Un comune luogo di elaborazione politica è la base dello sviluppo delle azioni sociali di Rifondazione Comunista. La tendenza alla sintesi deve poi essere il conseguente atto di questa elaborazione: il Congresso del Partito, così, assume il suo ruolo primario, ossia quello di fornire a tutto il corpo politico del PRC la
linea politico-strategica su cui muoversi per i prossimi tre anni.
È significativo osservare come tra le mozioni di non maggioranza (dunque tutte tranne la mozione 1, che comunque deve ancora dimostrare di riconfermarsi come maggioranza del Partito) si siano registrate sino ad ora ampie convergenze anzitutto sulla situazione di gestione del nostro stesso organismo politico: una gestione che viene valutata, sia da noi della mozione 2 "Essere comunisti" che dai compagni delle altre mozioni, chiamiamole "di opposizione", altamente lontana da quel rispetto delle norme statutarie che dovrebbero niente altro che essere se non il rispetto di ognuno e di tutti nel e per il Partito.
Lo si può osservare in queste ultime settimane in cui sono stati pubblicati da "Liberazione" i dati del tesseramento 2004: vi sono 12000 neo-iscritti al PRC concentrati in poche regioni ed, in tutto, in sole 15 federazioni sulle 116 che il Partito possiede. Crescita naturale da ascrivere al merito delle federazioni in causa? In parte certamente, ma in larghissima parte no. Basti osservare come la Federazione di Foggia superi il 200% del tesseramento sul 2003 e quella di Salerno il 170%, sempre sul 2003. Due federazioni prive di segretario: quella di Foggia da parecchio tempo e quella di Salerno commissariata dalla dirigenza del Partito perché ribellatasi all'accordismo a tutti i costi con il Centrosinistra su questioni, peraltro, poco chiare in merito alle politiche locali.
Poiché siamo comunisti, queste pratiche di accrescimento della base congressuale tipiche dei socialisti della vecchia "prima Repubblica" non ci affascinano e stigmatizziamo quanto operato, promettendo una strenue battaglia in merito. Ma l'accorato appello alla preservazione della democrazia interna al PRC non è l'unico elemento di dialogo tra le mozioni di opposizione.
Il compagno Dondero fa giustamente rilevare che tra la mozione da lui sostenuta e la mozione 2 "Essere comunisti" vi sono delle profonde differenze: è naturale che le cose stiano in questi termini. La genesi del secondo documento congressuale risiede nel progressivo distacco da una neo-cultura di una neo-sinistra che si definisce parimenti comunista e altermondista, ghandiana e pacifista, europeista e nonviolenta, per la "felicità" e contro il liberismo. I detrattori della mozione "Essere comunisti" mi hanno insegnato che la loro società di alternativa è un qualcosa di grandemente indefinito: non si tratta di gestire al meglio un capriccioso paniere di aggettivi marxisti, bollati come desueti e anacronistici rispetto alla "fase" attuale, e non si tratta neppure di cercare di caratterizzare con delle buone proposte politiche un cammino rinnovato per la rifondazione comunista in Italia.
Credo si tratti piuttosto di intendere, per i compagni che sostengono la mozione di Fausto Bertinotti, che vi è la storicamente definita necessità di cambiare perché gli eventi ce lo impongono. Perché, è sicuro, l'economia politica studiata da Marx ed Engels nel 1848, e nei decenni successivi, è titanicamente differente da quella odierna, anche se pur sempre capitalistica. I compagni della mozione 1 ci dicono che questo nostro Partito ha davanti a sé un compito storico: cacciare Berlusconi, ridare fiato alla sinistra radicale e alternativa e abbarbicarsi sul governo come metodo risolutivo delle magagne del Paese. Tutto questo è la derivazione imprescindibile di un accordiamo dell'ultima ora che il compagno Bertinotti ha deciso prima che lo decidessero le istanze preposte del PRC: il Comitato Politico Nazionale e, l'imprimatur più importante, quello congressuale.
Arriviamo dunque così al VI Congresso di Rifondazione Comunista con un percorso congressuale precostituito, partorito nell'arena delle colonne giornalistiche nel caldo sole estivo del 2003, quando le dichiarazioni parlavano di un Prodi ritrovato leader del Centrosinistra più Rifondazione e più Italia dei Valori. E, di colpo, la "gabbia" dell'Ulivo si era frantumata e aveva lasciato posto alla nuova tronfia Grande Alleanza Democratica. Tutti dentro appassionatamente, dunque. E va bene... facciamo finta (ma non dovremmo!) che i passaggi giusti di consultazione nel Partito ci siano stati. Ma il programma con cui il Partito si è presentato al tavolo della costituzione della GAD? Dov'è? Da che presupposti è composto, cosa chiediamo ai nostri alleati in cambio del nostro ritorno sotto le fresche frasche del variegato giardino botanico dell'attuale opposizione parlamentare?
Non abbiamo sino ad ora chiesto quello che avremmo dovuto rivendicare come ciò che neppure si dovrebbe sentire oggetto di obiezione da parte della Grande Alleanza Democratica: il No alla guerra senza se e senza ma; la completa abrogazione delle leggi vergogna dell'esecutivo Berlusconi (ovviamente comprese quelle "ad personam" e "pro domo sua") a cominciare da quelle che più duramente colpiscono il già traballante assetto precario del lavoro, come la Legge 30. Avremmo dovuto intervenire incalzando la neo-alleanza sui temi della tenuta e dell'aumento del potere di acquisto dei lavoratori e dei pensionati. Invece non abbiamo riproposto un nuovo modello di indicizzazione delle pensioni e dei salari che faccia scattare i dovuti aumenti al pari incremento del tasso di inflazione reale (si badi bene... reale!).
Avremmo, anche, dovuto gestire problematiche come la situazione sui posti di lavoro e la democrazia interna ai luoghi di produzione: e, forse, sarebbe anche stato opportuno far riflettere i nostri alleati di centro e di sinistra sul fatto che non si può dar vita alla GAD come ad una pura e semplice somma di partiti e di voti, ma che è più importante battere le politiche economico-antisociali dell'attuale governo Berlusconi, dando il de profundis al fenomeno del berlusconismo, ossia dell'imprenditoria fattasi politica attiva e, per questo, in contrasto aperto con ampi settori di Confindustria.
Invece di fare tutto ciò, e di rimarcare ancora una volta la differenza che passa tra i classici partiti espressione del liberalismo (o se lo vogliamo chiamare in modo no-global... "neoliberismo") o del moderatismo socialdemocratico, e i comunisti, abbiamo assistito ad un pericoloso sposalizio tra l'americanizzazione della politica presente nel Centrosinistra e noi del PRC: cosa altro sono le primarie se non un metodo di attribuzione del consenso attraverso l'ipocrisia della delega decisionale al "popolo intero" della sinistra e delle altre forze di opposizione?
Vogliamo davvero esercitare questo nuovo metodo delle primarie?
Perché non chiediamo a tutti i lavoratori che votano per le opposizioni, e perché no anche agli altri, se ritengono sensata la proposta di una politica economica di governo che si basi sulla fine della detassazione indiscriminata delle imprese e sull'inizio di un coraggioso cammino di avanzamento dei diritti sociali? Perché non chiediamo al popolo della sinistra di esprimersi sul ritiro delle truppe dall'Iraq? Un ritiro immediato, senza alcun comma aggiuntivo di interposizione temporale, quindi senza condizioni. Evitando, ancora una volta, di ricadere nel vago: chiedere il ritiro delle truppe quando "sarà possibile" è come non chiederlo. Qual'è la giusta interpretazione temporale del concetto espresso in Parlamento nella mozione della GAD? Indefinibile. Come gran parte delle 15 tesi di Bertinotti delle quali, se dovessimo fare una sintesi di esplicazione programmatica del Partito, saremmo parecchio in imbarazzo, potendo solamente dire che noi siamo diversi dal passato, che non siamo di questo mondo, che ci battiamo per un altro mondo possibile.
Tutto resta nella non definizione: definire qualcosa, dargli corpo significherebbe veramente costruire un programma politico e strategico di Rifondazione Comunista. Siamo stati i primi in questo Partito, anni fa, ad affermare che occorreva sviluppare un dialogo aperto e paritario tra tutte le forze della sinistra per elaborare una piattaforma comune al fine di raggiungere accordi sempre più ampi per poter mandare a casa Berlusconi. Ma abbiamo altrettanto sottolineato come non si potesse pensare ad una ritrovata unità di intenti delle forze di opposizione a Berlusconi senza dire chiaramente su quali piani si intendeva procedere in tale direzione.
Per questo chiediamo a tutti i compagni e le compagne di contribuire a generare un chiaro assetto programmatico di Rifondazione Comunista attraverso un ampio consenso per la mozione 2 "Essere comunisti": non ci riferiamo puramente a meri classici "paletti". Pensiamo che debba essere proprio il programma della nuova alleanza delle sinistre e del centro a dotarsi non di intenzionalità, ma di un patto di ricostruzione sociale del Paese. Come debba essere composto lo abbiamo esposto precedentemente. Crediamo sia realizzabile, e per questo lo chiediamo con forza, perché il ruolo di Rifondazione Comunista nel futuro governo possa essere quello di una forza comunista, di classe, che non può non dedicare tutte le sue energie verso i deboli e i ceti indigenti, nonché verso tutti quei nuovi poveri che si formano in virtù delle politiche disastrose del privatismo affaristico berlusconiano, nonché per le indicazioni degli organismi di Bretton Woods.
La mozione 2, la mozione 3, la mozione 4 e la mozione 5, che è fuori di dubbio possano essere definite uguali, hanno un'altra similitudine in comune: tutte e quattro prospettano una direzione di intenti strategici e quindi espongono come debba comportarsi il Partito sulle alleanza; come debba rapportarsi con il proprio passato e quindi ne definiscono una nuova impostazione culturale; su cosa il Partito debba insistere per esercitare maggiormente il proprio ruolo di classe.
C'è poi un altro elemento che non trova sviluppo nelle tesi di Bertinotti: è un necessario approfondimento delle questioni internazionali. Si accenna solamente ad una costante opposizione sociale e movimentistico di massa contro la guerra di Bush, ma, ad esempio, non si fa espressivamente menzione del ruolo dell'imperialismo nel mondo globalizzato. La stessa ripetuta nenia della "spirale guerra-terrorismo", se poteva indurre in dubbio prima che gli eventi bellici prendessero il loro tragico corso di sangue e di morte, oggi evidenzia tutta la sua infondatezza dichiarando anche fallita la tesi del centro imperiale di Toni Negri, che qualcuno vorrebbe far assurgere a "novello Marx". Non trova dimostrazione l'analisi che dichiara l'esistenza di un unico centro direzionale imperialista: esiste un imperialismo americano forte del suo potenziale militare, che riesce così ad espandersi su vaste aree del pianeta (Asia e Medio Oriente) e che vuole così ostacolare lo sviluppo di altri poli imperialistici come quello Europeo che a tentoni si regge sull'asse armato franco-tedesco, o come la maxi disposizione del nuovo economicismo cinese che apre al capitalismo le sue porte e che si scontra con altre potenze dell'area asiatica: India, Iran, Giappone e Russia.
Il configgere di questi aggregati di potere economico-militare-statale, fanno della guerra il miglior agente risolutore dell'anarchia del mercato: l'unico stato ad aver rifiutato il dollaro come moneta di scambio dei barili di petrolio era proprio quell'Iraq che è stato fatto ostaggio della superpotenza a stelle e strisce. E per meglio controllare anche la produzione del greggio in Asia, l'Afghanistan era certamente il paese migliore da invadere. In esso passano le più grandi condutture di gasolio e di altri costose misture le bandiere di Rifondazione Comunista in piazza Sisto IV
durante lo sciopero generale dello scorso Novembre
foto di Giovanni Sferini tratta da www.circolorebagliati.it
la copertina della mozione Essere comunistichimiche necessarie al movimento delle macchine industriali, delle macchine da guerra, ecc.
Dal canto suo l'Europa, timida unione del tutto monetaria, cerca di celare il proprio ambizioso progetto di tenere testa al potentato economico americano, ma per realizzare questo sogno della borghesia del vecchio continente, è a sua volta indotta ad ampliare i propri confini per assimilare nuove economie e costruire una comunità sempre più collegata con il Medio Oriente. L'ingresso della Turchia nell'Unione Europea altro non è se non un nuovo atto del mercanteggiamento dei poteri forti di Bruxelles. Così come risultano esserlo anche tutti i paesi dell'Est facenti prima parte della sfera di influenza sovietica ed oggi protetti dall'efficienza della NATO, promossa dagli USA come gendarme della zona e come legione straniera in ogni parte del mondo.
Nel mentre il mondo assiste a questi scontri-incontri tra i poteri imperialistici, la Resistenza all'imperialismo si fa sempre più audace e si fortifica. Dalla Palestina all'Iraq, da Cuba al Vietnam tardo socialista. Abbiamo parecchio chiesto a tutto il Partito, che le manifestazioni di solidarietà verso il popolo palestinese fossero sostenute appieno. Così per Cuba, che ora sente sul suo collo la minaccia dell'invasione USA, anche a causa di scoperte di giacimenti di petrolio sull'isola. Ogni esperienza che ancora oggi resiste, si oppone e combatte contro il dominio economico capitalistico non può non ricevere tutto il nostro appoggio, in quanto è lotta di libertà di popoli interi. A questo proposito si deve tornare a difendere e a sostenere la rivoluzione bolivariana e l'esperimento governativo-sociale di Hugo Chavez, che è dicotomico rispetto all' ALCA ed a tutti i piani che Washington vuole attuare per trasformare l'America latina in un nuovo giardino di colonizzazione.
Molte di queste argomentazioni che noi poniamo sono anche contenute nelle altre mozioni di opposizione. Per questo non mancheranno i momenti di interazione con le altre sensibilità politiche presenti nel Partito. Siamo certi che la presentazione della mozione 2 "Essere comunisti" sia stato un coraggioso atto non solo fatto di "orgoglio" per il recupero della nostra storia di comunisti, mantenendo le critiche anche aspre sugli aspetti novecenteschi di deviazione dal marxismo e del complesso analitico marxista sul modello produttivo capitalistico, ma anche e soprattutto un progetto politico da consegnare a tutti i compagni che compongono questo Partito. A voi tutti chiediamo di guardare con attenzione alla nuova classe operaia che è nata in questi anni tormentati: le lotte della FIOM sono l'esempio di come, senza sensazionalismi o panegirici movimentisti, si sia creata una sintonia tra i lavoratori, i disoccupati, gli studenti e tutte quelle forze del caleidoscopico mondo del "movimento", nonché con l'altro mondo della politica. Anche quella di Palazzo, dove ciò che accade sembra, forse è sempre così distante dai bisogni reali della gente.
A tutti i compagni e le compagne di Rifondazione Comunista proponiamo, dunque, il rinnovo delle nostre pratiche senza la rimozione di alcunché, soprattutto senza la rivisitazione di quegli strumenti teorici ed anche pratici che sino ad ora ci sono stati utili per meglio disarticolare il fenomeno strutturale capitalista.
Una progettualità per "essere comunisti", e per dare a questa intenzione sia la volontà primigenia di mantenimento di una forza comunista in Italia, sia quella aderenza alla realtà che ci consente di poter affermare la necessità di cacciare le destre senza però abdicare a nessuno dei nostri valori, che altro non sono se non il tratto identitario che ci ha contraddistinto in tante battaglie e lotte sociali e che ci consente di proseguire nella difesa dei lavoratori e di tutti quanti sono sfruttati e ipersfruttati in questo mondo.
Marco Sferini
Savona - 9 Gennaio 2005