Il leone della Palestina

La lotta di Arafat non è finita con la sua morte, il suo sogno prosegue

Nel 1986 una pellicola americana intitolata "The Delta force" mostrava come l'interazione tra il Mossad e i servizi della CIA e dell'esercito nordamericano fossero brillantemente in grado di sconfiggere dei brutali assassini palestinesi, dirottatori di un areo di linea nel Libano, rifugio allora di centinaia di migliaia di profughi del popolo di ArafatYasser Arafat. Un film altamente ideologizzato e con bizzarri accompagnamenti musicali trionfalistici quasi da fumetto o da cartone animato. Tuttavia mostrava come gli Stati Uniti volessero che nel mondo transitasse il messaggio della lotta per la liberazione della Palestina: dei feroci arabi che, invocando Allah, si gettavano nel bagno di sangue di vittime innocenti pur chiamandosi "rivoluzionari per la libertà". Insomma, i palestinesi in lotta per l'affermazione di un diritto di popolo, quello di avere un suolo dove poter vivere e costituirsi nel giusto vincolo (non patriottardo, ma di chiara derivazione illuministico-giacobina) di "Nazione", l'unità tra potere e popolazione, la simbiosi da cui deriva la democrazia rappresentativa, questi palestinesi altro non sarebbero stati se non tutti terroristi, nemici della libertà e pericolosi antisemiti magari...

Abu Ammar non è più con il suo popolo: sulle cause della morte del Presidente Yasser Arafat permangono numerosi dubbi. La stessa cartella clinica è ancora avvolta dal mistero, come una novella pergamena egizia da decifrare o un codice babilonese non ancora venuto completamente alla luce. Di certo si sa che Arafat negli ultimi mesi era fortemente scivolato in uno stato di pericolo per la sua vita: la sua salute era andata via via regredendo, forse per una malattia nel e del sangue. Che sia stato avvelenato? Gli israeliani indagano in questa direzione, e così anche l'ANP. L'ipotesi di un complotto bipartisan, israelo-palestinese, per assassinare il vecchio padre della Palestina può apparire fantascientifica e fantapolitica. Tutto, dunque, ad oggi si può dire sulla morte di Arafat, ma le certezze sono veramente ridotte al lumicino. Il tempo e gli eventi che muteranno in terra di Palestina forse consentiranno anche una apertura di quelle carte cliniche che ancora non sono conoscibili appieno.

Come tutti gli uomini che rivestono una grande importanza nella storia del presente, e che divengono simboli carismatici per un intero popolo, Arafat è stato oggetto delle più sprezzanti accuse di fiancheggiare il terrorismo, di favorirlo e di contraddire quindi ogni suo sforzo per arrivare alla pace tra israeliani e palestinesi. Così come, dal fronte opposto dei suoi detrattori, in lui si è negli anni fatta sempre più forte la rappresentanza non solo dell'intero popolo di Palestina, ma anche della giusta lotta per la liberazione totale dei palestinesi dalla colonizzazione sionista condotta avanti dai governi sia della destra che della sinistra israeliana, e per la proclamazione dello Stato di Palestina. Il 13 novembre del 1974 Arafat si presentò all'ONU e pronunciò queste parole: «Sono venuto qui con un ramoscello d'ulivo in mano e l'arma di un combattente per la libertà nell'altra. Fate in modo che il ramoscello d'ulivo non abbia a cadere». È la prima volta, quella, dopo un quarto di secolo in cui un palestinese può parlare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite e parlare da leader di un movimento e capo di un popolo.

Ripercorrere la sua storia e la sua vicenda umana sarebbe qui impossibile vista la grande mole di avvenimenti che ne hanno contrassegnato l'intera esistenza, ma Abu Ammar (questo era il suo nome di battaglia) conservava sin da giovane il sogno di una terra libera dall'invasore, di un ristabilimento delle condizioni di esistenza per la sua gente. Nel 1982, nella Beirut assediata dal più potente esercito del Medio Oriente, quello di Tel Aviv, Arafat risponde alle domande del giornalista Uri Avnery: quando questi gli chiede se c'è una via di scampo dall'assedio e dove intenderebbe recarsi una volta uscitone sano e salvo, il futuro Yasser Arafatpresidente palestinese risponde: «In Palestina. È un mio diritto. Lei ci va?» (risposta del giornalista: «Oggi»), «Lei pensa di avere il diritto di andarci e che io non abbia questo diritto? Dove vuole che vada? Sono un essere umano anch'io. Dove devo andare se non nella mia patria? Io voglio tornare nella mia patria». Allora il dialogo va nello specifico e Avnery chiede: «Quando dice Palestina, quali territori intende?». Risponde Arafat: «Tutta la Palestina. Per voi e per noi. Insieme». In queste parole ed in quelle che seguono nell'intervista, Arafat specifica che il suo obiettivo politico è la fondazione di uno Stato democratico palestinese, e laico. Qualora ciò non si rendesse possibile, allora egli propende per "due Stati separati".

Nei primi programmi politico-rivoluzionari di Al Fatah, il movimento fondato dallo stesso Abu Ammar, e nel suo statuto era presente la cancellazione dell'"entità sionista" e la sua sostituzione con la Repubblica Palestinese. Successivamente l'impraticabilità di questa soluzione spingerà il partito di Arafat a modificare la rivendicazione massima nella creazione di uno status di convivenza tra i due popoli, con la creazione di due Stati separati. Purtroppo la violenza israeliana verso quel 20% di Palestina destinata all'amministrazione dell'Autorità Nazionale Palestinese non ha mai lasciato campo libero alla edificazione di un periodo di pace teso a dare vita a questo progetto: due popoli in due Stati. La seconda Intifada nasce da un cumulo di provocazioni, violenze generiche e singole, soprusi: dagli insediamenti dei coloni ebrei ultraortodossi nella West Bank e nella striscia di Gaza, sino alla passeggiata beffarda di Ariel Sharon nella spianata delle moschee. Una passeggiata, potrà osservare qualcuno, non ha mai fatto male a nessuno. Questo è vero se non sei il capo di uno Stato che è praticamente in guerra contro tutti i palestinesi e contro l'ANP, e se vai in un luogo che per loro è sacro come per noi occidentali lo sono San Pietro a Roma o Assisi in Umbria. La spianata delle Moschee si trova a Gerusalemme, la capitale tanto sognata da Arafat per lo Stato palestinese, e tanto reclamata anche da Tel Aviv come propria città "naturale" quale sede del governo e dell'Amministrazione nazionale dello Stato della stella di Davide.

La lotta dei sassi contro i carri armati riprende, ma ad essa si Yasser Arafataggiungono continue immolazioni di kamikaze che si lanciano contro obiettivi militari e civili e che provocano rappresaglie durissime di Israele contro le città palestinesi e che raggiungono a Ramallah il quartier generale dell'ANP, dove si trova Abu Ammar. Circondano con carri armati, elicotteri e truppe scelte dell'esercito l'intera Muqata e la tengono in scacco per anni. Arafat non può uscire: Sharon lo ha chiaramente avvertito. Arafat, fuori dalla Muqata, è un uomo morto. Nei giorni più cruciali dell'assedio alla Muqata, vengono tagliate anche luce ed acqua. È allora che il vecchio leader palestinese prende con sè la sua mitraglietta e si dichiara pronto al martirio. Riunisce la sua guarda presidenziale, "Forza 17", e dà ordine di proteggere l'intera zona dove si trova il palazzo nonchè i palestinesi che vi si avvicinano. Lui resta dentro, asseragliato tra i sacchi di sabbia e le cannonate israeliane che lesionano molte ali della Muqata. Ma non cede. Comunica come può con le diplomazie estere, lancia appelli all'Europa (molto sorda in merito...) ed al mondo arabo, ma non invita mai nessuno alla guerra contro Israele e contro le brutalità di Sharon. Invita il suo popolo alla resistenza a tutti i costi, "fino all'ultima kefìah", come potrebbe dire Fulvio Grimaldi. E lui stesso tiene sul tavolo, pronte, le lettere da firmare per il passaggio dei poteri ad Abu Ala, Abu Mazen ed al presidente del Parlamento palestinese in caso dovesse essere ucciso dal fuoco di Tel Aviv.

I giorni dell'assedio passano lentamente, ed Arafat resta rinchiuso, prigioniero dell'accanimento sionista contro il simbolo di un popolo. Potremmo dire, a tal proposito, contro tutto un popolo. Intanto la seconda Intifada continua: non c'è giorno in cui non si muoia da entrambe le parti, e non c'è giorno in cui gli elicotteri di Sharon non lancino qualche missile contro presìdi palestinesi, case di civili, persino asili e scuole. Negli ultimi tempi all'interno dell'ANP si fanno sempre più pressanti le richieste di una maggiore delega dei poteri presidenziali ad altri componenti dell'OLP e di Fatah. C'è certamente un problema di amministrazione gestionale dell'Autorità Nazionale Palestinese. Lo stesso Arafat riconosce che alcuni membri di ministeri e di altri organismi dell'esercito palestinese vanno sostituiti: la corruzione Yasser Arafatnon dilaga, ma si è infiltrata nei meccanismi del potere, del piccolo potere non ancora statale.

La formazione di nuovi esecutivi non è semplice: Abu Ala minaccia di dimettersi da capo del governo più volte. Non accetta di dover sottostare ad Abu Ammar per quanto concerne la sicurezza dei territori e rivendica maggiori attribuzioni di poteri. Purtroppo chi potrebbe degnamente, con carisma, sostituirsi a leader come Ala e Mazen è nelle carceri di Israele. Barghouti è stato condannato a più ergastoli e solo un provvedimento di grazia del Presidente israeliano potrà riportarlo sulla scena politica e rivoluzionaria.

Intanto le condizioni di Arafat peggiorano: le fotografie ce lo mostrano molto dimagrito e con una pessima cera: la sua pelle è bianco-latte. Esce dalla Muqata dopo quasi tre anni di prigionia indotta dal governo sionista. Mentre sale sull'elicottero della Repubblica francese per recarsi a Parigi per le cure, si ferma a salutare la sua terra. Manda baci alla sua gente e, c'è una foto in particolare, il suo sguardo diviene davvero malinconico, triste. Sà che Sharon non è affatto intenzionato a farlo ritornare, ma sà anche che il suo stato di salute sarà questa volta peggiore del macellaio di Sabra e Chatila.

C'è un muro in Palestina ora. Un muro che viene costruito con sofisticate tecnologie di controllo. Un muro che riduce la Cisgiordania ad una striminzita enclave dello Stato di Israele. C'è un muro fatto di odio e di ghettizzazione, in cui rinchiudere, come in una riserva indiana, i palestinesi. Il muro attraversa campi e coltivazioni, divide in due i piccoli centri della West Bank e si impossessa della vita di chi abita in quelle terre, ne distrugge i destini, crea delle Muqata per ogni città, villaggio e centro abitato di ciò che resta della martoriata terra di Palestina. Chi lo sta costruendo sostiene che serva a contenere il terrorismoquattro istantenee di Yasser Arafat
foto tratte da www.passia.org
, i kamikaze. Come se un fenomeno derivante da una lotta di popolo si potesse segregare tra quattro pezzi di cemento armato e alte torri di controllo e filo spinato.

L'ultima lotta di Arafat è stata proprio contro questo ennesimo sopruso, questa ennesima e terribile violenza verso i palestinesi. La lotta del "Leone della Palestina" non è finita con la sua morte. Il suo sogno prosegue, perchè chi è stato oggetto di discriminazioni ed olocausto non deve, non può divenire oggi a sua volta carnefice al pari di chi lo ha torturato in passato: la speranza sta nei refusenik, in tutti quei soldati israeliani che si rifiutano di obbedire a chi gli comanda di sparare, di occupare, di massacrare i palestinesi. La speranza sta in una resistenza sempre più determinata: la convivenza tra israeliani e palestinesi è possibile, deve essere possibile. Se il ramoscello d'olivo è caduto, tutti noi possiamo riprenderlo in mano, facendo così rivivere la speranza e, con essa, consegnare al Medio Oriente quella pace tanto agognata.

Marco Sferini
Novembre 2004