Il Consiglio Comunale di Savona ha approvato a larghissima maggioranza, con la sola contrarietà di Rifondazione Comunista, la trasformazione dell'ATA (azienda per la tutela ambientale che si occupa di raccolta e smaltimento dei rifiuti), da azienda speciale sotto il totale controllo del Consiglio e quindi dei cittadini a S.p.A., cioè a Società per azioni, a maggioranza pubblica.
Come tutti sanno le Società per Azioni sono per eccellenza quelle imprese economiche deputate a creare lucro, cioè guadagno per gli azionisti. In Italia stiamo da tempo verificando, come consumatori ed utenti, grandi privatizzazioni nell'ambito del servizio pubblico: le ferrovie, le poste, l'ENEL. Il ritornello di chi promuove queste privatizzazioni, da sempre come la destra e da circa un decennio anche da una parte della sinistra, è sempre lo stesso: far tornare i conti, quadrare i bilanci e possibilmente far guadagnare i privati.
Si dice sempre che un servizio privatizzato, dovendo rincorrere il pareggio di bilancio, come minimo, tenda ad essere più efficiente e meno sprecone. Il risultato di tale efficienza ed economia però altro non ha dato che una politica di riduzione dei prodotti, soprattutto quelli meno remunerativi (e più sociali, diremmo noi) come ad esempio i cosiddetti rami secchi del trasporto, uno "snellimento degli organici" (lo sciopero proclamato dai dipendenti delle Poste del 30 Luglio era stato convocato contro 9.000 licenziamenti!), a vantaggio di servizi poco sociali (leggi ad uso della collettività) e più costosi.
I servizi pubblici rivolti agli utenti sono e debbono essere sempre considerati dei servizi sociali, a costi sociali. Ciò significa ad esempio, nel campo della mobilità, che una rete pubblica di mezzi di trasporto è l'unica che può garantire servizi anche nelle aree più sperdute del paese, senza tenere conto degli eventuali costi che un servizio capillare può produrre. Nel campo delle ferrovie sono aumentati i costi dei biglietti e soprattutto sono rientrate dalla finestre le tre classi in auge nei decenni lontani: abbiamo, infatti, visto proliferare gli Eurostar, gli Intercity, che permettono di muoversi velocemente sulle linee ferrate con biglietti dal costo elevatissimo, a fronte di un abbassamento della qualità, del numero e della puntualità dei treni per pendolari, o di lunga percorrenza che davvero rischiano di non arrivare più. La mobilità non è più un diritto e neppure un servizio alla collettività.
Per quanto riguarda le Poste, a fronte dell'aumento di servizi subappaltati a cooperative o società ad hoc, con aggravamento dei diritti e del reddito per migliaia di lavoratori e lavoratrici che si ritrovano nel ciclone della flessibilità, e dell'ipotizzato snellimento di 9.000 lavoratori i costi sono lievitati doppiamente per gli utenti e per i cittadini: da una parte scompaiono tariffe agevolate, s'impennano i costi di altri servizi come la spedizione di pacchi, raccomandate, con la trovata della Posta prioritaria creando ancora maggiori frantumazioni di priorità a costi differenziati. Dall'altra, e questo vale per tutte le operazioni di privatizzazione, si riversano sul mercato del lavoro, saturo di lavoro stabile, ma ingordo di lavoro flessibile, precario, mal salariato e facilmente licenziabile, migliaia di lavoratori e lavoratrici che spesso sono al termine della propria carriera produttiva con gravi ripercussioni non sulla loro qualità della vita (e delle loro famiglie), e con la necessità di un riassorbimento attraverso le liste di mobilità o LSU che hanno significato per moltissimi un periodo penoso con nessuna certezza, appesi anche a vicende normative instabili. Quei riassorbimenti avvengono per la maggior parte negli enti pubblici (anche loro in fase di privatizzazione di alcuni settori e quindi in esubero), quindi nessun posto si crea, anzi.
Per l'ATA, in piccolo, si ripropongono le stesse modalità. Non bisogna riempirsi la bocca del fatto che sia una società a maggioranza pubblica, perché questo non vuole dire nulla: il controllo dei cittadini e del Consiglio Comunale non avverrà più, non passerà più nessun bilancio in sede di Consiglio, non si potrà più avere diritto di parola diretta su disfunzioni, servizi, tariffe, miglioramenti delle apparecchiature e quant'altro. Tutto passerà attraverso un Consiglio di Amministrazione formato dai Soci anche privati che dovrà rispondere esclusivamente alla regola d'oro del profitto. E il profitto, insegna l'economia capitalistica, è quello che vede minor costo del lavoro (che significa minori diritti dei lavoratori, minori salari, maggiore precarietà), e maggiore reddito con tariffe più elevate, minor capillarità di un servizio, che come quello dell'ATA, dovrebbe sempre mantenersi pubblico, capillare ed efficace. Il Presidente di tale Società sarà nominato direttamente dal Sindaco, e qui si chiude la relazione con la parte pubblica. L'ATA oggi non aveva alcuna necessità, né economica e neppure organizzativa, di trasformarsi. Il futuro riassetto di tutto il settore, così come previsto dalla bozza di piano provinciale, consigliava indirettamente di attendere. Nessuna legge prevede l'obbligatorietà di tale trasformazione.
la nuova sede dell'ATA
da www.grondona.itL'ATA aveva saputo in questi anni tendere a un servizio variegato, a tariffe non esose, a sperimentare nuovi percorsi. La futura sede, inoltre, avrebbe dato volumi e aree di cui oggi soffre la mancanza. Inoltre ad oggi la riforma dei Servizi, propugnata dalle normative vigenti, tanto volute dal Centrosinistra che ha governato l'Italia dal 1995 al 2001, non a ancora terminato il suo iter.
La nostra contrarietà a questa trasformazione non ci viene solo da una impostazione ideologica di tutto rispetto, ma anche dalla lettura disincantata che la stessa economia capitalistica ci offre. I risultati sono ormai sotto gli occhi di tutti, basta guardare la Gran Bretagna, che nel decennio thacheriano ha spinto molto sull'acceleratore della privatizzazione, oppure gli USA, nel settore dell'energia elettrica. Oggi questi Paesi stanno con fatica cercando di porre rimedio ad uno sfacelo facilmente prevedibile. Mentre la New Economy produce negli USA il raddoppio della disoccupazione nel settore (dal 2,3% al 4,5% nell'ultimo semestre!), oggi, nei Paesi europei, ancora se ne propone il modello.
Patrizia Turchi
Consigliera Comunale PRC
Savona - 7 Agosto 2001