Il sistema politico italiano si sta avviando, almeno a giudicare dagli atti più recenti compiuti dai soggetti di maggior importanza che lo compongono, ad una forma di "bipolarismo temperato" tendenzialmente orientato verso il bipartitismo, all'interno del quale ai soggetti "non allineati" sarà riservato
un ruolo di testimonianza o di "diritto di tribuna". Oggetto del contendere di questo sistema, sarà esaustivamente la "governabilità", in un ambito di sostanziale omologazione tra le forze politiche concorrenti, definito nell'ambito dell'usato concetto di "alternanza".
La politica estera dovrebbe rappresentare uno di quegli aspetti sui quali il rapporto tra i due schieramenti dovrebbe essere maggiormente "contiguo", di "responsabilità repubblicana" come si suol dire. Nella sinistra italiana, recentemente, si era sviluppato un dibattito sul concetto di "Imperialismo", attorno al quale si era intrecciati diversi interventi, senza approdare poi ad una sufficiente definizione di identità utile da essere concretamente utilizzabile nello scontro politico. Eppure progetto di "politica estera" e aggiornamento della nozione di "imperialismo" risultano elementi determinanti per fissare un atteggiamento adeguato da parte della sinistra, nell'ambito di una situazione internazionale di grande complessità come quella in cui stiamo vivendo, segnata da uno scontro evidente tra la politica dei neoconservatori statunitensi che usano proprio il concetto di imperialismo in senso affermativo, come base per la predicazione del loro unilateralismo missionario, quale classico esempio di falso universalismo su cui basare una politica internazionale fondata sui valori nazionali della tradizione americana, come abbiamo visto in Afghanistan ed in Iraq. A questo unilateralismo missionario si oppongono, invece, i più grandi governi continentali europei (escluso, ovviamente, quello italiano) in nome della teoria kantiana del "diritto internazionale".
Attorno a questa dialettica, fonte evidente di scontro sul terreno del governo del mondo tale da pregiudicare l'idea della politica estera come punto comune di "responsabilità repubblicana" nell'ambito del "bipolarismo temperato", si è incentrato l'ultimo lavoro di Jurgen Habermas, "L'Occidente diviso", che ha, in una qualche misura, ispirato la stesura di queste note, comunque del tutto insufficienti sul piano culturale.
Quello che appare del tutto sbagliato, nelle tesi sostenute dai neoconservatori americani, è supporre che ci sia un nucleo universale nella democrazia e nei diritti umani: appare del tutto sottovalutata, da parte di chi sostiene queste tesi, l'idea che è necessario un universalismo che miri a decisioni non di parte. In questo senso va combattuta l'idea di un governo mondiale assunto dall'unica superpotenza rimasta in campo: perché si tratterà di un governo mondiale in grado di surrogare l'antica nozione di imperialismo rilanciandola in pieno attraverso una idea di politica esaustivamente raccolta all'interno del problema del "governo". Il rilancio dell'idea kantiana sul diritto internazionale, cui si accennava in precedenza, costituisce dunque il discrimine sul quale materializzare lo scontro politico, oggi.
La chiave sta nel ricercare - come del resto sostiene Habermas -
una idea di politica interna mondiale, senza governo mondiale. Per trovare le forme giuste di un "governo al di là dello stato nazionale" occorre separare al livello dell'organizzazione sovrastatale i tre elementi che, nello stato nazionale, sono intrecciati. Nello stato nazionale sono, infatti, fusi assieme: la costituzione politica che garantisce a tutti i cittadini la stessa autonomia privata e pubblica; l'apparato burocratico dello Stato che traduce la volontà politica dei cittadini e dei loro rappresentanti e, infine, la coscienza della solidarietà fra i cittadini di uno Stato, che sanno di essere membri della stessa comunità politica.
Per contro, le organizzazioni internazionali possono avere una Costituzione, senza assumere il carattere dell'autorità statale. Se si intuisce, insomma, che i tre elementi della Costituzione, dell'apparato burocratico, dell'identità statuale possono separati, si potrà capire meglio la possibilità di una nuova forma di regolazione "transnazionale".
In una società mondiale che, pur crescendo unitariamente si è sempre più differenziata, i problemi che superano i confini e che non possono essere più risolti nell'ambito dei singoli Stati sono sempre più numerosi: non è possibile affidarli all'Universalismo Missionario della superpotenza. Sono problemi che richiedono coordinamento, cooperazione e la formazione di una volontà politica comune, al di là dei confini nazionali. Ci si richiama all'organizzazione mondiale delle Nazioni Unite, come al luogo dove il conflitto internazionale può essere risolto nell'ambito di un "bipolarismo temperato". Questa possibilità non esiste più, perché non è stato ancora sufficientemente sviluppato il livello transnazionale, quello cioè della formazione di una volontà politica comune, sottratta all'imperio del più forte.
Il nodo di fondo della possibilità di affrontare oggi il tema dell'imperialismo e della difesa di una idea del diritto internazionale, risiede allora nell'identità dell'Europa, inteso come soggetto transnazionale privo di un governo proprio ma dotato - appunto - di una volontà politica comune, capace di agire concretamente in politica estera. Da una prospettiva di questo genere potrebbe nascere una ipotesi di riforma dell'ONU, rivolta ad assicurare lo svolgimento delle due funzioni essenziali di assicurare la pace e affermare nel mondo i diritti umani.
Cercare di conseguire questo obiettivo, significa, però e prima di tutto, non considerare, a livello di singoli Stati, possibile una politica estera di "responsabilità repubblicana", quando una delle due parti contendenti coincide, in questo campo, con l'idea di "Universalismo Assoluto" predicato (ed il verbo predicare non è usato, in questo frangente, assolutamente a caso) da chi governa l'unica superpotenza.
Franco Astengo
Febbraio 2005
Le immagini di questa pagina sono di Linda Vignato.