Attraverso questo intervento avviamo una iniziativa rivolta alla conoscenza più dettagliata dei fenomeni che interessano il sistema politico italiano, iniziando da quello del trasformismo (un concetto molto utilizzato, fin dalla fase immediatamente pre-unitaria se si pensa al connubio Rattazzi-Cavour).
Trasformismo è, dunque, uno di quei concetti che, grazie alla loro vaghezza e al fatto di richiamare un certo senso comune, hanno catturato un interesse morboso da parte degli studiosi italiani, pur rappresentando un classico caso di "conceptual stretching" (stiramento concettuale) che ne
ha seriamente pregiudicato il valore descrittivo. Il termine era, però, nato in un preciso contesto come quello, che già ricordavamo dell'Italia di metà '800, assurgendo a celebrità per indicare quella formula politica, introdotta da Agostino Depretis con il discorso di Stradella, quando (nel quadro del progressivo dissolvimento dei partiti risorgimentali) indicò la strada di attrarre, all'interno di un unico raggruppamento moderato, gli schieramenti e i notabili della Destra e della Sinistra storica.
Ebbe così origine (1876) il primo governo definito della "Sinistra storica", basato su una pratica di maggioranze parlamentari contingenti, sul ruolo di protagonista esercitato da singoli leader e su metodi clientelari e corruttivi (Crispi): il trasformismo acquistò sin dall'inizio una connotazione negativa. Fu solo più tardi, con le riflessioni di Pareto e soprattutto di Gramsci, che il concetto fu rielaborato scientificamente in chiave politologica, sgravandolo dai giudizi di tipo moralistico e adoperandolo in un significato più ampio e comprensivo. Da allora il termine trasformismo è servito ad indicare una caratteristica di fondo, nella storia italiana post-risorgimentale, quasi fino ad indicare, ormai in senso antropologico, una sorta di "vizio originario" del nostro sistema politico.
Fu, comunque, dall'inizio degli anni'80 del secolo scorso che si fecero insistenti i tentativi di fare del trasformismo il concetto chiave di una interpretazione dello sviluppo storico del sistema politico italiano: una interpretazione che, non soltanto prendeva spunto dall'idea di fondo dell'esistenza di una sorta di "impianto genetico" ma anche più attrezzata dal punto di vista delle moderne scienze sociali, e dunque di ispirazione comparativistica. Infatti è significativo che, rileggendo oggi quelle analisi, si noti come, pur nella differenza di finalità, esse coincidessero nel punto di partenza: l'anomalia o incompiutezza della democrazia italiana. Il nostro mancato riformismo, in sostanza, era fatto risalire alla "conventio ad excludendum" nei riguardi del PCI che avrebbe costretto al trasformismo il rapporto tra il movimento operaio italiano e le classi dirigenti, tenendolo fuori dal solco classico tracciato dalle "socialdemocrazie europee".
Più in generale, l'eccezionalità patologica della dialettica politica italiana, marcata dalla forte polarizzazione ideologica e dalla presenza di opposizioni anti-sistema spinse molti studiosi a rinvenire nel modello trasformista lo strumento ideologico, attraverso cui, bene o male, la democrazia italiana era riuscita a funzionare per decenni: un meccanismo, quello fondato appunto sul concetto di trasformismo, che impedì quella logica dell'alternanza, ritenuta il prototipo della compiutezza della democrazia moderna.
L'applicazione del concetto di trasformismo, all'interno della vicenda italiana del dopoguerra, può così essere letta secondo le indicazioni di Gramsci: non si trattava di un fenomeno derivato da un "vizio atavico" del sistema italiano (ed in questo stava il punto di originalità di riflessione, rispetto all'800: Gramsci, ovviamente scriveva attorno agli anni '20 -'30, ma la sua riflessione fu ripresa con grande capacità di applicazione da molti intellettuali, a sinistra, fin dalla seconda metà degli anni'50). Il trasformismo rappresentava, invece, una strategia messa in atto dalle classe dirigenti per assorbire le elites dei gruppi avversari (o anche alleati) e annichilire così questi ultimi, sul lungo periodo (non a caso, tornando alle intuizioni più importanti delle letture gramsciane, si può considerare il trasformismo parte del processo di "innovazione-conservazione" riassunto nella definizione di "rivoluzione passiva").
Visto in questa dimensione,
a nostro avviso individuata correttamente, il trasformismo può ben essere collocato nel quadro di una debolezza congenita dei gruppi sociali dominati, incapaci di fondare la propria autonomia culturale e politica nel "dualismo delle classi" (ancora tornando a Gramsci: è su questo punto che egli fonda il suo giudizio sulla debolezza della base strutturale dei partiti). Questa impostazione, se correttamente sviluppata, può essere utile a chiarire i motivi dell'incapacità storica delle sinistre italiane di contrastare o sottrarsi all'egemonia moderata, di marcare una propria autonomia politico-culturale, e dispiegare una vera capacità egemonica.
Soltanto all'interno del PCI si svilupparono i tentativi più coerenti di portare una istanza anti-trasformista dentro alla politica italiana, in una dimensione non marginale: ma alla fine ragioni di tattica, perduranti dentro ad una visione riduttiva della "doppiezza togliattiana" (perdurante nel tempo) fecero accettare al PCI la linea imposta dagli avversari della "conventio ad excludendum", puntando, nella sostanza al consociativismo (uno sbocco diverso avrebbe potuto essere possibile, almeno dal punto di vista teorico, all'interno della dialettica apertasi con l'XI congresso ed una linea più coraggiosamente orientata ad una posizione di rottura verso le schema "bipolare" ed, ancora, attraverso l'esperienza "alternativistica" dell'ultimo Berlinguer. In realtà la posizione "socialdemocratica" risultava tutta interna alla categoria trasformistica, che già aveva segnato l'approccio del PSI al governo all'inizio degli anni'60).
Il resto è storia nota, almeno (come accennavamo all'inizio) fin dagli anni '80: nel "caso italiano" trasformismo e consociativismo hanno teso a coincidere, secondo l'intuizione di Lijphart, sul terreno offerto dalla democrazia "depoliticizzata" all'americana, dove, infatti, la debolezza e la scarsa distintitività dei partiti si sommano ad una base elettorale ristretta e culturalmente omogenea (il mitico "centro"), producendo, alla fine, una pratica politica somigliante a quella che si riscontrava alla fine dell'Ottocento nel nostro Parlamento. Da questo punto di vista, per quanto possa sembrare un controsenso, c'è sicuramente più trasformismo nel bipolarismo artificiale della "cosiddetta" Seconda Repubblica Italiana che nel consociativismo della Prima.
In questo quadro la sinistra italiana (all'interno di tutte le sue operazioni di equilibrismo, portate avanti nel corso degli ultimi quindici anni: "svolta di Occhetto", Ulivo e desistenza, Bicamerale, "Triciclo", ecc...) ha dimostrato di trovarsi nel pieno di una crisi di rappresentatività e di un declino organizzativo, che le ha impedito di vedere le discriminanti vere (nuovo quadro internazionale segnato dalla guerra, peso della dimensione europea, trasformazione del meccanismo di accumulazione del consenso attraverso l'uso dei mezzi di comunicazione di massa e conseguente esasperazione nell'esercizio di una politica fondata sul personalismo, ecc..) e fatto accettare una nuova subalternità all'egemonia moderata.
In questo senso il rischio è quello che, caduta la "conventio ad excludendum" ed instaurati i meccanismi dell'alternanza, questa non risulti essere altro che il trionfo del vecchio concetto trasformista.
Franco Astengo
Luglio 2004
Le immagini di questa pagina sono di Linda Vignato.