Michele Basso compagno conosciuto e apprezzato ben oltre i "confini" della nostra Federazione ha preparato, in vista del VI Congresso di Rifondazione Comunista, un emendamento sul liberismo scritto contro l'abitudine, presente nel movimento operaio, di accettare acriticamente le definizioni che il capitale da di se stesso, le sue terminologie, le sue analisi. Un emendamento, precisa l'autore, che ogni compagno può fare proprio, indipendentemente dalla mozione che vota.
la redazione del sito
Savona - 21 Gennaio 2005
I comunisti devono respingere l'accettazione acritica del mito liberista. È naturale che il capitalismo della nostra epoca non possa definirsi apertamente capitale monopolistico, e debba invece ricorrere ad un velo ideologico, riallacciandosi alle dottrine di Adam Smith e presentandosi come la riedizione riveduta e corretta di quello dell'era della libera concorrenza.
Se ci liberiamo di questo velo, vediamo, ad esempio, che UE e Stati Uniti distribuiscono generosi aiuti alla loro agricoltura; il che rappresenta la forma più efficace di protezionismo. Neanche i paesi sottosviluppati possono giovarsi del libero mercato. I prodotti di questi paesi, non solo non riescono a penetrare in Europa e negli USA, ma avviene il contrario: poiché il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale (che sono cartelli di banchieri), costringono i paesi poveri a non opporsi in nessuna maniera alla penetrazione dei capitali e delle merci delle grandi compagnie, che praticano il dumping e impongono persino il prezzo delle sementi, questi paesi vedono andare a rotoli l'agricoltura e non possono sviluppare all'ombra del protezionismo la propria industria, come hanno fatto l'Inghilterra fino al 1846, gli Stati Uniti fino quasi alla fine della seconda guerra mondiale (hanno aspettato che l'industria europea fosse rovinata dalla guerra per addolcire la stretta protezionistica), la Germania col sistema di List, e così via.
Il liberismo nacque quando l'Inghilterra, raggiunta l'assoluta supremazia industriale, si presentò come l'officina del mondo e aprì il proprio mercato ai prodotti agricoli che arrivavano dall'estero, sacrificando la propria agricoltura. Il vero liberismo morì con la rinascita del protezionismo, che non aveva più lo scopo di creare una serra calda per il capitalismo nascente, ma di taglieggiare i consumatori con prezzi di monopolio.
Oggi, anche quando, come per il settore tessile, sulla carta si decide di lasciare via libera alla concorrenza, subito nascono tendenze e pressioni che chiedono il contingentamento, o, per contrastare la concorrenza cinese, riesumano lo slogan del pericolo giallo.
Anche l'esperienza d'ogni giorno ci conferma l'esistenza dei monopoli: chi deve pagare le assicurazioni per l'auto o per la vita, chi deve fare uso di gas per il riscaldamento, chi deve riempire il serbatoio di benzina, o acquistare medicinali, sa che non si trova di fronte a prezzi concorrenziali, ma a cartelli potentissimi.
Se fosse liberista, il capitalismo odierno, comprerebbe il petrolio a prezzi di mercato, ma siccome è nella fase imperialistica, è un capitalismo gangster, occupa con la forza i pozzi di petrolio, provocando -guarda caso - un raddoppio dei prezzi. Un capitalismo che ha riesumato tutti i vecchi arnesi del colonialismo, persino nel linguaggio: i mandati delle Nazioni Unite sono la copia conforme dei mandati della Società delle Nazioni (che Lenin chiamava "Società dei briganti), così i protettorati; e le tragiche esperienze dell'Iraq dimostrano che non si tratta solo di vuote parole, ma di reale oppressione, a meno che non si voglia credere al mito della "tradizione anticolonialista degli Stati Uniti".
Siamo in presenza di una crescente concentrazione della proprietà, per cui i redditi di alcuni imprenditori sono superiori ai bilanci annuali di molti stati, non solo africani. I monopoli, che un tempo dominavano singoli paesi, hanno ora assunto la forma di multinazionali e impongono i prezzi. Le banche " si trasformano da modeste mediatrici in potenti monopoliste, che dispongono di quasi tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e piccoli industriali". Chi ha seguito le crisi dell'industria italiana, dalla Olivetti alla FIAT, sa quale peso enorme hanno avuto le banche in queste vicende, con le varie forme di "riorganizzazione" e di "risanamento". La speculazione fondiaria ha trasformato il "Belpaese" in un ammasso informe di costruzioni. Il passaggio di funzionari governativi al servizio delle banche non è un evento raro.
Il capitale finanziario ha visto trionfi inauditi. I lupi di borsa hanno giocato con le monete - basti pensare alle responsabilità di Soros, agli inizi degli anni Novanta, nel crollo della lira e della sterlina - centinaia di migliaia di risparmiatori hanno visto sparire ogni loro bene in speculazioni incredibili, dall'Argentina alla Parmalat e alla Cirio, per ricordare solo quelle italiane.
L'esportazione del capitale avviene oggi senza alcun controllo, in tempo reale, e lo sfruttamento della manodopera dei paesi in via di sviluppo non ha limiti.
Tutto il mondo, ormai, è suddiviso tra i grandi complessi imperialistici, e la gara tra le nazioni, per la conquista dei mercati, non ha soste. Non ha assunto la forma di un conflitto diretto tra potenze, perché nessuno può dichiarare guerra agli Stati Uniti, ma di guerra indiretta. Per esempio, i contrasti tra USA e Francia in Africa sono alla radice delle terribili stragi di Ruanda e Congo, mentre i media asserviti al potere spiegano tutto ciò con gli odi tribali.
Se veramente esistesse ancora un "libero mercato", come sostengono gli apologeti del capitale, non potrebbe esistere l'imperialismo, che si sviluppa soltanto in una società monopolistica. Se poi, col termine "Liberismo", si vuole semplicemente indicare che il capitale non ha freni, anche questo non è esatto, vale soltanto per il grande capitale, perché il piccolo capitale o quello dei paesi sottosviluppati è subordinato e taglieggiato.
Coloro che vogliono opporsi al capitalismo, non possono accettare le definizioni che l'avversario di classe dà di se stesso, perché queste non sono neutre, ma comportano l'accettazione implicita che è possibile un capitalismo "altro", un capitalismo controllato dalla società, e non è un caso se molti sedicenti comunisti hanno sostituito il marxismo con la dottrina di Keynes, come se questi non si fosse proposto una stabilizzazione del capitalismo, una forma intelligente d'anticomunismo.
Chiamiamo il capitalismo odierno col suo vero nome: non Liberismo, ma capitale monopolistico e imperialistico.
Michele Basso
Albisola Superiore - 16 Gennaio 2005