Ciò che ci unisce e ciò che ci divide dai compagni dell'Ernesto

Riflessioni in vista del VI Congresso del PRC

Premessa

  1. Perché impostare la questione in termini di "ciò che ci unisce e ciò che ci divide"?
    Questo approccio mi sembra necessario per favorire una chiarificazione franca, per poter cominciare a comprendere la sostanza reale delle divergenze, e dunque affrontare la battaglia congressuale in modo sereno e il meno lacerante possibile, con la chiara consapevolezza che il compito di costruire il Partito della Rifondazione Comunista continua durante e dopo il Congresso stesso, e che questo è un lavoro che dobbiamo svolgere assieme.
  2. Le cose che ci dividono e quelle che ci uniscono sono sullo stesso piano?
    Mi sembra essenziale sottolineare una cosa: se siamo convinti di portare avanti una battaglia per le idee comuniste, quali che siano le forme particolari che tali idee assumono nell'impostazione di ciascuno di noi, questo è un punto di convergenza di enorme importanza. Le nostre divergenze possono anche essere importanti, e possono anche essere una manifestazione di strategie diverse, ma questo non può e non deve farci costruire degli steccati insormontabili fra di noi.
  3. E che dire delle altre correnti e raggruppamenti di compagni e compagne in seno al PRC?
    Mi pare che lo sforzo che abbiamo fatto a Savona in questo periodo iniziale di dibattito precongressuale indichi la possibilità di sviluppare il confronto in maniera civile e seria, senza quelle chiusure settarie che hanno spesso caratterizzato la vita interna della nostra federazione. In effetti, se si riuscisse a cogliere il senso delle divergenze, senza esacerbarle, e senza attribuire agli altri posizioni che non hanno, ne trarremmo giovamento tutti. Questo, naturalmente, a partire da un atteggiamento di serietà e di coerenza, che credo decisivo (e che non sempre trova riscontri, purtroppo).
    Vorrei esprimere questo concetto utilizzando una citazione dalla mozione congressuale "Un'altra Rifondazione è possibile" (ne è il paragrafo conclusivo):

    "Aggiungiamo poi, per quel che riguarda l'etica, che Rifondazione comunista non ha ancora nemmeno tematizzato un problema di importanza vitale per la nostra esistenza e il nostro futuro. Il primo elemento di lacerante contraddizione tra mezzi e fini, è il divario incolmabile tra i valori che si desiderano affermare nella società e quelli che si affermano nel partito. Bisognerebbe ripensarci non con attitudine moralistica, ma restituendo all'etica il suo significato autentico, che è quello di pratica. Il congresso di un partito può decidere di andare in una direzione, ma le sue pratiche possono poi condurlo nella direzione opposta o comunque in direzione diversa da quella verso la quale desiderava andare. A Rifondazione Comunista è già successo".

Quali sono le prospettive di una rifondazione del comunismo in Italia?

Per buona parte della mia vita politica ho militato in un'organizzazione trotskista che operava in modo piuttosto settario. Dopo esserne uscito, e al mio rientro in Italia, ho aderito a Rifondazione Comunista, certo, senza farmi eccessive illusioni sulla sua capacità di portare davanti il compito indicato dal suo nome, ma con la convinzione che fosse necessario lavorare per cercare di riuscirci. Al giorno d'oggi, dopo una dozzina d'anni, credo che si è sì fatto qualche progresso in quella direzione, ma in maniera parziale, frammentaria e, soprattutto, ancora molto fragile.

Questo mi fa ritenere che le prospettive non siano molto buone, e che se questo congresso è un'occasione importante per avanzare in questo compito, le posizioni che vengono avanti nel PRC adesso comportano anche un rischio enorme: quello di vanificare molto del lavoro fatto fin qui. Naturalmente, non posso accettare i catastrofismi di chi vede nell'orientamento odierno della maggioranza del partito, una rapida discesi agli inferi - in parte perché i profeti di sventura è da molto tempo che tracciano questo percorso, di volta in volta modificando le forme concrete in cui esso si dovrebbe incanalare - ma anche perché mi sembra che ci siano cose ben più gravi di cui preoccuparsi.

Primo fra tutti, il fatto che un prolungamento per altri cinque anni dell'attuale compagine governativa (chiamarlì "Alì Babà e i quaranta ladroni" sarebbe forse più accurato, ma potrebbe dare l'idea che questa sia soltanto una brutta favola), potrebbe avere conseguenze disastrose e drammatiche per il movimento operaio e per la democrazia nel nostro paese.

Se l'Unità titolava in prima pagina "È il governo degli interessi criminali" credo si possa dire che la situazione è veramente grave. E questo ci pone dinanzi un compito ben difficile, quale quello di riuscire a costruire una qualche forma di alleanza elettorale, se non politica, anche con partiti e forze che rappresentano interessi sociali diversi da quelli dei lavoratori, come passaggio indispensabile per cacciare la coalizione fascistoide che governa l'Italia. Diciamo pure che se non riusciremo in questo, nel periodo di tempo che va da qui fino alle prossime elezioni politiche, le prospettive del comunismo si allonteranno ulteriormente.

Ma l'Italia non è tutto; né una nostra sconfitta vorrebbe dire semplicemente che si chiudono baracca e burattini, e si va tutti a casa (anche perché c'è una variante dello scenario molto brutta, se non molto probabile, nella quale la "casa" ce la darebbero gli altri, dietro del filo spinato...). Ovvero, è importante mantenere aperta la prospettiva, bisogna lavorare nell'oggi avendo anche un'idea, sia pure solo vagamente tratteggiata, del domani che vogliamo. E occorre guardare il quadro internazionale.

La critica che nella mia mozione (la quarta) si fa alle attuali scelte del gruppo dirigente nazionale del partito è aspra. Si parla infatti di una "diversa proposta nel rapporto con il Centrosinistra, con i movimenti, nella costruzione di una sinistra di alternativa (...) diversa idea del partito, del suo ruolo e delle sue pratiche". Aggiungendo poi: "Crediamo tuttavia che quella finora praticata sia una strada dannosa per la crescita del movimento, per la costruzione della sinistra alternativa, per la stessa tenuta del PRC come soggetto politico di classe autonomo e credibile".

Non so, onestamente, quale sia il grado di accordo e di disaccordo fra di noi, su questa valutazione. Proviamo a entrare un pò di più nel merito. Noi scriviamo: "I temi che proponiamo a questo congresso sono diversi: un'analisi attenta delle contraddizioni della fase; una riflessione sui movimenti; una proposta politica per l'immediato e un programma di alternativa collegato ai movimenti sociali; l'idea di un partito aperto, democratico e partecipato; una prospettiva comunista non rituale ma che recuperi il meglio della nostra storia. Pensiamo che una forte sinistra critica, pienamente coinvolta nell'attività e nella costruzione di Rifondazione Comunista, con un impegno nella costruzione del conflitto sociale, costituisca una garanzia per il futuro stesso del nostro partito". E poi: "E ci sostiene la consapevolezza che, in ogni caso, le decisioni che il Congresso assumerà saranno sottoposte al vaglio dell'esperienza delle lotte, degli sviluppi politici, della capacità di applicazione delle stesse decisioni assunte".

Credo che qui si possa evidenziare un approccio diverso fra di noi. Il grosso delle compagne e dei compagni della mia mozione erano con Bertinotti allo scorso Congresso, mentre l'Ernesto presentò propri emendamenti alternativi. E per questo, la mia mozione rivendica i risultati di quel Congresso, cosa che voi certo non fate nello stesso modo: "Nonostante alcuni limiti di elaborazione, l'ultimo Congresso si era misurato con la ridefinizione dell'orientamento politico e strategico, con il rilancio della rifondazione e della sua stessa identità. Si era cercato di lavorare su temi fondamentali: la piena internità al movimento e la costruzione di un nuovo movimento operaio; lo spostamento di baricentro dalla sfera politico-istituzionale al conflitto sociale; la ricostruzione dei luoghi del conflitto; la tensione all'innovazione delle forme organizzative del partito e alla sperimentazione; un'identità comunista adeguata al nuovo secolo, che implica una rottura radicale con ogni residuo di stalinismo".

Come sapete, io non sono stato e non sono neanche adesso, tanto entusiasta di quel che si discusse e si approvò nel 2002. In particolare, mi era parso che ci fosse un elemento di difficile comprensione nella furia iconoclastica con la quale ogni male del comunismo veniva attribuita allo stalinismo. Nella mia lunga militanza politica nel movimento trotskista, ho più volte verificato un dato che mi è ben chiaro oggi in Rifondazione. Non basta dichiararsi antistalinista e magari trotskista per essere nel giusto, non ci sono formule magiche. Lenin del resto ripeteva spesso che il cammino del comunismo non è una strada diritta "come la prospettiva Nevski". Ed io ho incontrato, e incontro ancora oggi, dei compagni e delle compagne che, mentre si richiamano a determinate idee e a determinati personaggi del movimento comunista che io ritengo antitetiche al comunismo, sono comuniste e comunisti convinti, seri, rivoluzionari. Insomma sono miei compagni a tutti gli effetti.

Da ciò deriva una conseguenza pratica, che ha però anche delle implicanze teoriche non secondarie. Il richiamo formale ad una tradizione rivoluzionaria e antiburocratica come quella di Trotsky non è condizione sufficiente per essere davvero capaci di agire in quel senso. Si possono trovare dei "trotskisti" che usano talvolta dei metodi che difficilmente si possono considerare "antiburocratici" - e non c'è bisogno di andare molto lontani per incontrarli... Ma c'è di più. A mio parere un richiamo formale all'antistalinismo (e persino al trotskismo) può addirittura rappresentare una mascheratura per avallare scelte politiche e metodi di gestione del partito, che non ci fanno fare un solo passo avanti verso la rifondazione del comunismo, tutt'altro!

E allora, io ritengo che quei compagni che esprimono una propria adesione allo stalinismo, o che manifestano delle forme di nostalgia per l'Unione Sovietica - naturalmente, se sono a loro volta capaci di confrontarsi con le idee degli altri - non vanno in alcun modo collocati in un ghetto, in un girone infernale per coloro che non hanno speranza di remissione dei propri peccati. E dunque mi sembra necessario verificare, e non tanto nel chiuso delle stanze dove ci si può soltanto limitare a parlare, bensì nella realtà concreta dello scontro fra le classi nel nostro paese e su scala mondiale, come ci si colloca, e con quanta efficacia si è capaci di sostenere una battaglia di lunga lena per il comunismo.

Credo che questo sia per noi un terreno di incontro, di confronto e anche di scontro fra analisi e posizioni diverse. Ciò può essere produttivo, e fonte di crescita individuale e collettiva, se siamo capaci di prendere in esame le opinioni altrui e di confrontarle con le nostre, senza pregiudizi, senza fare della dietrologia, senza anatemi e senza scomuniche. Non insisto oltre sui punti di convergenza che esistono fra di noi, principalmente nella preoccupazione condivisa sulle sorti del partito, e in un atteggiamento nei confronti della storia del comunismo che non scada in un revisionismo, come dire, occhettiano.

Cosa mi sembra giusto criticare della posizione dell'Ernesto?

Mi rendo conto, certo, che in questo periodo congressuale, è facile per tutti farsi trascinare dalla foga del dibattito fino ad esacerbare ciò che ci divide al di là del dovuto. È quindi importante cercare di definire i termini delle divergenze senza esagerazioni polemiche. Il punto di partenza della mia critica è, per ovvi motivi, qualcosa che nella vostra mozione non ci può essere. Ossia il fatto che fino all'ultimissimo momento abbiate fatto il tentativo di presentarvi nell'ambito della mozione Bertinotti. Ciò sta a indicare che sull'aspetto centrale del dibattito congressuale, com'è l'approccio nei confronti dell'alleanza con Prodi e dell'eventuale partecipazione del nostro partito a quel governo, non ci sono fra voi e la mozione uno delle grandi diversità.

Posso anche dire, in effetti, nel quadro della critica che mi sembra giusto fare ai metodi accentratori e persino personalistici dell'odierna gestione del partito, che trovo sbagliato il modo in cui non è stato concesso ai compagni dell'Ernesto di aderire alla mozione Bertinotti mantenendo i propri punti di divergenza sulle altre questioni, proprio perché c'era una condivisione di un punto così centrale come quello di un futuro governo Prodi. Ma naturalmente, ciò che è stato è stato, e adesso è giusto e necessario fare i conti con le posizioni espresse nelle mozioni, per come esse si presentano.

In questo senso, vorrei sottolineare che nella critica che voi rivolgete al segretario - e che viene dal congresso precedente, in realtà - c'è proprio la richiesta di un approccio più aperto e più disponibile a trovare punti di incontro col Centrosimistra. Farò alcune citazioni dal vostro documento per corroborare la mia critica. Nella mozione due si dice (nella premessa): "Siamo consapevoli dell'importanza che potrebbe avere la presenza di Rifondazione Comunista in un governo di coalizione con un programma avanzato". E poi: "Unendo le proprie forze, il Centrosinistra e Rifondazione Comunista possono vincere le prossime elezioni".

E varie altre volte si ribadisce l'importanza della partecipazione del PRC ad un futuro governo Prodi. Laddove, a parer mio, noi dobbiamo essere chiari nel dire che bisogna cacciare Berlusconi "a qualunque costo" - compreso dunque anche un governo di Centrosinistra - senza però farci coinvolgere direttamente nella sua gestione del paese. Mi pare, così, per usare una terminologia e un criterio di collocazione che saranno vecchi ma non sono sorpassati, che voi vi siete posti e vi ponete sulla destra di Bertinotti. Il problema oggi è che, accanto ad un linguaggio innovativo (e a volte confuso) col quale il segretario appare più vicino di voi alle nuove realtà dei movimenti di lotta, alla fin fine è sulla vostra linea che ha ripiegato, ed anzi, adesso si direbbe proprio che sia lui a volervi scavalcare a destra. Una bella confusione!

(Lasciatemi chiarire una cosa, sia pure fra parentesi. Di per sé non c'è niente di sbagliato ad essere a destra di qualcun altro, purché quella sia la posizione più adeguata nella circostanza data. Uno come Lenin, che non aveva peli sulla lingua, e non aveva il bisogno di presentarsi diversamente da com'era - e uno che, non dimentichiamolo mai, la rivoluzione l'ha fatta davvero - non aveva alcun timore nel criticare "L'estremismo, malattia infantile del comunismo". E non aveva alcun bisogno di definirlo "opportunismo di sinistra").

Ora, nella situazione concreta di Rifondazione, e nel contesto dell'attuale discussione incentrata sulla partecipazione del partito alla GAD e ad un futuro governo Prodi, accettare il terreno di un confronto programmatico col Centrosinistra, come fate voi, vuol dire davvero condividere con la mozione uno un orientamento di tipo governista. Ed è per questo che trovo la vostra impostazione subordinata a quella del segretario, e, come quella, troppo adagiata nel ritenere che l'alleanza tra Centrosinistra e PRC sia di per sè sufficiente a portarci alla vittoria contro Berlusconi e il suo Polo della libertà (libertà per Previti, per Dell'Utri e per lo stesso Berlusconi, e per altri ancora...).

A parer mio, invece, noi dobbiamo avere la capacità di mantenere una posizione autonoma per sostenere dall'esterno il Centrosinistra, mentre alimentiamo i movimenti di lotta e li incoraggiamo a portare le proprie istanze in quella sede, così come sosteniamo le organizzazioni di massa che lo fanno. So che c'è una possibile obiezione al mio ragionamento, ovvero "per quale motivo non dovremmo farci noi portavoce di queste organizzazioni e movimenti in seno ad un governo di coalizione?"

Il problema che riscontro nelle mozioni uno e due sta proprio qui, in realtà, nell'attribuire ad un governo del CEntrosinistra più Rifondazione una capacità di fare dei passi avanti significativi in senso progressista. Io credo che se noi ci aspettassimo e ci battessimo concretamente per qualcosa di molto più semplice e riduttivo, come la richiesta dell'abolizione di tutte le leggi liberticide ed antioperaie approvate dell'attuale governo, senza con questo partecipare in prima persona al governo, faremmo cosa ben più utile per la classe lavoratrice.

Mi sembra illusorio pensare che il PRC possa condizionare veramente il Centrosinistra per indurlo a fare una politica più avanzata. Certo questo è proprio uno degli aspetti sui quali il confronto deve andare avanti, ripeto, senza schematismi e senza preconcetti. Ricordandoci sempre, in ogni caso, che il Congresso non è "la fine della storia".

La necessità di un bilancio serio del nostro lavoro a Savona

Dico subito che questo bilancio non verrà tratteggiato qui. Anche perché si tratta di qualcosa che noi riusciremo a indicare e a costruire, solo se avremo la precisa volontà di trarre dal passato delle lezioni per il futuro, e non semplicemente di farne un uso strumentale, per criticare gli altri, ovvero per guardare il fuscello nell'occhio del vicino, senza vedere la trave che è nel nostro. Ma è importante per noi vedere cosa abbiamo veramente fatto, da quando il partito si è costruito ad oggi.

Trovo utile in questo senso il lavoro di inchiesta che si porta avanti nel sito savonese - uno strumento fin troppo sottovalutato e sottoutilizzato. Credo, anche, che un contributo a questa riflessione sulla nostra storia, sia stato dato anche da me, alla fine dello scorso congresso, in un testo dell'Aprile 2002 che si intitolava "Un tentativo di analisi e di bilancio. Perché la sinistra ha perso la federazione di Savona?" (l testo comparve anche per breve tempo nel sito della federazione). Qui mi limito a riprodurne il paragrafo conclusivo, perché mi sembra che il concetto resti valido ancora oggi:

"Ecco il compito cui tutto il partito è chiamato, in primo luogo a Savona. Un lavoro paziente di ricucitura nei rapporti politici fra i compagni e le compagne; l'applicazione pratica di un metodo di lavoro che aiuti a ritrovare un comune terreno d'azione, nel pieno rispetto delle diverse posizioni. E questa non è una conclusione scontata. Si potrà realizzare soltanto se ci sarà la volontà di comprendere e anche di imparare gli uni dagli altri, e dagli errori e dalle manchevolezze di tutti quanti. Per rilanciare un partito che sia davvero all'altezza dello scontro sociale in atto".

In fondo il punto è proprio questo: siamo capaci di rimettere in piedi un'organizzazione che può dare delle risposte serie e corrette ai lavoratori, ai giovani, ai movimenti di lotta? Certo non è un compito che si possa intraprendere da soli, mozione per mozione. E allora questo è il mio augurio a tutte le compagne e i compagni: di riuscire a creare occasioni di confronto reale, franco e magari anche aspro, ma finalizzato a chiarirci le idee e a trovare il modo di lavorare insieme, ciascuno con le proprie capacità e competenze, e non con una distribuzione degli incarichi sulla base delle percentuali.

Luciano Dondero
Vado Ligure - 4 Gennaio 2005