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Referendum. Votare NO per difendere davvero la democrazia

Ora che la campagna referendaria entra nel vivo occorre avere ben chiaro su cosa siamo chiamati a votare il 22 e 23 marzo prossimi.  La cosiddetta riforma della Giustizia del Governo non ha ottenuto i due terzi dei voti parlamentari, come prevede la Costituzione, ed è quindi necessario il ricorso al referendum confermativo.

Il Governo della sorella d’Italia ci chiede il consenso sulla modifica della Costituzione voluta e votata soltanto dalla sua maggioranza. Un punto questo che contrasta e, se vogliamo, offende il principio democratico che Calamandrei, uno dei padri Costituenti, ci ricorda: «Quando si parla della Costituzione, poiché è patrimonio di tutti e non solo di una parte politica da imporre all’altra, è bene che i banchi del Governo siano vuoti»

La riforma costituzionale viene contrabbandata come “riforma della Giustizia” che, oggettivamente, di ben altro avrebbe bisogno per il buon funzionamento del sistema giudiziario e che lo stesso ministro Nordio riconosce affermando: «…la riforma non incide sulle carenze ed esigenze del sistema…».

A questa sua affermazione, già di per se allarmante, si somma spontaneamente una domanda: ma se non è utile per l’efficienza della Giustizia, perché la si vuole perseguire e addirittura imporre?

Pare evidente che l’obiettivo del Governo è politico e finalizzato ad altri scopi che lo stesso ministro lascia intendere quando ancora candidamente afferma: «Non capisco le contrarietà nei confronti della riforma. Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo».

Nel merito la riforma prospetta la separazione delle carriere, ma come il giudice Gratteri ed altri insegnano: «…la separazione delle carriere è già esistente, poiché si puo’ cambiare dal ruolo giudicante a quello requirente [da giudice a pubblico ministero, in sostanza, nda.] e viceversa una sola volta con l’obbligo di cambiare Regione». Questi passaggi sono statisticamente irrilevanti nel corso degli anni.

Ma la questione ancora più pertinente e profonda della riforma vuol essere quella della ristrutturazione e spezzettamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM): da un unico organo di autogoverno se ne produrrebbero tre. Uno per i pubblici ministeri, uno per i giudici, e un altro ancora con la istituzione di una Alta Corte con compiti disciplinari.

A parte la moltiplicazione dei costi (comunque non indifferente, perché si passerebbe da 50 milioni di euro annui a 150 milioni circa…), la frammentazione rappresenta oggettivamente una delegittimazione ed indebolimento dell’azione della Magistratura quale organo autonomo ed indipendente sancito nella Costituzione della Repubblica. Evaporerebbe così anche la funzione di garante del Presidente della Repubblica (che attualmente presiede il CSM).

I criteri tecnici per la composizione dei nuovi organismi non sono, ovviamente, neutri. L’inserimento dei membri, specie in quello dei pubblici ministeri ossia la parte inquirente, sarebbero fortemente condizionati dal potere politico della maggioranza di turno e scelti più per le loro affinità politiche di scuderia piuttosto che seguendo una effettiva e provata esperienza di cultura giuridica ed autonomia rispetto agli altri poteri dello Stato.

Il disegno è così mascherato: non è la Magistratura, non sono le toghe rosse di cui si va cianciando ad invadere la politica, ma il contrario: è la politica ad invadere il campo magistratuale, per assoggettarla al suo potere.

Sono molti anni, decenni ormai, che si dibatte sul conflitto tra politica e Magistratura. Un tempo assai lungo, “inaugurato” prepotentemente dalla “discesa in campo” dell’Unto del Signore”, come lui amava definirsi, e al quale questa destra, più estrema e tutt’altro che liberale, ha dedicato questa riforma che scardina invasivamente l’equilibrio dei poteri sanciti nel nostro ordinamento costituzionale.

Noi dovremmo approvare una riforma in ricordo e di rivalsa “dell’imprenditore che si è fatto da solo”, artefice delle svariate leggi ad personam per salvarsi dai procedimenti penali ed affiliato alla loggia massonica eversiva P2 di Licio Gelli il quale, già allora nel suo “Piano di rinascita nazionale” prevedeva la separazione delle carriere?

Vogliamo ricordare quando “quell’eminente” capo del Governo tuonava contro la nostra Costituzione assimilandola a quella Sovietica? Non occorre avere molta memoria per far tornare alla mente le sue affermazioni sulla “magistratura che è un cancro della società” e che per fare i magistrati bisogna essere un po’ svalvolati, per usare un eufemismo.

Ora ci tocca sentire dalla sorella d’Italia la litania per cui se non si riescono a risolvere molti problemi del Paese è per la mancata collaborazione della Magistratura. La nostra Costituzione antifascista nata dalla Resistenza, dalla sofferenza di molti, dai morti e dalla lotta partigiana sulla quale ha pure giurato non ha bisogno di lezioni!

È bene avere la consapevolezza del fatto che questa destra coltiva nel suo seno aspirazioni di rivincita sull’antifascismo per affermare ancora una volta, seppur nel mutato ed odierno contesto attuale, un sistema repressivo fondato sulle forti diseguaglianze di classi e su un odioso darwinismo sociale. Merita, a questo proposito l’ammonimento del grande Camilleri «Il fascismo è come un virus mutante».

Inoltre è bene aver presente che la loro idea di riforma della Costituzione non è fine a se stessa, perché si inquadra in un disegno più ampio che è quello dei “pieni poteri” anche di salviniana memoria e che rimanda alla mai rinunciata riforma del “premierato”.

Questo punto sancirebbe il passaggio del nostro sistema liberal-democratico seppur imperfetto, a quello della”democrazia illiberale” alla Orbàn, Putin e Trump. Dopo il depotenziamento della Corte dei Conti, lo svilimento del potere legislativo con il ricorso ai voti di fiducia e alla decretazione continua, possiamo permettere altri attacchi e stravolgimenti della Costituzione?

Ci troviamo in una fase di vera e propria resistenza che deve mettere in discussione qualunque tentazione personale e collettiva di assuefazione nei confronti del potere. Occorre, mediante una sempre più ampia partecipazione dal basso, un risveglio delle coscienze civili che si riversi sul piano sociale e, quindi, politico nel senso più proprio della gestione del comune interesse. 

Il referendum di fine marzo è, a questo proposito, un passaggio davvero cruciale. 

GIOVANNI SCAVUZZO

Savona, 30 gennaio 2026


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