La scelta delle regole del gioco

Quinta lezione della Scuola di politica con Egidio Banti e Giunio Luzzato

Per cominciare bisogna dire che una discussione sui sistemi elettorali, sulle modalità di espressione della democrazia rappresentativa mediante il consenso popolare, è all'apparenza assomiglia più ad una lezione di algebra con qualche dose di diritto e un goccio di logica. Il tutto applicato ad una base di civica educazione che dovrebbe costituire il fulcro di una sana e funzionale democrazia.

Lo illustrano con grande precisione sia Egidio Banti che Giunio Luzzato: l'uno è senatore della Repubblica Giulio Ponte, Giunio Luzzato e Egidio Bantinelle fila dell'Ulivo; l'altro è, per l'appunto, docente di analisi matematica all'Università di Genova. E non è un caso. Infatti la costruzione di una legge elettorale è qualcosa di laborioso, un concentrato di meticolosità che deve sovente coniugare la stabilità dei governi, quindi di organi dal respiro più generale e non particolare, con quella di singole forze politiche, e quindi di organismi che invece hanno un respiro meno generale e che, proprio nel momento elettorale, portano la loro essenza singola a proiettarsi su un terreno molto vasto: quello del consenso pubblico, della conquista del voto, della recettività sociale sulle proposte che espongono.

Una legge elettorale, dice Banti, di per sè non è una garanzia di evoluzione progressista della società o, al contrario, di involuzione restauratrice, tanto per usare delle categorie semplicistiche ma anche molto comprensibili a noi tutti. Una legge elettorale, però, non può prescindere dal contesto in cui si sviluppa, in cui cresce e in cui poi deve trovare applicazione. Insomma, in poche parole, le norme che regolano l'elezione di un parlamento o di una assemblea nazionale o di un congresso, non sono un corpo separato dall'insieme delle regole che una comunità si è data per gestire e per gestirsi.

Un altro elemento da sottolineare è l'importanza di alcuni punti che non possono non caratterizzare una legge che disciplini il voto dei cittadini e l'elezione dei loro rappresentanti. Questi punti sono: - la determinazione del corpo votante (elettorato attivo) e di quello votato (elettorato passivo) e, per secondo qui ma non meno importante, il metodo di delega, ossia il percorso che fa del singolo voto, una volta scrutinato, una attribuzione di volontà.

Qui legge elettorale e votazioni divengono un tuttuno, si confondono ed è molto difficile poter distinguere l'una dalle altre. Giunio Luzzato fa alcuni esempi sul merito delle "deleghe". I sistemi elettorali sono molti: nella storia dell'umanità ne sono stati sperimentati di tutti i tipi. Durante la fine del '700, in Francia si eleggono i membri degli Stati Generali mediante delle competizioni tra candidati. Ma una volta giunti a Parigi, o meglio a Versailles, ecco che "una testa non è più un voto", ma quello che è all'incirca il 2% della rappresentanza dell'intera popolazione francese, in pratica il clero e i nobili, viene a contare 2 (sono infatti 2 gli "ordini" sociali che rappresentano), mentre il terzo stato che rappresenta il restante 98% conta 1. I voti sono espressi per censo e non per "testa". Ed ecco che il sistema di voto perde quel carattere di rappresentatività che dovrebbe avere: dal confronto tra due o più persone non esce un vincitore che varrà 1 nell'assemblea, ma che varrà solo in quanto membro di un ordine e non come singolo delegato della nazione. La Rivoluzione cambierà tutto questo e si giungerà all'elezione della Convenzione nazionale mediante il suffragio universale.

Come si può vedere la legge elettorale e l'espressione pratica del voto possono distanziarsi moltissimo, fino Giunio Luzzato e Egidio Bantiad arrivare anche ad essere dicotomici in una splendida geometria di variabilità governate dal sistema politico e da quello economico.

Il professor Luzzato cita poi il sistema anglosassone, prima di arrivare a parlare di quello italiano: in Inghilterra la Camera dei Comuni viene eletta con l'ormai anche da noi famoso "sistema maggioritario". Tutto si fonda su collegi "uninominali", dove in pratica vince il candidato che prende più voti. Gli altri vengono cassati e quindi la loro corsa verso il parlamento termina: non ci sono secondi o terzi arrivati. C'è solo il primo. Questo metodo di attribuzione della delega rappresentativa si divide, poi, in tre diverse applicazioni: nella patria di Elisabetta II trova applicazione il maggioritario con maggioranza relativa (quindi nel collegio uninominale si elegge chi ottiene quella maggioranza); nella patria dei canguri, l'Australia, invece il maggioritario chiede che il candidato vincitore debba conseguire una maggioranza assoluta. Il terzo caso è quello del maggioritario a maggioranza relativa ma con l'aggiunta del doppio turno. Il che complica un pò la spiegazione, se la volessimo fare qui su un piano meramente accademico. Ma ci atterremo ad una semplice descrizione, anche perchè gli esempi sarebbero innumerevoli e finiremmo per perdere il senso stesso della lezione che stiamo raccontando.

Il dato, diciamo "politico", è che il sistema maggioritario non è un sistema dove un voto dato dall'elettorato attivo finisce per valere 1 anche per l'elettorato passivo. Infatti, il partito che ottiene la vittoria, la ottiene non sulla base di un consenso numerico più o meno alto, ma sui collegi conquistati e quindi consente di avere quella che viene spesso millantata come una sicura "governabilità". In Italia abbiamo visto applicato un maggioritario non "puro", ma imbastardito con quel 25% di proporzionale che ha sempre dato grandi pensieri ai fautori di una ricercata soluzione del complesso mondo politico e partitico del bel Paese che andasse verso un bipartitismo americaneggiante. La riforma voluta da Segni non ha fatto, invece, che aumentare la frammentazione separandola, però, in due grandi blocchi che si fronteggiano fingendo molto spesso una compattezza politica che non hanno, e ricercando compromessi così ampi da consegnare ai cittadini un monotono della politica che non riesce a marcare le differenze tra i singoli partiti, visti solo come parte di una più generale sommatoria.

Oggi, visto il fallimento del sistema maggioritario in Italia, foto di Marco Sferinianche alcune forze dichiaratamente filo-maggioritarie chiedono un ritorno ad un sistema che consenta un patto tra la ricerca delle fanciulle in fiore della governabilità e quelle piccole cose politiche di pessimo gusto che per quattro decenni sono stati i partiti e non le grandi coalizioni, così da reimpostare l'asse della politica sia sulla stabilità di un esecutivo ma anche sulla legittima rappresentatività espressa con il voto proporzionale.

Il tabù si è infranto e, dice il professor Luzzato, non è mai la legge elettorale che sceglie il suo elettorato, ma è sempre e solo questo, attraverso ovviamente i suoi rappresentanti, a influire - anche se in minima parte - nella scelta delle "regole del gioco".

Marco Sferini
Savona - 25 Febbraio 2007