Oltre i luoghi comuni. Una lezione marxista

La storiografia, la letteratura economica e quella biografica hanno riempito scaffali di volumi su Karl Marx. Anche i meno informati politicamente, i più sprovvisti di cultura (ed oggi pare un fenomeno in pauroso aumento) sanno chi era Karl Marx.

L’iconografia di più di un secolo lo ha consacrato, come del resto era giusto che fosse, come il padre nobile del movimento comunista e, per un certo tempo, anche di quello originariamente socialista. Il suo ritratto da ultracinquantenne con la folta barba e la mano infilata nella giacca in stile un po’ napoleonico, è stato inopportunamente accostato a tanti leader comunisti, producendo una sequela di teste sulle bandiere rosse simile un po’ ai volti dei presidenti americani affiancati sul monte Rushmore.

Marx avrebbe certamente poco apprezzato la dogmaticità creata attorno tanto alla sua figura quanto alla sua opera di disamina dell’economia politica, quindi dell’economia capitalistica. Forse avrebbe anche inveito contro tutti coloro che, dichiarandosi comunisti, finivano con l’adorare delle immagini e assimilavano la critica da lui espressa contro il capitale come una scienza esatta, immutabile, quasi impossibile da criticare o riesaminare nel corso dei tempi.

Lo fece Rosa Luxemburg che, oggettivamente, si fa fatica a dichiarare “nemica” del marxismo: la polemica tra la grande rivoluzionaria polacca e Lenin tuttavia ha sviluppato per molto tempo una sorta di oblio verso colei che aveva osato pensare che forse un partito di rivoluzionari di professione poteva aver avuto un senso in un contesto così inconsueto per lo sviluppo di uno stravolgimento sociale, economico e politico come quello mostrato dalla Russia di inizio ‘900; ma che, tuttavia, il socialismo lo dovevano creare le masse stesse, per far emergere la coscienza di classe e quindi assegnava allo stesso proletariato il compito di essere soggetto e oggetto del corso di una rivoluzione comunista.

Per molto tempo, dunque, il dogma leninista e, successivamente, la sua deformazione stalinista nella concezione del “socialismo in un solo paese” (una delle negazioni dell’internazionalismo originario e proprio del marxismo del “Manifesto del Partito comunista“: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”), ha compenetrato idee e proposte politiche, attività nazionali e internazionali dei partiti comunisti.

Una rappresentazione tale del padre nobile del materialismo scientifico, del comunismo non utopistico, che Paolo Ferrero e Bruno Morandi, nel loro libro “Marx oltre i luoghi comuni“, si sono proposti di rovesciare con una operazione esattamente opposta a quella della riproposizione di icone e motti del marxismo come tavole della legge da imparare a memoria e non trasgredire nella lotta per l’emancipazione dal lavoro salariato e dalla proprietà privata dei mezzi di produzione.

Un testo agevole, alla portata anche di chi è sprovvisto di nozioni quasi elementari su Marx, Engels e sulla nascita di una visione del mondo non più fatalistica, religiosamente interpretata e spiegata con concetti metafisici, ma invece dialettica, sempre in movimento, priva di un qualunque “stop” dettato da un “pensiero unico” che, rinnovato nella sua fattispecie, fin dai primi anni ’90 è tornato a spiegarci che siamo sul “limitare della storia” e che il capitalismo è la sua ultima evoluzione.

Marx, prima di ogni altra cosa, come ha ben scritto Nicolao Merker in una altrettanto leggibilissima biografia del Moro (così veniva amichevolmente chiamato Marx da familiari e amici), ha avuto una sola pretesa nello stendere la sua scientifica opera di studio del processo di produzione capitalistico: affermare senza ombra di dubbio, quindi con certezza scientifica, che nessuno stadio del progresso umano è imperituro, tanto meno il capitalismo che, come ci ha ricordato Paolo Ferrero alla libreria Ubik di Savona, durante la presentazione del suo libro, ha origine tra il 1400 e il 1500 e che si è esteso globalmente su tutto il pianeta soltanto nel corso del ‘900.

Dunque il capitalismo non può accampare nessuna pretesa di eternità. Non siamo alla fine della storia. Ci siamo proprio dentro, ogni istante che passa.

Quel colonialismo studiato da Rosa Luxemburg come fenomeno imperialista del capitalismo, snobbato da scuole marxiste di mezzo mondo, ha finito con l’essere il trampolino di lancio per l’espansione della società delle merci in tutto il mondo.

Marco Ravera e Paolo Ferrero

Oggi, dunque, per capire la società in cui viviamo e coglierne tutte le aspre contraddizioni – dice Ferrero – abbiamo bisogno proprio di Marx che ha scoperto quella che Engels, nell’elogio funebre sulla tomba del cimitero di Highgate, ha chiamato “la legge dello sviluppo della storia“: cioè il fatto che gli esseri umani prima di occuparsi di arte, politica, religione, filosofia, musica e altro, devono prima di tutto mangiare, vestirsi e avere un tetto.

Dunque è l’economia alla base di ogni sviluppo sociale e intellettuale: struttura economica e sovrastrutture ideologiche che maturano proprio in conseguenza delle trasformazioni dei rapporti di produzione e, ovviamente, dei rapporti tra le classi sociali.

Perché ancora oggi la società capitalistica in cui ci troviamo a vivere è società in cui la lotta di classe esiste e si manifesta magari nell’inconsapevolezza del moderno proletariato: quando la classe sociale degli sfruttati non ha coscienza di essere tale, Marx la chiama “classe in sé“. Se acquisisce questa coscienza e lotta per sovvertire la società dei padroni (pardon… “imprenditori”) allora la classe diviene “classe per sé“. Lotta per l’appunto per sé stessa e non assiste inerte alle crisi cicliche che il capitale patisce e fa subire ai più deboli.

Assistiamo oggi ad una fase di recrudescenza dei neofascismi in molte parti del mondo: anche in Italia. I lavoratori, gli sfruttati tutti, vengono divisi per nazionalità e messi gli uni contro gli altri, proprio come è accaduto nel corso della Prima guerra mondiale e nel resto dei conflitti che si sono disseminati nel secolo breve.

Il ruolo dei comunisti sembra dissolversi oggi; la sinistra sembra non avere più scopo di esistere: la domanda sociale di uguaglianza è soppiantata da un egoismo imperante che viene alimentato da forze conservatrici di varia natura. Dalle destre peggiori, filofasciste e neonaziste, fino al centrismo liberista di chi si proclama “di sinistra” e ha distrutto in questi decenni la rimanenza di garanzie sociali che erano state costruite dal 1946 in poi.

Mancando una domanda di uguaglianza, viene di conseguenza che anche la ricerca di una sinistra anticapitalista, comunista, semplicemente “antiliberista”, è una ricerca di pochi, per pochi e con pochi che non si rassegnano a disperdere il patrimonio di conquiste sociali, civili e persino morali cui i comunisti hanno contribuito con enormi sacrifici e lotte.

La presentazione del libro di Ferrero e Morandi alla Ubik di Savona

Rileggere Marx può sembrare banale, ininfluente nella praticità quotidiana di una azione sempre meno incisiva. Eppure proprio da un riappropriarsi della cultura che ci ha fatto diventare comuniste e comunisti, riprendere in mano il processo dialettico e il mettere in dubbio sempre tutto, può essere un atto di nuovo inizio, di ricomposizione non di uno schema meramente ideologico, quanto di un sapere critico da cui non è possibile prescindere se ci si vuole definire “anticapitalisti”.

Rileggere Marx, andando come Paolo Ferrero e Bruno Morandi “oltre i luoghi comuni”, è tornare alle origini di un grande capovolgimento dell’interpretazione della storia: il disvelamento di tante bugie che apparivano verità incrollabili.

Un po’ come oggi quando la responsabilità della miseria, invece che essere attribuita al sistema economico che la produce, è buttata sulle pesanti spalle dei migranti, dei rom, dei poveri e derelitti in generale: sempre e comunque degli “ultimi” della terra.

Ma il povero è nemico per il povero soltanto perché è il ricco sfruttatore a volere che sia così. Del resto, come affermava Rosa Luxemburg… “Chi non si muove non può rendersi conto delle proprie catene…“.

Rileggiamo Marx, leggiamolo “oltre i luoghi comuni”. E’ un’occasione da non perdere: soprattutto per i giovanissimi che possono, devono recuperare la voglia di cambiare il mondo. Di rivoluzionarlo.

MARCO SFERINI

21 gennaio 2019

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