Una trentina di anni fa Enrico Berlinguer affermò che la nostra battaglia la si sarebbe vinta o persa sul piano culturale. Gli anni ottanta e novanta sono stati teatro di questa cruciale sconfitta, che ne ha determinate altre più gravi.
Berlusconi, la cui presenza e la cui azione di governo rappresentano l'ultimo e il più pericoloso precipitato di quel ventennio, ha potuto fare ciò che ha fatto grazie al clima culturale determinatosi in quell'arco di tempo che lui stesso ha contribuito a creare, interpretando perfettamente la cultura sociale e politico del craxismo.
Vi è una cappa ideologica che ha reso difficilissimo il richiamo al conflitto e alla contraddizione come strumenti di comprensione e di azione nella realtà. Abbiamo vissuto l'egemonia schiacciante di una visione della cultura e dell'arte come luogo di pacificazione, rifugio, separazione all'interno di una anestesia specifica degli intellettuali che perduta l'antica funzione di legislatori e mediatori civili si sono ridotti al ruolo di esperti, consulenti, intrattenitori. Hanno teorizzato la fine del conflitto mentre allo stesso tempo accettavano la competizione senza freni col suo corredo isterico di egolatria.
La cultura e l'arte debbono tornare ad essere concepiti e vissuti come luoghi del dispiegarsi dei conflitti. È impensabile, infatti, una società giusta senza l'azione sotterranea di una cultura critica, in assenza del quale ogni prospetiva di un mondo diverso resterà nell'orizzonte del semplice aggiustamento, incapace di scalfire l'ideologia dominante.
Luca Paroldo
Responsabile Cultura e formazione PRC Savona
Savona - 27 Febbraio 2009
Nella seconda metà dell'ottocento due grandi personalità, un filosofo che voleva essere un musicista, F. Nietzsche ed un musicista con una grande frequentazione filosofica, R.Wagner, inseguono il sogno di liberare il mondo occidentale, che ritenevano un pantano borghese intriso di decadenza e di ingiustizia sociale, nientemeno che dal nichilismo che proprio la vita borghese con le sue menzogne e le false lusinghe contribuiva ogni giorno di più ad introdurre nel sentire profondo di ogni coscienza, impedendo che si sviluppasse nel tessuto sociale quello che ritenevano essere l'unico vero obiettivo di ogni politica culturale: la formazione dello "spirito libero". Cosa si intendesse per spirito libero Nietzsche lo precisa in "Umano troppo umano".
"Portatore della nuova civiltà, dovrà essere lo spirito libero.
Lo spirito libero pensa diversamente rispetto alle ideologie dominanti, poichè consapevole della complessità delle motivazioni e della molteplicità dei punti di vista. È avverso a chi pretende di possedere la verità assoluta e cioè all'uomo delle convinzioni, che è esponente dell'età arretrata dell'innocenza teoretica (MA 225, 230, 630).
La libertà da ogni certezza illusoria, acquisita mediante il sapere, condanna lo spirito libero alla solitudine, ma non alla tristezza e all'infelicità. Da questa nuova condizione, egli acquisirà in premio la "letizia intellettuale" e la possibilità di sollevarsi libero e senza paura, al di sopra di uomini, leggi e lettura tradizionale delle cose".
Nemico numero uno dello spirito libero è la religione o meglio la morale di dominio introdotta da chi la religione gestisce e cioè gli ordini ecclesiastici. Wagner che aveva molto letto Feuerbach aveva capito che affidare l'idea del sacro nelle mani delle gerarchie ecclesiastiche, avrebbe significato lasciare il campo libero ad inevitabili storture e manipolazioni e nel saggio: Religion und Kunst (Religione ed arte) del 1880 scrive: "Il compito di salvare il nucleo della religione spetta all'arte, la quale, impossessandosi dei simboli mitici che la religione (nello stadio del mito) dà per veri in senso stretto (e come tali vuole che essi vengano creduti) ed intendendoli invece per il loro valore simbolico, ne dà una rappresentazione ideale e ne fa trasparire la verità profonda e recondita".
Nietzsche dal canto suo non ha dubbi sulle responsabilità di coloro che definisce "i veri nemici della vita" e nel capitolo della "Genealogia della morale" che si riferisce agli ideali ascetici descrive il percorso con cui preti e filosofi della religione mettono in essere il sordido piano di allontanare l'umanità dalla vita intesa come libertà, passione e sangue.
"Che significato hanno gli ideali ascetici?" è appunto il titolo della terza dissertazione della "Genealogia della Morale, scritta nella primavera-estate del 1887, testo sconvolgente (anche a detta dello stesso autore), nel quale Nietzsche ci accompagna a rivisitare i comportamenti umani più in generale, prendendo a pretesto "l'ideal tipo" dell'uomo asceta (sia esso prete, filosofo o altro), nell'ottica di una volontà di dominio e di autodistruzione che, costruendo "l'uomo devitalizzato", produce il nichilismo tipico della modernità. Per Nietzsche è la strategia dei deboli che si afferma e vince.
L'ascesi non è solo il comportamento di chi rifiuta la natura e la vita per se stesso ma è sorretta da una volontà che propone rifiuto e negazione della vita come valore, è un'arma psico sociale spregiudicatamente impiegata da un determinato gruppo umano per conquistare, giustificare e mantenere un determinato dominio.
In un primo tempo l'ascesi si manifesta come rifiuto personale-individuale della vita: "L'asceta tratta la vita come una strada sbagliata che si dovrà ripercorrere,a ritroso fino al suo inizio ,o come errore che si confuta(...) Letta da un pianeta lontano, la scrittura maiuscola della nostra esistenza terrestre, potrebbe forse indurre alla conclusione errata che la terra sia il pianeta ascetico per eccellenza, un nascondiglio per creature scontente, presuntuose e disgustose, incapaci di liberarsi da una profonda noia di sè, della terra, della vita e capaci invece di farsi tutto il male possibile, per il piacere di fare del male: probabilmente il loro unico piacere".
Quello che si nasconde dietro questo rifiuto così radicale, viene subito smascherato nella seconda tappa della "fenomenologia dell'ascesi": un preciso, attivo e spietato piano di dominio: " [...] qui domina un ressentiment senza pari, quello di un istinto insaziato e di una volontà di potenza che vorrebbe dominare non su qualcosa della vita ma sulla vita stessa [...]".
Quella che abbiamo chiamato "fenomenologia dell'ascesi" sta già prendendo consistenza; l'ulteriore spazio da essa percorso è quello social–collettivo. L'umanità è sofferente: "L' uomo è l'animale malato".
Il male oscuro che lo corrode è una perdita irrimediabile di senso, un vuRichard Wagneroto. È questa precisa condizione esistenziale che viene sfruttata dall'asceta.
L'asceta è un malato come tutti gli esseri umani, ma è un malato che vuol reagire traendo massimo vantaggio dalla sua malattia e da quella di tutti i suoi simili. Nella geniale analisi nietzscheana viene svelata quella che sembra la tesi di fondo della Genealogia: la Morale come meccanismo di dominio, il dominio su chi soffre .
L'asceta, in linea generale, vuol far prendere coscienza agli uomini della loro malattia e del loro dolore: solo così essi si consegneranno più facilmente nelle sue mani. Una volta assicurato il controllo delle coscienze, si passa all'individuazione del responsabile della sofferenza: "Soffro, qualcuno deve averne colpa. Questo pensa ogni persona malata".
A questo punto si deve rivolgere il risentimento contro i soggetti stessi. Sistema questo che provoca risultati sicuri sulla via di un masochistico annichilimento di sè, che è necessario sorvegliare perchè tendenzialmente suicida. Si tratta infatti di allevare non tanto inutili larve umane quanto servi operosi, ecco perchè si consiglia di: "Sfruttare gli istinti malvagi essenzialmente in vista dell'autodisciplina, dell'autocontrollo, dell'autosuperamento".
Possibilmente più nessuna volontà, più nessun desiderio; evitare tutto ciò che provoca passione, che fa "sangue"...Non amare non odiare; imperturbabilità; non vendicarsi, non arricchirsi, non lavorare, chiedere l'elemosina; possibilmente nessuna donna o meno donne possibile...
Riformare la cultura per Nietzsche e Wagner significa reimpossessarsi dei nuclei portanti della civiltà restituendoli all'uomo. Nel suo saggio "Religion und Kunst" (Religione ed arte) del 1880 Wagner scrive: "Il compito di salvare il nucleo della religione spetta all'arte, la quale, impossessandosi dei simboli mitici che la religione (nello stadio del mito) dà per veri in senso stretto (e come tali vuole che essi vengano creduti) ed intendendoli invece per il loro valore simbolico, ne dà una rappresentazione ideale e ne fa trasparire la verità profonda e recondita".
È quindi attraverso il dramma sacrale, che per Wagner è la quintessenza dell'arte, che si arriva ad una verità religiosa, vista non in funzione della fondazione di regole morali custodite da depositari ecclesiastici.
Allora per riformare la cultura bisogna, per Nietzsche e Wagner, "riformare l'uomo" nei suoi rapporti con le credenze più profonde e nella sua capacità di reimpossessarsi della sua capacità vitale e critica rispetto alle grandi menzogne che hanno generato la mesta solitudine in cui spesso ogni esistenza è calata, ancora oggi a più di duecento anni da questo coraggioso tentativo. Vogliamo illuderci che forse ascoltare il "Parsifal", ultima opera del grande musicista tedesco, nel golfo mistico di Bayreuth, teatro fatto edificare da Wagner, oppure qui dove si tenta un qualche avvicinamento ad una verità un po' più pensata, può essere un tenue inizio.
Giovanni La Grotteria
Savona - 6 Marzo 2009