Avvolto dalle parole di Edoardo Sanguineti il Palazzo del Cinema di Venezia da il benvenuto al VI Congresso Nazionale di Rifondazione Comunista. Parole sentite, pensate che scorreranno per quattro giorni sul maxischermo dietro il palco.
Quelle di Sanguineti tuttavia non sono le uniche
parole lette a Venezia. Bertinotti, prima della relazione, riporta alla platea congressuale il messaggio di Pietro Ingrao assente a causa di «impegni che non posso trascurare». Poi il boato. «Ma questa lettera non è di distanza. Anzi con essa vi chiedo di accogliermi nella vostra organizzazione, per partecipare alla vostra lotta». Quasi tutti in piedi ad applaudire l'ingresso nel nostro partito dello storico leader della sinistra italiana. Parole sentite alla radio. La neve infatti blocca la "delegazione" di Savona. Solo uno stoico Marco Vigna parte ugualmente. Arriverà alle 2.30 di venerdì mattina.
Poche ore dopo giungiamo a Venezia anche io e Patrizia Turchi. Troppo tardi per assistere alla relazione di Fausto Bertinotti, uno dei momenti più attesi del Congresso. Il Segretario Nazionale traccia la rotta del PRC, parla del superamento del "turbocapitalismo", della pace, della necessità di costruire una grande soggettività antagonista. Sottolinea inoltre che la guida de L'Unione non è poi così scontata. Possiamo competere anche su questo piano. Possiamo avere noi il timone della coalizione. Bertinotti ne è certo. Due ore dopo, per la tristezza di molti, annuncia che questa sarà la sua ultima relazione da Segretario.
«Non ha tenuto conto di noi». Tuonano le minoranze che assieme rappresentano oltre il 40% del partito. Critici anche nei confronti dei contenuti espressi dal Bertinotti. «Altro che timone,
noi faremo i mozzi!» replica il giorno dopo Claudio Bellotti (primo firmatario della Mozione 5). Non meno tenero Marco Ferrando (primo firmatario della Mozione 3) che, rivolgendosi a Bertinotti, attacca «Hai vinto il congresso, ma non lo hai convinto». Gli fa eco Salvatore Cannavò (vicedirettore di Liberazione rappresentante della Mozione 4) «Non vogliamo una svolta a destra del partito, il Centrosinistra non è affatto cambiato». Ugualmente chiaro Alberto Burgio (Mozione 2) contrario «all'accordo senza un programma chiaro». Un Burgio a tutto campo critico anche nei confronti della nonviolenza e della posizione del partito sull'Iraq.
A mettere tutti d'accordo arriva Nichi Vendola il candidato de L'Unione in Puglia. Il nostro candidato. Marco Vigna seduto al mio fianco in terza fila, zittisce le mie mille curiosità sul Congresso: «Nichi merita davvero di essere ascoltato». Ha ragione. Il suo non è un semplice intervento è pura poesia. Una poesia che tratteggia uno stile di vita, una visione della politica, della religione, della società. «Terrore pubblico della guerra», «guerra privata del terrore», «la democrazia dei bombardamenti e la teologia degli sgozzamenti», «il laicismo non è l'antidoto dell'integralismo, ma è il suo gemello mercantile», «non conosco altro orizzonte che non sia la nonviolenza, il disarmo unilaterale, il sottrarsi al terreno della militarizzazione del conflitto, la radicalità del contrastare un sistema di idee senza desiderare la morte di chi quelle idee professa», «dobbiamo uscire dalla nostra casa con la giusta nostalgia delle cose che lasciamo, ma con la curiosità di ciò che scopriremo», «la partenza ha il dolore del parto e la gioia della nascita», «noi siamo un "partito" non un "restato"», «ringrazio tutti voi, compagne e compagni della mia vita, per avermi accolto così come sono, senza abiurare a nessuna delle mie diversità». Frasi, parole che ricorderò per molto tempo. Sono affascinato, non riesco nemmeno a fare uno voto.
Nel pomeriggio altri due importanti e imperdibili appuntamenti: il ricordo della Liberazione dal
nazifascismo e il dibattito sul Partito della Sinistra Europea. Il Congresso celebra la Resistenza omaggiando con una rosa rossa il Comandante partigiano Giovanni Pesce, la parola passa poi a Leo Gullotta e Moni Ovadia impegnati a leggere le lettere di alcuni partigiani condannati a morte dai fascisti. Un momento breve, ma toccante guastato da cinque ragazzi che hanno insultato Leo Gullotta. L'attore, dopo essersi difeso, è stato abbracciato fisicamente da Bertinotti e idealmente da tutti i delegati.
Nelle ore successive è il Partito della Sinistra Europea a tenere banco. Intervengono, tra gli altri, Gennaro Migliore, Vittorio Agnoletto, Luigi Zipponi, Pippo del Bono, Darwin Pastorin che con forme e modi diversi sottolineano l'importanza del nuovo soggetto politico continentale, il Partito della Sinistra Europea, che raccoglie storie, percorsi e culture differenti unite nel ripudio della guerra e nella critica alla Costituzione Europea.
Nel tardo pomeriggio la platea esplode in un applauso: Giuliana Sgrena è stata liberata. La gioia si ferma in gola per la morte, causata dal "fuoco amico", dell'agente Nicola Calipari. I delegati lo ricordano commossi con un minuto di silenzio.
È venerdì sera giunge a Venezia anche Franco Zunino, appena in tempo per votare lo Statuto. Già lo Statuto. Uno dei punti più delicati di questo VI Congresso. Il nodo riguarda principalmente i gruppi dirigenti e l'introduzione tra essi dell'Esecutivo. La Direzione e il Comitato Politico Nazionale saranno composti secondi criteri proporzionali, la Segreteria - come ha spiegato Bertinotti intervenuto nei passaggi più difficili - sarà omogenea e non più plurale come sperimentato negli ultimi anni e come richiesto dalle minoranze, mentre il nuovo organismo, l'Esecutivo, sarà composto dai responsabili dei grandi dipartimenti e dai segretari delle città metropolitane e dei regionali indipendentemente dalla mozione di appartenenza.![]()
L'approvazione della nuova "costituzione" del Partito da parte della sola maggioranza (Giorgio Cremaschi prova senza successo a far slittare la votazione di dodici ore nel tentativo di trovare un punto di incontro con le minoranze) è motivo di attrito così come il cambio del simbolo. Si arriva quasi allo scontro. Grassi, Ferrando, Cannavò e Bellotti in un comunicato congiunto affermano: «Quanto è avvenuto in sede di Commissione e nella discussione plenaria del Congresso a proposito delle modifiche dello Statuto del Partito è un fatto molto grave, senza precedenti in tutta la storia di Rifondazione Comunista. Forte di uno scarto di voti molto contenuto, la maggioranza ha deciso di stravolgere lo Statuto del Partito a colpi di maggioranza, non mostrando alcuna disponibilità al confronto con le opposizioni interne. Nonostante la ferma contrarietà sempre mostrata da tutto il Partito nei confronti dei principi e della pratica del maggioritario, la maggioranza non ha esitato ad applicarne la logica: chi vince prende tutto». Il dibattito è vero e forte, il partito è vivo.
Nella giornata di sabato si susseguono decine e decine di interventi. Giorgio Cremaschi (Segretario FIOM) è tra i primi a parlare, il suo è uno dei discorsi più applauditi quando afferma, ricordando la liberazione di Giuliana Sgrena e la morte di Nicola Calipari: «L'unica, vera pregiudiziale che chiedo, il primo punto del programma è la richiesta di ritiro immediato, è l'impegno al rispetto dell'articolo 11 della Costituzione». Seguiranno nel corso della giornata (in ordine sparso): Franco Giordano, Nicola Fratoianni, Ramon Mantovani, Gian Luigi Pegolo e Giovanni Pesce accolto da un corale "Bella ciao".
È domenica. Ancora pochi interventi e calerà il sipario sul VI Congresso Nazionale di Rifondazione Comunista. Il clima è teso. Tutti attendono le conclusioni di Bertinotti. Si prepara anche Enzo Apicella il vignettista di Liberazione (che più volte mi ha "sopportato" in questi giorni). Con tono scherzoso e con il suo inconfondibile accento confessa: «Per me Bertinotti è come Budda».![]()
In oltre due ore il Segretario Nazionale spiega il suo comunismo, motiva la scelta dell'accordo di governo e non lesina critiche alle minoranze. Tre passaggi che, dal mio punto di vista, tratteggiano il futuro di Rifondazione. Bertinotti vede come asse strategico del nuovo comunismo la pace e la politica della nonviolenza (aspramente criticata da tutte le minoranze): «Il soldato israeliano che si rifiuta di sparare sui palestinesi inermi non sarà comunista, ma è un mio compagno».
Sulla partecipazione del PRC al governo del paese Bertinotti tuona: «Governista a chi? Vi ricordate chi ha fatto cadere il Governo Prodi?» per poi affermare che Governo e Partito non sono la stessa cosa e che non vi sarà alcuna contraddizione se Rifondazione dovesse scendere in piazza contro il governo (cita a tal proposito le manifestazioni che in Brasile hanno visto la partecipazione di alcuni ministri del Governo Lula).
Faccio un giro per il Palazzo del Cinema, sono tutti immobili davanti ai maxischermi, in platea, al bar. Tutti a seguire Bertinotti che va giù pesante nei confronti delle minoranze. Non con tutte e non con la stessa fermezza, come hanno notato gli osservatori presenti al Congresso. Il Segretario Nazionale ha poche parole per le posizioni espresse da Ferrando e Bellotti, respinge le dimissioni di Gigi Malabarba da Capogruppo al Senato, conferma Salvatore Cannavò vicedirettore di Liberazione. È più intransigente invece - in una durezza inusuale per Bertinotti - nei confronti della Mozione 2. Rimprovera loro il fatto di aver inasprito il confronto, di non aver partecipato al dibattito sul Partito della Sinistra Europea, di non aver creduto nei movimenti: «Oggi parlate di movimenti ma non ho sentito una parola di riflessione da parte di chi allora, dentro il partito, ci invitava ad andarci cauti, ci invitava alla prudenza, quasi ad essere sospettosi». E ancora: «Invece di raccontare fandonie sulla presunta volontà della maggioranza di cambiare nome al partito interroghiamoci su cosa saremmo diventati se non avessimo fatto le scelte che abbiamo fatto. Ricordiamoci che in Italia esiste un altro partito, anch'esso porta il nome alcune istantanee dal VI Congresso Nazionale di Rifondazione Comunista
foto di Marco Ravera e Patrizia Turchicomunista nella sua denominazione, eppure tanto, tanto diverso da noi». Una frase che ancora fa discutere.
Bertinotti chiude, visibilmente commosso, sicuro di essere ricordato come un comunista. Partono l'Internazionale, Bandiera Rossa e Song of freedom. Il VI Congresso di Rifondazione è terminato.
All'inizio di questa avventura veneziana mi avevano detto detto «Il vero congresso lo vivi nei corridoi» è così è stato. Poco dopo la chiusura di Bertinotti incrocio Marco Ferrando. «Hai visto! Sono andati avanti a colpi di maggioranza. Siamo il partito del Segretario» mi dice con il consueto plico di giornali sotto il braccio sinistro. Di parere opposto Sandro Curzi «Hai partecipato ad un grande congresso, sono contento per te» mi tranquillizza con fare paterno il noto giornalista.
Ma allora che congresso è stato? Istintivamente potrei rispondere che il VI Congresso di Rifondazione Comunista è stato un congresso vero, sofferto e giovane. Vero perché non mi pare esista in Europa un partito politico con un simile livello di dibattito, sentito perché i delegati da ogni parte d'Italia hanno difeso le proprie idee quasi fino allo scontro, giovane perché la platea congressuale era costituita da molti ragazzi e ragazze (la nuova generazione invocata da Bertinotti), un dato sottolineato da più opinionisti. Più semplicemente potrei dire che questo congresso ha chiuso un'importante pagina di Rifondazione Comunista per aprirne un'altra.
Marco Ravera
Venezia - 6 Marzo 2005