le passioni si purificarono e i cuori non di rado batterono all’unisono. Tutti sentivano chiaramente che non era più in gioco la sorte miserabile di qualche uomo, ma la vita di un grande principio morale. […] Tu avresti dovuto vedere l’ultima sera. Si ritirano i giudici, la folla si accalca fino all’inverosimile, studenti e combattenti, amici noti e ignoti, circondano la gabbia. Intanto durante le quattro ore di deliberazione, il grande cortile del palazzo e la piazza antistante si riempiono di una grande folla operaia, muta ma inflessibile. Dava proprio l’impressione di essere là per giudicare i giudicatori. […] Alle volte avemmo la sensazione che ciò che avveniva nella piccola città provinciale potesse significare qualcosa di nuovo”.
Siamo solo nel 1927, ancora lontani dalla caduta del fascismo, dalla lotta di Resistenza e dal 25 aprile.
Però questa è già la Savona, medaglia d’oro per la Resistenza.
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Il 25 aprile segna, inoltre, la fine della grande tragedia della seconda guerra mondiale, una tragedia voluta da regimi totalitari che si fondavano sulla cultura della violenza, della guerra, del sopruso, della forza.
Da allora, nella seconda metà del novecento e inizio di questo secolo, purtroppo, ci sono state altre guerre, ma c’è stato lo sforzo di costruire la cultura della pace e del diritto internazionale, delle relazioni diplomatiche. Il ruolo dell’ONU e la stessa Unione Europea, che, come sappiamo, unisce i paesi che si sono combattuti, sono la prova di questo impegno.
Oggi invece assistiamo sgomenti non solo ad ulteriori proliferazioni di conflitti ma soprattutto al riaffermarsi della logica di potenza contro la logica del diritto, la logica della guerra contro la logica della pace, la logica della violenza che calpesta i diritti, la logica del potere come arbitrio, arbitrio che è sempre il fondamento dei regimi totalitari.
Guerre assurde che distruggono vite e distruggono la civiltà, e creano una tempesta economica che poi si scarica sulle spalle dei più deboli, dei più esposti: chi vive del proprio stipendio o addirittura fa fatica a riceverlo è già travolto dalle conseguenze di guerre insensate, dettate da logiche che speravamo superate.
Tutto questo interpella anche noi. Noi modesti cittadini del mondo, che ci troviamo in questa piazza, che ci troviamo in questa città.
Non possiamo girarci dall’altra parte, non possiamo nasconderci dietro la giustificazione della nostra piccolezza. La affermazione della cultura della democrazia e della pace richiede impegno capillare, in ogni via, in ogni piazza, proprio come hanno fatto gli antifascisti e i partigiani che, anche nell’ora più buia apparentemente senza fine, avevano saputo lottare con speranza, in ogni via, in ogni piazza.
Da qui deve levarsi forte la voce che si ribella allo strazio cui stiamo assistendo; che reclama la pace e la giustizia; che ribadisce che solo il diritto internazionale, i diritti fondamentali dell’uomo, i fondamenti democratici, possono guidare il mondo.
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Questo nuovo corso avviato il 25 aprile 1945 di impegno per la democrazia, la pace e il diritto come forma di superamento della dittatura e dell’arbitrio fascista, è rappresentato da quella grande festa democratica del voto del 1946, per la prima volta esteso alle donne, e dalla Costituzione.
Dobbiamo ricordarla questa grande festa democratica, di ottanta anni fa, soprattutto in epoca in cui cresce costantemente l’astensionismo.
Penso che il modo migliore per evocare quel momento sia citare le parole della giornalista Anna Garofalo, una delle tante donne italiane che si recava per la prima volta a votare, che ci trasmette l’emozione di quel momento:
“Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornati alle code per l’acqua, per i generi razionati. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede, come biglietti d’amore, Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un segno diverso, alla pari”.
Un voto che ha espresso 21 donne in assemblea costituente tra cui la nostra Angiola Minella che grazie alla infaticabile opera della Fondazione Centofiori, che ci aiuta a coltivare la cultura politica e democratica in questa città, abbiamo ricordato dedicandole il Parco dell’Oltreletimbro, proprio davanti ad una scuola.
Quel giorno nasce la nostra Costituzione.
Il Documento prodotto dai padri e madri costituenti è stato in grado di accompagnare il nostro paese nei difficili tornanti della nostra storia.
È un testo che si è dimostrato solido e flessibile.
Solido, da consentirci di affrontare pagine cruciali. Pensiamoci: la guerra fredda, i tentativi di golpe, gli anni di piombo, la lotta alla mafia, la crisi dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica, il cambio del sistema politico, le ricorrenti crisi economiche e sociali, le continue tensioni istituzionali.
Come solidi argini di un fiume, la Costituzione, oltre che la saggezza della Presidenza della Repubblica, ha saputo evitare che le acque tempestose delle tensioni politiche, sociali, economiche, istituzionali travolgessero la nostra Repubblica Democratica.
Nello stesso tempo, però, la Costituzione si è rivelata anche flessibile, ossia capace di accogliere le nuove sfide che il mutamento dei tempi ha posto al nostro Paese: pensiamo solo la tema dei diritti civili.
La profondità dei principi fondamentali e delle norme sui diritti e doveri dei cittadini della nostra costituzione è tale da rispondere anche a domande che i padri e le madri costituenti non potevano immaginare e non si sono posti.
Un testo infine che gli italiani continuano a considerare un riferimento sicuro e saldo, come il voto referendario – che ha visto una grande innalzamento della percentuale di votanti – ha dimostrato.
Ovviamente tutto ciò non significa che la Costituzione sia immodificabile in senso assoluto.
Tuttavia penso che dobbiamo essere consapevoli che essa rappresenta il baricentro della democrazia, l’àncora che tiene salda la nave del paese anche nella tempesta. Quindi dobbiamo imparare che i problemi politici, sociali e istituzionali, che nella vita di un paese si possono presentare, devono essere risolti politicamente, ciascuno per la sua parte. In certi frangenti mettere mano alla Costituzione rischia di apparire un atto di deresponsabilizzazione del sistema politico che, invece di mettere in discussione il proprio agire e la propria capacità di rappresentanza, mette in discussione le regole.
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Ma tutto questo enorme carico di storia e di memoria ci grava di una profonda responsabilità.
A noi compete l’onere di difendere la democrazia. Per difenderla dobbiamo sempre coltivarla e rafforzarla, perchè la democrazia non è data per sempre, non sopravvive da sola, ha bisogno di continua cura.
Ma dobbiamo dirci con chiarezza che difendere la democrazia significa curare prima di tutto la politica, perché la democrazia ha bisogno di politica.
Oggi la politica è svilita, deturpata, da nascondere, da evitare: l’agire del cittadino deve sempre preoccuparsi di “tenersi lontano dalla politica”.
La politica viene considerata un mestiere, che quindi viene svolta da alcuni, non necessariamente i migliori, e si afferma che si nutre di opacità, incoerenza, interessi particolari. La politica viene percepita distante dai cittadini che, però, a loro volta se ne tengono distanti.
La riconciliazione con la politica diventa dunque un punto cruciale, se vogliamo difendere la nostra democrazia.
Perché la politica non è “di alcuni” ma è di tutti.
La politica è visione: come avrebbero potuto gli antifascisti opporsi al regime se non avessero avuto visione?
La politica è costruzione: come avrebbero potuto Pertini, Rosselli, Parri e tutti gli altri, organizzare la fuga di Turati se non avessero avuto consapevolezza che quell’atto da solo non avrebbe sconfitto il regime ma era un mattone fondamentale nella costruzione del futuro del paese?
La politica è un processo collettivo: come avrebbero potuto i partigiani combattere i nazifascisti, se non avessero avuto la consapevolezza di fare parte di un movimento collettivo che doveva ancora più estendersi, quel movimento collettivo che Calamandrei ha definito “un misterioso e miracoloso moto di popolo”?
La politica è partecipazione, che non è affermazione di sé, del proprio punto di vista, ma è concorso alla decisione collettiva, anche se diversa da quella attesa: senza questa concezione, i padri e le madri costituenti non avrebbero mai potuto scrivere la Costituzione.
La politica significa dare valore al bene comune. Oggi sembra che i beni comuni non esistano: ci sono i beni di ciascuno di noi, poi ci sono i beni pubblici che sono appunto di qualcun altro o di nessuno. Stiamo perdendo il senso invece che i beni comuni sono beni di tutti, che richiedono l’apporto di tutti, che hanno bisogno della compartecipazione e della cura e del rispetto di tutti. La politica è bene comune, la democrazia è bene comune.
Se gli antifascisti avessero anteposto il bene individuale a quello comune, si sarebbero girati dall’altra parte, avrebbero evitato i rischi di opporsi al regime, avrebbero scelto il quieto vivere, come molti purtroppo hanno fatto: per questo è importante chiederci se noi avremmo saputo compiere quella scelta o ci saremmo chiusi nel nostro particolare.
Allora anche a noi compete la responsabilità di dare dignità alla politica per dare forza alla democrazia.
Savona dimostra di essere presente anche in questo.
– comitati di quartiere. Sono partiti a luglio con 1970 aderenti, dopo pochi mesi sono saliti a 2244. Cittadini mossi dalla voglia di curare il loro quartiere e la loro città, senza interessi personali ma come puro volontariato e dedizione al bene comune. Loro tengono alta l’idea di politica.
– le scuole che sono sempre più parte attiva della nostra città. Penso alla scuola primaria Don Gallo che sabato sera ha animato una splendida serata, all’interno di un convegno nazionale sulla globalità dei linguaggi, incentrata su De Andrè e Don Gallo, personaggi che hanno aperto porte e costruito ponti. Una serata emozionante nella sala della Sibillla gremita; penso alla scuola dell’infanzia Asilo Regina Margherita e Scuola primaria NS della Neve, che partecipano al progetto condotto dall’ordine degli architetti sulla fontana del prolungamento; penso al liceo scientifico che porta avanti il progetto di urbanistica tattica per rendere bella piazza Brennero. Questi sono beni comuni!
– infine mercoledì scorso Giovani per la Scienza, Fondazione Cima, Università di Genova, insieme agli istituti Ferraris Pancaldo, Martini Chiabrera, Della Rovere, hanno dato vita alla COP dei giovani, una iniziativa nella giornata della terra, per conoscere, discutere e proporre idee innovative per la tutela dell’acqua. Un grande momento di formazione ma soprattutto di politica, come gli organizzatori hanno affermato.
Potrei continuare molto a lungo perché sono tanti i segni della cifra valoriale della nostra città, medaglia d’oro alla Resistenza.
Tutto questo ci dà speranza, ci fa guardare con fiducia al futuro e ci rafforza nel nostro impegno costante e quotidiano.
Allora, in questa giornata fondamentale per la democrazia del nostro paese, da questa piazza, da questa assemblea pubblica, Savona leva forte la sua voce:
per una memoria costante e viva dell’Antifascismo e della Resistenza, come fattore di unità e coesione;
per una cultura della pace, contro la cultura della guerra;
per la nostra Costituzione, punto di riferimento saldo e flessibile per la nostra democrazia;
per una politica vissuta intensamente da tutte le persone, per alimentare la nostra cultura democratica.

Viva il 25 aprile, viva Savona medaglia d’oro alla resistenza.

MARCO RUSSO
Sindaco di Savona

Savona, 24 aprile 2026

foto di Marco Sferini