Quando non si sa chi maledire per le proprie sfortune, o si inveisce contro o in supplica ad una divinità, oppure si rivolgono le proprie improperie ad un governo. "Piove, governo ladro", tanto per esprimerne una. Il che vuol dire che sovente il governo diventa uno sfogatoio della rabbia e del malcontento popolare anche per motivi che non dipendono direttamente da un esecutivo.
Ma se anche vi è una indirettissima responsabilità del governo perché dal cielo viene già acqua a
catinelle, occorre cercare di saperne un po' di più sul perché la figura istituzionale e politica del governo è al centro delle lodi o delle maledizioni dei cittadini.
Carlo Russo è un uomo politico di lungo corso, un anziano signore distinto che porta sul suo volto la storia intera della Repubblica, con i suoi trascorsi felici del dopo-Liberazione e, purtroppo, con tutte le vicende poco chiare e tortuose che hanno segnato il cammino di una incerta democrazia parlamentare, di uno Stato che si voleva rinnovato su princìpi di determinazione dei poteri nella loro specifica autonomia ed indipendenza (o di interdipendenza) ma pur sempre legati al consenso popolare annullato dal fascismo per oltre vent'anni. Gigi Malabarba, ex senatore e capogruppo del PRC nella camera alta del Parlamento italiano, è un comunista "critico" verso i governi, con una predilezione per la democrazia dal basso, per l'interazione con i movimenti, per lo sviluppo di quello che, più volte nel corso della lezione viene citato come un convitato di pietra: il nuovo municipalismo che principia in questi ultimi anni dalle terre del Sud Est messicano, nella Selva Lacandona, ma anche in importanti aree metropolitane del Brasile come lo stato di Porto Alegre.
L'ex ministro e deputato della Repubblica, democristiano, e l'ex senatore comunista scoprono ben presto di avere come denominatore comune dello svolgimento dei temi legati alla loro presenza in Sala Rossa la difesa della Costituzione, l'antifascismo e l'aspirazione verso una società più a misura d'uomo. Anche nelle istituzioni, anche nel governo di un Paese.
Entrambi, dunque, si affidano al testo costituzionale per analizzare il "quid est" del governo, per sviscerare i compiti e le funzioni del massimo organismo di esecuzione delle leggi e di controllo dell'ordine nello Stato.
"Non è un caso che nella Costituzione la parte degli articoli che esprimono le potestà del governo e le sue caratteristiche vengano dopo quelle del Parlamento e del Presidente della Repubblica", dice Russo. La prima puntualizzazione è proprio questa: l'Italia non è una repubblica presidenziale, ma parlamentare e, pertanto, è nel Parlamento che trova piena espressione la sovranità del popolo. Di seguito si prosegue con la spiegazione delle funzioni del Presidente della Repubblica che, infatti, è emanazione del Parlamento e che riunisce in sé i poteri di presidenza del massimo organismo della Magistratura e delle Forze Armate.
Infine viene il governo. E viene a questo punto il governo perché, a sua volta, ha dal Presidente della Repubblica
l'incarico di trovare una fiducia nel Parlamento e, quindi, la piena legittimità nel promuovere la sua azione.
Ecco che abbiamo già nella composizione della Costituzione l'assegnazione del ruolo del governo nella sequenza logica e politico-amministrativa data dai padri della Repubblica.
Il governo non è, però, neppure un mero esecutore delle leggi approvate da Camera e Senato. Può disporre dello strumento legislativo e, quindi, mettere in pratica quella interazione con il Parlamento che non è scambio di poteri, ma collaborazione fattiva al fine di meglio amministrare la Repubblica. Un governo, infatti, non può essere tale se opera abusando degli strumenti che gli sono concessi, e così anche un Parlamento e anche un Presidente della Repubblica. Nessuna figura istituzionale è stata costruita con l'intento di essere fine a sé stessa, ma semmai è stata concepita proprio con il principio di mutualità a seconda delle circostanze. Laddove non può arrivare il Parlamento per questioni di esigenze temporali, può supplire il governo con un decreto che, comunque, alla fine deve trovare il consenso dei deputati e dei senatori per essere convertito in Legge.
L'armonia che la Costituzione repubblicana disegna è però stata per molto tempo disattesa: i governi che si sono succeduti in questi 61 anni di Repubblica hanno a volte tentato di superare gli ordinamenti e hanno fatto largo uso di quei poteri che invece avrebbero dovuto essere solamente eccezioni. Anche una democrazia sana, denuncia Carlo Russo, può trasformarsi nella peggiore delle dittature se non sa autoregolamentarsi, se non riesce a mantenere i confini di spartizione dei poteri.
In questa contraddizione in potenza, si inserisce l'analisi di Malabarba che tiene a sottolineare come le forme di governo siano state ampiamente analizzate non solo dagli esperti del
diritto e del costituzionalismo, ma da uomini del passato come Marx.
"Da un punto di vista anche scientifico, di valutazione materialistico-dialettica, il governo è quello che Marx chiama il 'comitato d'affari della borghesia'; ma può divenire comitato di affari anche di altre classi.". Di qui la negazione, sostiene il senatore del PRC, dell'equazione per cui un governo sia per forza di cose "cattivo": la forma e la sostanza si avvicinano e simbiotizzano il loro essere tali, ma questo è un processo che viene determinato da cause e fattori che prescindono dalla presunta bontà o cattiveria di un esecutivo.
Il governo di per sé è un'istituzione e può tornare a vantaggio di qualunque classe sociale. È l'espressione di un potere e la determinazione della provienza del potere è data dai rapporti di forza economici che sussistono in un preciso contesto sociale.
Si può anche prescindere, o poter pensare di farlo, dall'esistenza del governo. Si può ricercare la sostituzione con altre forme di gestione della società e, dice Malabarba, "io sono convinto che la via da seguire sia quella di una progressiva evoluzione delle istituzioni cosiddette 'borghesi' e di 'rappresentanza' con una diversa idea della democrazia e, quindi, della partecipazione dei cittadini alle funzioni di gestione del collettivo interesse nazionale". Tuttavia oggi queste prime forme di superamento della delega istituzionale sono impensabili in Italia, nel contesto europeo. Hanno una certa libera iniziativa in quei momenti di vita di un paese che è invaso dalla miseria più nera, dove il capitalismo non riesce a dare neppure una parvenza di sviluppo sociale, economico e culturale.
La funzione del governo resta pertanto indispensabile per una società che è organizzata sul fulcro parlamentare e non su quelle idee troppo grandi di loro che vorrebbero non più la divisone dei poteri, ma un ridimensionamento del potere legislativo a tutto vantaggio di quello esecutivo.
Si può anche citare De Andrè in una serata così e, anarchicamente, far riecheggiare quelle strofe che dicono: foto di Anna Giudice, Marco Ravera e Marco Sferini"Bisogna farne di strada per diventare così coglioni da non capire che non ci sono poteri buoni".
È una consapevolezza che abbiamo, sapendo che di per sé il potere ha in sé l'arroganza della prevaricazione, la tentazione della superiorità, la forza della gestione, la sicurezza del controllo. Ma siamo altrettanto consapevoli che per trovare il modo di superare tutto ciò bisogna prima di tutto viverlo e capirlo.
Marco Sferini
Savona - 9 Marzo 2007