L'esito del referendum svoltosi il 12-13 Giugno 2005, per l'abrogazione parziale della legge 40 sulla procreazione assistita, rappresenta una secca ed inequivocabile sconfitta per lo schieramento proponente.
Si tratta di una battuta d'arresto molto pesante: soltanto la metà degli elettori che avrebbero potuto garantire il raggiungimento del quorum si è recato alle urne e questo ci pare il dato da esaminare con grande attenzione.
Non disponiamo, ovviamente, a questo punto, dei dati scomposti per area geografica: ma da una prima lettura, svolta sulle cifre disponibili, appare evidente come, salvo le storiche "isole rosse" dell'Emilia Romagna e della Toscana, la "debacle" referendaria sia stata generalizzata, con punte di vero e proprio tracollo, in particolare al Sud.
Torneremo sul punto del logoramento complessivo dell'istituto referendario: certo è che vale la pena ricordare come risalga al 1995 l'ultima occasione in cui una proposta referendaria sia risultata valida alla prova delle urne e come, in questa occasione, ci si trovi praticamente al minimo storico. Più o meno al livello di partecipazione realizzatosi nel 2003, con il referendum sull'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, sostenuto però da un arco di forze ben più minoritario di quello che oggi sosteneva il referendum sulla legge 40 relativa alla procreazione assistita. Nella sostanza sono andati a votare tra i 12 ed i 13 milioni di elettori (basta ricordare che, nelle elezioni perdute nel 2001, l'Ulivo ottenne nella parte maggioritaria dell'elezione per la Camera dei Deputati, circa 16 milioni di voti, per avere una idea della gravità dell'esito di questo voto, anche sul piano più strettamente politico).
In questa sede però interessava svolgere un avvio di analisi più propriamente riferita alle prospettive di "sistema" che questo voto presenta, al riguardo della situazione italiana: per quel che concerne la situazione locale è mia intenzione, nei prossimi giorni, svolgere una analisi più approfondita, presentando dati scomposti e quindi più facilmente interpretabili, sia a livello provinciale, che cittadino.
Entro dunque nel merito delle questioni che possono essere sollevate a questo punto. Nel corso della campagna elettorale avevamo riscontrato un'impressione che ci appare avvalorata dall'esito del voto: all'interno di un impressionante vuoto politico, la Chiesa Cattolica si era assestata assumendo direttamente un ruolo di partito, chiedendo direttamente, senza intermediazioni, ai propri "affiliati" un vincolo di appartenenza, in questo caso attraverso la diserzione delle urne.
Questa impressione è apparsa esatta, ed ha rappresentato la chiave di volta del risultato. Il sistema politico italiano, appare nel suo insieme del tutto insufficiente, a produrre sul terreno della cultura politica una crescita della coscienza civile. Questo fenomeno negativo tocca, in particolare, le forze politiche della sinistra, bravissime a vincere le elezioni quando si tratta di conquistare posti di potere, specialmente nelle amministrazioni locali, ma totalmente lontane da un minimo di capacità di riproporre un sistema di valori, un rapporto tra l'etica individuale e la solidarietà collettiva, tra il sollevarsi della coscienza
dei singoli e la prospettiva di una mobilitazione di massa, almeno sul piano elettorale.
L'adattamento delle forze politiche al sistema maggioritario, che le ha ridotte a meri comitati elettorali, impedisce loro di affrontare le condizioni materiali di vita dei diversi ceti sociali: non è un caso che, a sinistra, proprio il tema della legge 40 sia stato affrontato, pressoché esaustivamente sul terreno di una espressione astratta di diritti posta sul terreno liberaldemocratico, anziché attraverso una analisi riguardante la condizione materiale dei soggetti sociali più direttamente interessati: le donne, in particolare.
L'esempio più lampante che è possibile avanzare, a questo proposito, riguarda il Partito Radicale, ormai del tutto collocato al di fuori dalla possibilità di influenzare settori "trasversali" della società, perché i suoi esponenti appaiono ormai ridotti alla replica di sé stessi, in una visione di diritti individuali ormai superata dal modificarsi della struttura sociale complessiva.
La questione della realtà rappresentata da forze politiche ormai totalmente avulsa dalla realtà concreta si è posta con l'invito a recarsi in massa alle urne nelle prime ore di domenica 12: un appello raccolto soltanto dal 4% degli elettori. Un errore tattico che la dice lunga sulle reali prerogative di direzione politica, rimaste in possesso a questi strateghi dell'autoreferenzialità.
Va svolta, inoltre, una riflessione di fondo sull'uso dello strumento referendario, nel nostro Paese. L'impostazione data, a suo tempo, a questo istituto era proprio quella derivante dalla prevalenza del sistema dei partiti sulla società civile (il quorum al 50+1% aveva un significato preciso, proprio al tempo dei grandi partiti di massa, capaci di sviluppare sistemi di valori ed adeguata mobilitazione sociale). Oggi va immediatamente aperta una discussione sul punto di come l'organizzazione complessa della società civile possa far valere le proprie espressioni di consenso e/o di dissenso rispetto alle proposizioni della politica: ecco un elemento di confronto sul terreno delle riforme istituzionali, finora inesplorato.
La novità più rilevante, in ogni caso, che emerge da questo risultato rimane quella indicata all'inizio e già valutata con grande capacità di analisi da Stefano Rodotà, sulle colonne di Repubblica: l'assunzione di un ruolo civile, in Italia, da parte della Chiesa Cattolica. La Chiesa Cattolica ha presentato, nel corso di questa campagna elettorale, un programma di riscrittura dei valori fondativi che travolge valori costituzionali; li subordina non all'etica (come non sanno più fare i partiti politici) ma alla religione. Afferma, come già dicevamo, un ruolo civile della Chiesa.
È sbagliato considerare questo esito referendario, come un semplice incidente di percorso. Si è aperta una nuova fase, dove l'insufficienza della politica come mestiere buona soltanto per governare tecnicamente le amministrazioni pubbliche, risalta con grande forza. È necessario non fornire letture riduttive a questa grave crisi, rinunciando a ricercare la possibilità di costruire nuovi e più adeguati strumenti politici.
Franco Astengo
Savona - 13 Giugno 2005