Quella che segue è una prima bozza relativa al programma di Rifondazione Comunista in vista delle Elezioni Regionali. Il primo punto ("Elementi di analisi del contesto generale") è un contributo di Sergio Casanova, Responsabile Formazione e Programma PRC Liguria, non ancora discusso dalla Segreteria. Il secondo ("Proposte sui contenuti e sui percorsi") invece è già stato approvato attraverso un lungo percorso che, partendo dalla Segreteria Regionale, ha coinvolto le Federazioni ed è stato infine accettato unanimemente dal Comitato Politico Regionale.
la redazione del sito
Savona - 6 Agosto 2004
La precarietà del lavoro, derivante dalla flessibilità del mercato del lavoro, produce conseguenze devastanti per la qualità della vita dei lavoratori e innesca processi che si riflettono in negativo sulla qualità e quantità dei servizi sociali, sulle pensioni e sul processo produttivo. In particolare determina:
La flessibilità/precarietà è quindi un vero e proprio pilastro del neoliberismo in quanto o permette o agevola il realizzarsi di altri suoi importanti dogmi: riduzione dei salari reali, smantellamento dello stato sociale e privatizzazioni dei servizi pubblici. È dunque un terreno decisivo di scontro. Vincere su questo fronte è indispensabile per porre le basi strutturali per costruire un "mondo diverso".
Presupposti per sconfiggere la precarietà sono la costruzione di una cultura antagonista al pensiero unico del mercato (su questo abbiamo lavorato molto a livello regionale a partire dal Gennaio 2003: 8 seminari sul neoliberismo; 9 seminari o dibattiti su precarietà e previdenza e su contrattazione sindacale) e la elaborazione di una politica economica alternativa rivolta alla redistribuzione del reddito verso il basso e alla piena occupazione (anche questo si proponevano le 6 iniziative pubbliche tenute, sotto diverse forme, in regione nell'ambito della campagna nazionale sul salario), che interagiscano e fungano da stimolo alla crescita della conflittualità sociale.
Elementi per una nuova politica economica sono contenuti nella campagna del partito sul salario, comprensiva dei temi delle pensioni e del salario sociale. Essa pone al centro il tema della redistribuzione del reddito, non solo come elemento di equità, ma anche di efficienza. Creando più domanda porrebbe le condizioni per una ripresa della produzione e dell'occupazione, quindi di una politica economica espansiva sempre più necessaria a fronte del fallimento delle politiche neoliberiste. Schematicamente, la lotta alla precarietà è elemento determinante per riconquistare diritti e porre le basi per gli aumenti salariali e con la conseguente redistribuzione del reddito, intesi come elementi di una politica economica espansiva costruita dal basso e che permetta un aumento strutturale dell'occupazione. Solo una crescita dell'occupazione stabile e sicura, a sua volta, garantisce una base duratura al recupero dei diritti, alla crescita dei salari, al recupero di un sistema pensionistico pubblico, ad un welfare adeguato ai bisogni della gente. La piena occupazione (di lavoro buono, cioè stabile e sicuro) costituisce infatti la base indispensabile per un cambiamento strutturale nei rapporti di forza tra le classi.
L'insieme di questi obiettivi appare più perseguibile che nel recente passato per la crisi del neoliberismo (dimostratosi inefficiente, oltre che iniquo. Si tratta di una pesante "crisi di risultati", manifestatasi in 20 anni di crescente concentrazione delle ricchezze a fronte del dilagare di povertà senza precedenti per estensione e profondità, di disoccupazione accompagnata da una precarietà spesso confinante con forme schiavistiche di lavoro, di lunghi periodi di stagnazione produttiva, di crescente distruzione dell'ambiente e delle risorse non riproducibili, di espropriazione e privatizzazione dei beni comuni, di ricorrenti crisi finanziarie accompagnate da recessione economica in vaste aree del mondo e, più recentemente, come risposta ai propri fallimenti, di guerra permanente) e per la crescita del conflitto sociale e dei movimenti.
Peraltro, la crisi delle politiche neoliberiste (che non pare per ora smuovere le certezze dei gruppi dirigenti della Margherita e dei DS) non fa prefigurare, finora, alcun cambio di rotta, né a livello mondiale, né europeo, né italiano. A livello europeo si continua con la politica monetarista della BCE, i parametri di Maastricht ed il Patto di stabilità. Tutto sotto l'egida della Commissione europea che promuove, approva ed elogia i nuovi tagli alla previdenza ed alla sanità. Il conflitto sociale per ora non pare influenzare minimamente i grandi manovratori nelle loro scelte politiche di fondo. In Italia, in materia di lavoro e diritti, Melfi è il simbolo più rappresentativo del conflitto sociale, così come la maturazione dell'attuale linea della FIOM in materia di salario, diritti, redistribuzione del reddito, intervento pubblico, politica economica espansiva è l'esito di un percorso che si può datare dalla partecipazione alla manifestazione anti G8 di Genova e che la colloca oggi questa importante organizzazione su posizioni nettamente antiliberiste.
In questo senso, il risultato del referendum del Giugno 2003 per l'estensione dell'articolo 18 rappresenta, forse, il più significativo misuratore della crescita a livello di massa dell'acquisizione di elementi di cultura antiliberista. La posta in gioco era altissima. Estensione dell'art. 18 avrebbe rappresentato un elemento fortissimo di politica economica alternativa: lotta precarietà, lavoro buono, aumenti salariali, cambiamento dei rapporti di forza. Quindi tutti fecero fronte comune a livello di informazione e a livello di schieramenti politici, si veniva da 20 anni monocultura neoliberista con forti subalternità e condivisione da parte di partiti e sindacati tradizionalmente rappresentativi delle classi subalterne, si arrivò a ricattare i lavoratori precari fino al limite del controllo dell'accertamento del non voto, si scelse la data più sfavorevole alla partecipazione al voto, in un'estate canicolare. Tutto ciò fa concludere che gli 11 milioni di SI furono altrettanti pronunciamenti in senso antiliberista. Nonostante sia stato liquidato, senza dedicarvi l'attenzione analitica che avrebbe meritato, solo come una dura sconfitta, i SI rappresentavano un terzo dei votanti medi nelle normali consultazioni elettorali: se si riflette, difficilmente si può affermare che siano stati pochi! Non si trattava di una partita di calcio dove conta solo il risultato, le cose sono un po' più complesse. Quell'esito era stato preparato da una collaborazione inedita tra PRC (ideazione e lancio iniziativa, oltre che raccolta della gran parte delle firme necessarie), FIOM e altri importanti pezzi del movimento antiglobalizzazione e CGIL (la migliore degli ultimi 20 anni) con un'adesione solo formale, ma di grande importanza dal punto di vista dell'immagine. Quella battaglia mise, dopo molto tempo, al centro del dibattito i problemi del lavoro ed aprì forti contraddizioni nella "sinistra moderata".
Tutto ciò dimostra che non c'è solo un aumento della conflittualità sociale, ma che esso si colloca in una crescita di cultura alternativa che si "smarca" dal controllo culturale della "sinistra moderata" e che rappresenta un collante tra "movimento dei movimenti" e movimento dei lavoratori, che a partire da Genova 2001 si trovano sempre più spesso insieme. Dimostra anche che il partito resta un soggetto autonomo di propulsione del conflitto sociale e che ciò non confligge affatto con l'essere parte integrante del "movimento dei movimenti".
Il Responsabile Nazionale del Dipartimento Economia e Lavoro del PRC, Paolo Ferrero, in un editoriale su "Liberazione" del 7/7/04 scrive: «La crisi in cui versa il governo rende più deboli le classi dominanti e ci apre uno spazio di iniziative. Per sfruttare questa occasione, anche sul terreno della redistribuzione del reddito, è però necessaria la ripresa del conflitto sociale: per battere insieme la politica antisociale del governo e il neocentrismo paludato della Confindustria. Come partito siamo quindi chiamati a fare la nostra parte a cominciare dal rilancio della campagna sul salario. Perché la questione sociale non va in ferie». Su questa linea intendiamo muoverci nella costruzione (e nella contemporanea promozione di iniziative di mobilitazione) del programma regionale in materia di economia e lavoro.
Le proposte regionali si pongono, ovviamente, nel quadro della linea politica del PRC. A livello nazionale e, soprattutto, europeo, perché è a livello europeo (dato che la UE ha una dimensione economica tale da rendere possibile la pratica di politiche economiche espansive basate su spese sociali e salario, senza temere controindicazioni) che si prendono le decisioni che condizionano gran parte delle scelte successive. Si può discutere su come distribuire i Fondi europei, ma per perseguire risultati veramente apprezzabili è necessario che aumentino le risorse disponibili e quindi muti la politica monetaria e sia cancellato il Patto di stabilità. Non a caso il PRC attacca duramente la politica economica della Commissione europea che sostiene l'intangibilità del Patto stabilità. Come è noto, esso determina la prosecuzione della politica dei tagli alla spesa sociale: il contrario di una politica espansiva!
Parimenti disastrosa per le classi subalterne è la politica monetaria della Banca Centrale Europea, anch'essa sostenuta dalla Commissione europea. Scrive l'economista Emiliano Brancaccio in un articolo sulla Rivista del manifesto (Novembre 2003): «Uun sogno da tempo coltivato da tutte le bandiere e le confessioni della tecnocrazia europea è quello di rendere l'euro, al pari ed in competizione con il dollaro, una vera e propria moneta di riserva internazionale. Un obiettivo, questo, che esige tempo e assoluta credibilità della nuova valuta, una credibilità che secondo i più potrà conquistarsi solo attraverso il rigido controllo dell'inflazione e dei bilanci, ossia tramite il contenimento della spesa pubblica e dei salari. La gabbia macroeconomia di Maastricht, insomma, non sarebbe stata creata al solo, evidente, scopo di generare un colossale effetto distributivo favorevole ai capitalisti industriali e finanziari e alle loro accolite di manager, burocrati e professionisti. Quella gabbia sarebbe sorta pure al fine di estendere l'effetto distributivo al mondo intero: il sogno di un'Europa che, attraverso un euro forte e credibile, concorre apertamente con gli Stati Uniti per la conquista dell'ambitissimo ruolo di grande parassita globale». Dunque le politiche della BCE e della Commissione europea per il rafforzamento dell'euro (rivalutatosi del 25% nei confronti del dollaro), con evidenti danni per le esportazioni (con la rivalutazione dell'euro le merci europee risultano più care) e quindi per la produzione e l'occupazione nei paesi della UE, non sono dissennate! Esse rispondono ad un preciso disegno: favorire gli investimenti finanziari mondiali in euro con vantaggi incalcolabili per la rendita speculativa. Il "ruolo di grande parassita mondiale" è l'obiettivo a cui sacrificare spesa sociale e salari!
È evidente che se queste politiche proseguissero vanificherebbero qualsiasi possibilità di politica economica espansiva a qualsiasi livello: europeo, nazionale e regionale. Le proposte che seguono implicano dunque una dura battaglia del partito in sé e nei movimenti contro quelle politiche.
La caratteristica unificante è la lotta contro la precarietà e per l'occupazione ed il lavoro buono, supportata dall'insieme di analisi esposte prima. Si articola su due filoni di analisi e intervento: lotta alla precarietà, attraverso la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, l'introduzione di un salario sociale e la messa a punto di garanzie relative alla sicurezza nei contratti di appalto e la messa a punto di analisi e proposte sul modello di sviluppo dell'economia ligure.
1. Lotta alla precarietà, per un lavoro stabile e sicuro
Questa parte del programma è caratterizzato da diversi livelli di elaborazione delle proposte. In ogni caso, naturalmente, le proposte sono soggette a modifiche per i contributi provenienti dalle Federazioni, dal confronto coi soggetti attivi sulle varie tematiche, dai Convegni dell'opposizione politica e sociale, dai Forum locali autoconvocati del movimento.
Correlati a questi punti sono i seguenti, contenuti nell'accordo PRC-Centrosinistra per le regionali 2000, e relativi a:
a) la sicurezza sul lavoro:
b) l'occupazione legata ai servizi e con regia pubblica:
Essi fanno evidentemente parte di una proposta complessiva "per un lavoro stabile e sicuro". È chiaro a tutti che il contesto politico è diverso rispetto al 2000 e che oggi il PRC ha, almeno in questo momento (ricordo che tra la fine del 1999 e l'inizio del 2000 il centrosinistra neppure si degnò di riceverci, nonostante le nostra iniziativa rivolta ad un confronto programmatico. Solo nel febbraio del 2000, a 3 mesi dalle elezioni, le nostre quotazioni crebbero fortemente!), minore capacità contrattuale a livello istituzionale. Ma questo terreno non deve essere quello privilegiato. Anzi l'esperienza di questi anni e la forza dei movimenti ci permette / impone un percorso partecipato non chiuso nelle istituzioni, ma tra la gente. Ciò dovrebbe quindi renderci più ottimisti rispetto agli esiti programmatici da spuntare in un eventuale accordo col centrosinistra. Può essere, dunque, che gli obiettivi qui posti possano essere migliorati, se, eventualmente modificati, determineranno la crescita di movimenti od otterranno il consenso di pezzi importanti di movimenti esistenti e capaci di interloquire col centrosinistra e pesare sulle sue scelte.
2. Analisi e proposte riguardo allo sviluppo economico della Liguria
Riguardo a questo punto dobbiamo rimarcare lo stadio di arretratezza della nostra elaborazione. A maggior ragione, quindi, urge un grande sforzo per la costruzione di un progetto col decisivo contributo delle Federazioni e dei movimenti. Traccia generale di lavoro: la Liguria è caratterizzata da una tendenza al declino industriale ed alla terziarizzazione dell'economia ancora più accentuata rispetto all'Italia, nella quale è già più accentuata rispetto a paesi come Francia e Germania. Come fa notare Luciano Gallino, in un articolo riportato su "Liberazione" del 12/6/04, "Non ci sono succedanei per la crescita e chi guarda al terziario come sostitutivo dell'industria commette un errore strategico. Il forte aumento registrato nel terziario, infatti, è dovuto in gran parte all'aumento dei servizi all'industria. Basta confrontare i dati UE (a 15 paesi): tra il 55% e il 60% dell'occupazione e del PIL è dovuto all'industria manifatturiera e ai servizi alle imprese". Tenendo ferma la barra della lotta alla precarietà per l'occupazione, ne deriva, in prospettiva, una riduzione dell'occupazione (meno industria significa anche il venir meno dei servizi all'industria) e peggioramento della qualità dell'occupazione. Ne consegue anche una tendenza al peggioramento dei rapporti di forza tra le classi. Si tratta dunque di una questione della massima importanza, perché riguarda in modo strutturale l'occupazione.
In questo contesto è necessario, in primo luogo, approfondire l'analisi delle crisi industriali, del ruolo dei porti, dell'andamento del turismo e dell'agricoltura, della situazione dei servizi pubblici in termini di offerta e di occupazione. Su questa base occorre costruire una proposta di modello di sviluppo diverso, comprensivo non solo delle tematiche relative a quelli che appaiono più immediatamente i settori produttivi, ma anche rispetto al ciclo dei rifiuti, come del sistema dei trasporti in generale. Assi iniziali di lavoro:
Riguardo alle proposte contenute nel punto 1., sia pure con gradualità, visto il diverso livello di elaborazione dei contenuti: confronto coi soggetti attivi sulle tematiche: CGIL, FIOM, FILLEA, Lavoratori organizzati delle cooperative, RdB, R-esistenze precarie o altre configurazioni dei precari organizzati ad esempio in ambito Buridda, ecc.). Riguardo a punto 2.: a) elaborazione di analisi e proposte con contributo Federazioni e Circoli di lavoro; b) confronto coi soggetti attivi (CGIL, FIOM, FILT, CUB, RSU lavoratori terminalisti).
Per entrambi i punti, in dipendenza anche dai tempi di elaborazione e dalle tematiche, preparazione di Convegni in collaborazione con le forze politiche e sociali dell'opposizione da un lato e dibattiti autoconvocati nei Forum tematici. Non necessariamente le 4 fasi di elaborazione (partito, confronto con soggetti attivi, convegni, forum autoconvocati) avranno la successione cronologica qui indicata. Soprattutto per i Forum autoconvocati (come dice la parola stessa) i tempi saranno definiti dalle strutture di movimento, a seconda delle proprie priorità, delle aree di interesse e della presenza su territorio.
Si tratta di fasi che potranno essere spesso intrecciate tra loro: ad es. il confronto con i "soggetti attivi" od i Convegni od i Forum potranno avere una ricaduta più o meno ampia sulle linee programmatiche inizialmente messe a punto dal PRC, così come le elaborazioni del PRC potranno arricchire le proposte sia delle altre espressioni della sinistra alternativa che dei sindacati.