Ali Raschid a Savona per parlare di pace

Mille argomenti locali non possono prescindere da un ampio contesto nazionale ed internazionale

Che c'entra la "pace" con le elezioni comunali di Savona? Alcuni possono essersi posti questo amletico dubbio? Oppure un dubbio più peloso: cui prodest? A chi giova, dunque parlare della pace? Cominciamo col dire che parlare di "pace" in tempi di guerra non è poi così fuori tema. Certo, nel microcosmo savonese forse questo appare strano, perchè le polemiche politiche, l'incrocio di fioretti avviene sulla Margonara, su Cima Montà, sul Andreina Siri e Milvia PastorinoAlì RaschidCrescent e su tutta Orsa 2000. Mille argomenti locali che non possono prescindere da un ampio contesto nazionale ed internazionale che vede coinvolte tutte le nostre comunità.

Savona è una città che ha conquistato la pace nel 1945: per questo, per i valori espressi nella lotta contro la dittatura nazifascista e l'occupazione militare, è medaglia d'oro per la Resistenza. Savona è un comune che, anche grazie alla pressione delle nostre piccole ma belle piazze, belle quando ci passa una "lepre pazza", come nella celebre canzone di Claudio Lolli, e non quando vi transitano le parate militari, i candidati indoppiopettiti, l'alterità della politica e del palazzo rispetto alla gente comune. E la lepre pazza allora fu il movimento per la pace: dalle Donne in nero ai giovani delle scuole, da Rifondazione Comunista ai sindacati confederali e di base, dall'ARCI alle associazioni cattoliche di stampo progressista. La pace dovrebbe essere il presenzialista di ogni nostro incontro, di ogni nostra proposta politica e sociale.

Alì Raschid è neodeputato al Parlamento italiano. È palestinese, è stato membro dell'Autorità nazionale e oggi è impegnato con noi in una nuova battaglia: portare un pò di Palestina in Italia, per diffondere il messaggio che la gente di Gaza, di Ebron, di Gerico e Ramallah e di cento altre città della West Bank chiede sia portato a conoscenza del mondo. Un messaggio infelice ma forte: spiega Alì Raschid che la via per la risoluzione del conflitto mediorientale non può essere nelle sole mani di Israele che traccia confini e vi costruisce sopra muri con torri di guardia in cemento per separare e non per far vivere accanto due popolazioni con due differenti stati sovrani. Lo dice con un bel sorriso sul volto. È l'intima passione per la passione della vita che hanno i palestinesi e che hanno quelle donne israeliane che hanno dato vita al movimento delle Donne in nero per la pace. Sorride spesso Alì, sorride anche quando la speranza sembra esile e incerta, ancorata solo alla tenace volontà di un popolo, quello palestinese, che non ha più nulla da perdere.

Dal pubblico viene chiesto quale sia oggi la situazione concreta dei rapporti tra Fatah e Hamas. Il punto, in sostanza, è questo: il nuovo corso islamico quanto può aiutare o penalizzare il cammino verso la pace? Raschid non ha dubbi: il problema non è Hamas. «Il popolo palestinese vuole che Hamas governi. E questo è un dato che non può essere messo in discussione nè da Israele, nè dagli Stati Uniti, nè dall'Europa. Ma io sono certo - dice - che moltissimi palestinesi non condividano l'ideologia islamica di Hamas, e che la stragrande maggioranza del popolo della Palestina sia profondamente legato a radici laiche».

La pace gira intorno a tutti questi discorsi, anche quando, per far comprendere come grandi siano gli interessi della "civiltà occidentale" in Medioriente, il neodeputato del PRC racconta un episodio di ormai storica memoria. Alla fine della Prima guerra mondiale l'Impero ottomano venne spartito tra le potenze da sinistra: Armando Codino e Alì Raschidvincitrici che ridisegnarono i confini della zona che sta tra la vecchia Persia (Iran) e il Mediterraneo. Strapparono alla Siria un lembo di terra e lo chiamarono Libano, posero le basi per la creazione di un futuro nucleo ebraico in Palestina (sotto protettorato britannico) e poi presero un righello e fecero gli altri confini: della Giordania, dell'Iraq e dell'Arabia.

Una compagnia petrolifera trovò notevoli risorse di greggio nel Kurdistan, regione che era ancora sotto la giurisdizione turca. Per assicurarsi questi giacimenti gli occidentali non fecero altro se non "staccare" una parte del Kurdistan alla Turchia e integrarlo nel nascente stato iracheno. Le rapine imperialiste non sono cosa nuova, dunque, ma l'assetto che venne allora stabilito per la pacificazione della zona del Medioriente oggi è stato messo in crisi proprio da chi si vuole ritenere l'"esportatore della democrazia", il vero e solo arbitro della libertà nel mondo. La libertà di Guantanamo, ad esempio, dove la tortura è l'esatta regola e norma per un interrogatorio e dove arrivano quasi ogni giorno persone rapite dalla Cia in ogni angolo del mondo. Compresa la nostra bella Europa, magari con la compiacenza delle autorità dei paesi dell'Unione europea. L'equilibrio dei confini da righello è finito: l'unico stato laico, veramente tale, che ancora esisteva e resisteva in quella zona è caduto ora. L'Iraq è ormai il caos. La Resistenza irachena, ancora incerta nel muoversi e non riconducibile ad una unico coordinamento di comando, colpisce gli obiettivi militari e non dà alcuna tregua alle truppe occupanti. Se non fosse per questi motivi, molto probabilmente gli USA avrebbero già fatto un bel pensierino per un'inizio celere di guerra contro l'Iran, per il quale, del resto non condividiamo alcuna simpatia verso il populismo del presidente Ahmadinejad.

«Oggi in Medioriente la questione palestinese è superata. Nessuno più ne parla. I reporter occidentali, italiani e non, che vengono inviati in Palestina per raccontare quanto là accade sono tutti più o meno legati al mondo israeliano, e questo produce una visione manicheista del problema: i palestinesi sono tutti terroristi, gli israeliani sono tutti attaccati e in istato di difesa permanente». Raschid scuote la testa, per una volta sola, e sottolinea che gli accordi di Oslo vennero dismessi da Israele unilateralmente e che la Road map è una trappola che elude le risoluzioni dell'ONU e che non libera i palestinesi di Gaza, ma che li imprigiona in un territorio dove la fame è lo spettro che ogni abitante della Striscia vede, anche se non vi è più un soldato israeliano Alì Raschid e Alessandro Benziin quella lingua di terra. Non si entra e non si esce da Gaza senza il permesso di Israele. Da una piccola prigione di casa alla grande prigione del territorio.

Milvia Pastorino ed Andreina Siri, candidate del PRC al Consiglio comunale, ci portano una diretta testimonianza del loro viaggio in Palestina dell'agosto scorso. Fanno parte entrambe delle Donne in nero per la pace: «Quando sono partita per la Palestina immaginavo di trovare un popolo in una condizione permanente di allerta, di pericolo. Non pensavo davvero che i palestinesi avessero la forza di cercare di vivere ancora come se l'occupazione israeliana non permeasse tutta la loro vita. Non avrei mai immaginato, ad esempio, di assistere ad una visita culturale in una galleria d'arte, in un museo, o ai progressi informatici di scuole ed apparati della società».

Andreina aggiunge: «Una delle sensazioni più forti che ci ha lasciato questo viaggio, dove abbiamo visitato in pochi giorni molte città importanti come Ramallah, Gerico e Gerusalemme, dove le Donne in nero sono nate come associazione, è stata la ribellione, la voglia di ribellarsi ad una sequela di ingiustizie palpabili, evidenti, incontestabili». I ceck point sono uno shock per le nostre compagne. Vedere i palestinesi accettare queste forche caudine, passare ai punti di controllo sotto i mitra dell'esercito israeliano, accanto a chi li opprime ogni giorno, ma vederli passare con la tranquillità non della rassegnazione ma del coraggio è tremendo e bellissimo al tempo stesso. Alì aggiunge: «I palestinesi lotteranno sempre. Non hanno davvero nulla da perdere. Dove possono andare? Quella è la loro terra. Non sono loro ad occupare, ma ad essere occupati da un'espansione coloniale israeliana che è aumentata del 300% in questi anni. Le case sono le nostre, le terre sono le nostre. Abbiamo diritto a vivere come gli israeliani, per questo diciamo che la formula "due popoli e due stati" va bene, ma và bene come compromesso per la pace e l'esistenza. Resta comunque un arbitrio fatto alla storia di un popolo».

Alì Raschid chiude con un auspicio che ci rivolge direttamente: «Sò che in questa sala non c'è nessuno a cui manchi la volontà e l'impegno per la pace, per difendere i diritti dei più deboli, per cambiare la logica che oggi regge le vicende internazionali, e che è la logica della guerra. Anche a Savona voi potete far avanzare questa battaglia, facendo sì che Rifondazione Comunista abbia un ottimo risultato alle elezioni comunali. Perchè la forza di Rifondazione Comunista permette proprio di far avanzare le lotte di cui abbiamo parlato, per la pace, per i diritti, per l'uguaglianza».

Alessandro Benzi, della segreteria regionale del PRC, alcune istantanee della serata
foto di Marco Ravera
chiude con un epilogo sul ruolo continentale ed italiano della Sinistra Europea. Definisce il soggetto politico, di cui è fondatore anche Rifondazione Comunista, una sponda per tutte quelle istanze di rivendicazione che possono superare le barriere dei confini nazionali. A proposito cita l'impegno che tutti i partiti della Sinistra Europea hanno messo nel contrastare la "direttiva Bolkestein" sull'introduzione del selvaggio west nel rapporto di lavoro e della contrattualizzazione alla massima potenza individuale e sganciata da qualsiasi rapporto sindacale.

Una destrutturazione sociale che la Sinistra Europea non è disposta ad accettare in nessun modo. La futura Sezione italiana della Sinistra Europea, a cui Rifondazione Comunista prenderà parte mantenendo la sua peculiare autonomia, i suoi simboli e le sue ragioni fondative, può dunque anche in Italia essere il volano di una grande aggregazione dei soggetti critici verso il capitalismo per nulla temperato, ma anzi rivolto all'applicazione del liberismo indiscriminato. Non si tratta di una sommatoria di partiti algebricamente interpretabile come una operazione matematica. È qualcosa di profondamente diverso: è una proposta politica che unisce pacifismo, ambientalismo, comunisti, socialisti, antiliberisti. In una parola tutti coloro che questo modello di società contestano, e che ricercano quell'"altro mondo possibile", seppur ognuno con specifiche tendenze e con approdi finali differenti.

Rifondazione Comunista e la Sinistra Europea possono fare molto per il cammino della pace, anche grazie al coraggioso apporto di uomini come Alì Raschid la cui vita è dedicata ad una infaticabile ricerca di giustizia sociale per la propria gente, per tutte le popolazioni del pianeta.

Marco Sferini
Savona - 20 Maggio 2006