Liguria, non solo di turismo...

Non regge una prospettiva economica priva di attività industriale

Una crisi ormai di lunga durata investe l'industria ligure e coincide con il declino delle partecipazioni statali, a cui essa era subordinata nel bene e nel male. In questi anni di affermazione del mito della società dei servizi e della de-materializzazione dell'economia, si è tentata la strada della trasformazione della Liguria da regione con un rilevante insediamento produttivo combinato con una storica economia del turismo ad uno sbilanciamento su quest'ultima. In tal senso le tendenze al netto ridimensionamento dell'apparato produttivo e la conseguente crisi socio-economica, non ostacolate dalle amministrazioni di centrosinistra, hanno anticipato i movimenti su scala nazionale e macro-regionale, fornendo dati complessivi sensibilmente peggiori di quelli di tutto il comparto del nord-ovest.

Le ragioni sono indubbiamente di carattere manifestazione dei lavoratori Finmek a Romastrutturale e giungono da lontano. Nel periodo che va dal 1995 al 2002 si è assistito a un depotenziamento dell'apparato produttivo, segnato da una riduzione degli investimenti industriali sul valore aggiunto pari al 17.5%, cioè il più basso tra le regioni italiane con un differenziale negativo del 4.5% sulla media nazionale. Lo spostamento dal manifatturiero ai servizi e al turismo, inoltre, se da un lato ha attenuato le perdite dei posti di lavoro nel decennio 1991-2001, dall'altro consegna uno dei dati più modesti dell'incremento occupazionale (+0.3%) rispetto al dato nazionale (+8.0%). Nel complesso diminuisce il peso specifico dell'industria sul totale di una produzione che non consegna performance in crescita, al di fuori delle costruzioni, neppure nei settori dell'agricoltura o dei servizi e del terziario. Persino i porti, luoghi primari del sistema economico ligure, risultano in difficoltà in una fase di crescenti traffici su scala globale. Un recente studio della Ocean Shipping Consultants, basato su un'analisi di ogni intervento già programmato, approvato e finanziato, prevede una marginalizzazione nel prossimo decennio dei porti di Genova e La Spezia non solo rispetto ai grandi scali nord-europei, ma persino all'intero bacino mediterraneo.

Lo smantellamento dell'industria statale; il passaggio a un turismo spinto, che in una fase di contrazione su scala nazionale è incapace di sopperire al ridimensionamento dell'apparato produttivo; una società dei servizi e della specializzazione high tech, che consegna occupazione precaria e con minor reddito: sono i fondamentali di una regione in crisi economica e sociale. E dire che i più attenti analisti considerano uno dei fattori potenzialmente più rilevanti della futura ascesa mondiale della Cina proprio il combinarsi di un crescendo di produzioni avanzate con il mantenimento di un insediamento manifatturiero più tradizionale.

Oggi la Liguria può diventare un importante banco di prova per un'idea manifestazione dei lavoratori Finmek a Romaeconomica diversa, superando quel modello che, all'insegna di meno Stato e più mercato, ha condotto a processi di privatizzazione senza prospettive, alla vendita, quando non svendita, del patrimonio produttivo a multinazionali disinteressate dei bisogni sociali, a operazioni all'insegna di profitti a breve termine attraverso operazioni di bassa speculazione finanziaria ed edilizia, piuttosto che a progetti di effettiva consistenza. Si pensi alle vicende di un'azienda di qualità come la Ferrania di Savona, oppure ad aziende con potenzialità di mercato positive come la Finmek di Genova e la Saint Gobain Condotte di Cogoleto, per non parlare del caso dei cantieri San Marco di La Spezia ove si è tentato di creare concorrenza al ribasso tra lavoratori di differenti nazionalità.

Il Prc ritiene necessaria un'altra politica industriale, capace di far fronte alla crisi, alle dinamiche al ribasso prodotte dalla globalizzazione, con un rinnovato intervento pubblico che superi il tradizionale assistenzialismo dove i soldi pubblici sembra che debbano unicamente accompagnare a morire le imprese, nella logica che si devono privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Va ripensato un protagonismo pubblico in forma partecipativa, fuori dal finanziamento e dall'agevolazione dell'impresa, come attivazione di risorse nella costruzione e gestione di insediamenti produttivi, mediante meccanismi che coinvolgano le organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici insieme alle popolazioni locali: nelle grandi scelte economiche e nella loro realizzazione è infatti possibile salvaguardare l'ambiente e promuovere l'occupazione. In questo quadro si può intervenire anche nei confronti dei distretti, ad esempio quello tecnologico genovese oppure quello agro-alimentare nell'imperiese, per contrastare proposte fin qui intervenute dall'alto e facendo emergere al contrario le esigenze delle comunità locali.

Luigi "Gigi" Malabarba
Roma - 3 Marzo 2006